Occhio all’Orecchio

Il blog di Ascolto Attivo. Spunti, interrogativi, riflessioni su progettazione partecipata, democrazia deliberativa, mediazione, gestione dei conflitti. Quotidianità, concrete fatiche e sorprendenti scoperte del facilitatore di sistemi complessi.

Per una gestione costruttiva dei conflitti

11/04/2017
di Marianella Sclavi
L’intervista di Giandiego Carastro a Marianella Sclavi è uscita on line su C3Dem.   È stato da poco ristampato da...

L’intervista di Giandiego Carastro a Marianella Sclavi è uscita on line su C3Dem.

 

È stato da poco ristampato da IPOC il saggio Confronto creativo di Marianella Sclavi e Lawrence Susskind. Marianella Sclavi ha insegnato etnografia urbana al Politecnico di Milano ed è un’esperta di “ascolto attivo” e “gestione creativa dei conflitti”. Si è interessata sia di buona comunicazione interculturale che degli ingredienti delle ‘scuole felici’, mostrando come l’ascolto attivo sia un elemento virtuoso fondamentale in entrambi i campi. L’abbiamo intervistata perché con “Confronto creativo” esplora le dinamiche della vita pubblica e riesce a descrivere in modo originale ed efficace non solo gli aspetti negativi, ma, cosa rara, anche e soprattutto quelli positivi del confronto. E, in un’epoca in cui sembra che la conflittualità sia il registro dominante di tanti rapporti, può esser una strategia a cui fare riferimento.

 

Lei ha viaggiato molto, e ha esplorato diverse aree culturali in America, Europa, ecc. Ha appreso molto ed è diventata maieuta di molte esperte ed esperti di processi partecipativi. Chi è dunque Marianella Sclavi? Quali sono stati i suoi “incontri” decisivi per mettere a punto e offrire all’attenzione del pubblico il metodo del “confronto creativo”?
Incomincio dalla parte finale della domanda. Un incontro decisivo, anche se preceduto da parecchi altri, è stato quello con Lawrence Susskind del MIT. Susskind è stato fra i fondatori nella prima metà degli anni ’80 del Program on Negotiation (Pon) della Harvard Law School, che è un prestigioso e attivissimo laboratorio internazionale di Alternative Dispute Resolution (ADR). La mia impressione, frequentandolo, è che tutti gli attivisti e innovatori più interessanti del mondo, prima o poi passano di lì. Nel 1987 Susskind ha pubblicato un libro intitolato Breaking the Impasse. Consensual approaches to resolving Public Disputes (scritto con Jeffrey Cruikshank) che sostanzialmente applica la ADR alle Dispute Pubbliche e sostiene che la crisi delle decisioni pubbliche e della governance dopo gli anni ‘70 è legata, da un lato, alla necessità di ampliare l’arco dei soggetti che vi partecipano e, dall’altro, al non saper valorizzare i conflitti di cui i diversi soggetti sono portatori, al fine di praticare  progettualità creative, trasparenti, e muovere verso soluzioni di mutuo gradimento. In altre parole: non è sufficiente ampliare gli attori coinvolti nelle decisioni e le informazioni di cui ognuno dispone in partenza; sono assolutamente necessarie le dinamiche inter-individuali e di gruppo dell’ADR. È una tesi molto radicale che io condivido ed è quella che ci ha fatto incontrare e collaborare.

Come ha scoperto la ADR e in che cosa consiste?
Ho scoperto l’esistenza dell’ADR grazie ai pionieri urbani che avevano risanato un quartiere del Sud Bronx. All’inizio degli anni ’90 stavo svolgendo una ricerca sul campo per carpire i segreti di questo successo quasi incredibile. Uno dei segreti riguardava il trattare le situazioni di conflitto con metodi innovativi, come l’ADR. L’ADR nasce da una serie di studi sulle differenze fra le dinamiche messe in atto nei conflitti che hanno avuto un esito positivo, di mutuo gradimento, e gli altri dove il conflitto si perpetua o va in escalation. Nei casi positivi, le parti in gioco adottano reciprocamente un atteggiamento esplorativo senza fretta di giudicare e di arrivare a delle conclusioni. E’ un percorso con passaggi precisi: prima si cerca di capire quali sono gli interessi e le preoccupazioni al di là delle posizioni e rivendicazioni reciproche, poi ci si dedica assieme alla moltiplicazione delle opzioni (buone pratiche, combinazioni precedentemente escluse, ecc) e solo alla fine ci si impegna a inventare soluzioni di mutuo gradimento. Si tratta di uscire dalla logica “io vinco tu perdi” e viceversa e da un atteggiamento giudicante, di urgenza classificatoria. Si tratta di diventare “esploratori di mondi possibili”. Poi questa ricerca è stata pubblicata col titolo “La Signora va nel Bronx”.

Il contatto con Susskind, concretamente, da cosa nasce?
Nel 2005 Susskind, che insegna al MIT, ha organizzato un convegno di tre giorni per far incontrare due circuiti che operavano (e ancor oggi non di rado operano) per compartimenti stagni: i principali teorici della Democrazia Deliberativa (DD) e i “practitioners” della Alternative Dispute Resolution (ADR), la trasformazione creativa dei conflitti. Erano presenti fra gli altri Jane Mansbridge, James Fishkin, Susan Potziba, Carolyn Lukensmeyer e molti altri, e solo due europei, un giovane olandese e io. Io c’ero arrivata con la presentazione di John Forester della Cornell University che conosceva i lavori che avevo fatto a Torino con Avventura Urbana negli anni ’90, in cui avevo operato come esperta di arte di ascoltare e di gestione creativa dei conflitti nei processi partecipativi. Da lì ho ottenuto un invito come visiting scholar al MIT e al Program on Negotiation della Harvard Law School,  nel 2006. Poi con Susskind abbiamo scritto il libro “Confronto Creativo “ che presenta quest’approccio e queste problematiche in Italia.

In Confronto creativo, parla di una cittadina fittizia ma in cui tutti noi vorremmo vivere: Dolceriviera. Lei parla di come in questo paese alcuni cittadini abbiamo realizzato il metodo del confronto creativo per raggiungere l’obiettivo di presentare il 150° dell’Unità d’Italia ai più giovani. Quali sono le Dolceriviera reali che ha trovato nel suo cammino, magari anche solo parzialmente?
Nel libro sono raccontate una serie di esperienze fondative, negli Usa, in Sud Africa e anche in Italia nelle quali questo approccio ha preso corpo. Aver conosciuto personalmente alcune persone, come Carolyn Lukensmeyer e Susan Potziba che hanno diretto e gestito processi partecipativi estremamente complessi con esiti molto positivi, per me è stato fondamentale perché mi ha dato il coraggio di provarci anche io. Fra le esperienze italiane che ho diretto e facilitato quella più affine a Dolceriviera è il processo partecipativo del 2007 a Livorno, dove su incarico del sindaco sono state coinvolte parecchie decine di giovani nella stesura delle linee guida per il riuso di un edificio di 750mq nel cuore della città, il “Cisternino”, ex Casa della Cultura, da destinare a spazio ideativo e culturale per i giovani. Però la simulazione di Dolceriviera, alla quale è dedicata tutta la parte centrale del libro, serve fondamentalmente a mostrare i vari trucchi, ingredienti, passaggi di un processo deliberativo che poggia sull’ascolto attivo e la gestione creativa dei conflitti (che sono le mie declinazioni della ADR). In particolare questo è un caso che parte dal coinvolgimento di varie categorie di giovani per progettare le iniziative dei 150 anni di Unità d’Italia, e diventa un programma di risanamento economico/culturale della intera città. Ascoltando i singoli partecipanti e aiutandoli ad ascoltarsi fra loro, viene fuori, infatti, che “qui c’è poco da festeggiare”, non solo i giovani non trovano lavoro, ma gli albergatori e i commercianti sono preoccupati, le scuole fanno fatica a mettersi in sintonia con le nuove generazioni, e così via. E quindi man mano che la “cabina di regia” allarga i contatti, le idee che nascono non riguardano solo i festeggiamenti, ma iniziative che potrebbero creare posti di lavoro in un ripensamento generale del modo con il quale la città si vede e si presenta. Questo non è ottenibile con un approccio “alla Habermas” o di semplice “dibattito allargato” come è – per esempio – il Dibattito Pubblico francese, che stiamo importando in Italia. Confronto Creativo implica il passaggio del contesto di incontro dal “dibattito e argomentazione” al “dialogo e ADR”.

Quindi lei ritiene che il Dibattito Pubblico e comunque l’ampliamento di spazi di confronto che nel libro lei e Susskind chiamate “parlamentari”, basati sulla argomentazione aperta e trasparente, siano manipolatori o comunque insufficienti?
Non necessariamente manipolatori (anche se i politici di solito li vedono come funzionali al consenso e non alla elaborazione di diagnosi diverse dalle loro), ma quasi sempre insufficienti. Il Débat Public come procedura obbligatoria di coinvolgimento dei territori interessati alle decisioni è un aggiustamento, un voler supportare la democrazia rappresentativa con un supplemento di informazioni, di punti di vista. Richiede che vengano sviluppati scenari alternativi, e questo è positivo, e anche che il progetto iniziale possa essere cassato del tutto, come in effetti è successo in Francia più di una volta, e anche questo è positivo. Ma tutto ciò non tiene conto che la crisi della comunicazione ormai è tale da richiedere, anche solo per ottenere per davvero questi esiti, una rottura epistemologica molto più chiara e radicale. Non credo si possano fare dei veri passi in avanti rimanendo nella ambiguità. Un dialogo non è un dibattito cortese in cui gli interlocutori si fanno a vicenda presenti i pro e contro delle rispettive posizioni, come in un balletto. Degli spazi dialogici, come quelli richiesti da processi di democrazia, che funzionano per davvero sono rigorosamente basati su altre regole.

Il suo libro più famoso è Arte di ascoltare e mondi possibili. Da cosa nasce e come si collega a questo suo impegno nel campo della progettazione partecipata?
È un libro originariamente rivolto agli studenti di architettura e urbanistica del Politecnico di Milano dove insegnavo, ed è tutto incentrato sul concetto di “cornici”, di assunti impliciti che dobbiamo mettere in discussione per ampliare le opzioni al di là degli archi di possibilità dati per scontati nel mondo sociale di cui siamo parte. Sono lezioni che procedono a colpi di esercizi di fenomenologia sperimentale e di etnometodologia (i “patafisici delle scienze sociali”) per provocare esperienze di auto-riflessività. Quali sono le emozioni che accompagnano un’uscita dalle cornici date per scontate? Come possiamo interpretarle per favorire l’innovazione? Che rapporto c’è fra le dinamiche dell’umorismo, quelle della buona comunicazione interculturale e la progettazione creativa? E così via. Gli studenti di solito venivano a dirmi: “È stato molto utile con la mia ragazza”. Ed è un buon inizio. L’incontro fondamentale che sta alla base di tutto questo è con Gregory Bateson e la sua “Ecologia della mente”. Poi si sono aggiunti Michail Bachtin, Arthur Koestler, Wittgenstein e molti altri.

Che rapporto c’è fra umorismo e progettazione creativa?
Per tutti i miei autori prediletti, Bateson, Wittgenstein, Bachtin, Koestler, Von Foerster, De Bono, e i maestri del pensiero Zen, le dinamiche dell’umorismo e quelle della buona conoscenza praticamente coincidono. Per loro l’umorismo è una palestra nella quale ci si può allenare in modo non traumatico a uscire dai luoghi comuni del linguaggio e del pensiero che altrimenti ci tengono prigionieri e ottundono la nostra intelligenza. L’umorismo è un campo del sapere specializzato nelle tecniche e nei trucchi per produrre momenti di spiazzamento, defamiliarizzazione, spaesamento: tutti stati d’animo fondamentali per perserguire l’auto-riflessività, il distacco e il coinvolgimento necessari alla buona conoscenza e a un’ecologia della mente. Perché nel lavoro di gruppo la smentita non ci induca a irritarci e offenderci, ma a ridere di noi stessi, e perchè l’assurdità e il non senso non siano stupidi ma illuminanti, sono necessarie alcune condizioni di contesto, alcune “premesse implicite” che sono fondamentalmente le stesse (con poche varianti) di quelle operanti in una buona storiella umoristica, in un motto di spirito ben riuscito. In effetti se dovessi dire di cosa mi occupo, la risposta in cui più mi riconosco sarebbe: di “salto al di là dell’ovvio”, come facilitarlo, con quali stratagemmi.

Nel Suo libro L’arte di ascoltare, ripropone un decalogo scritto da Alexander Langer (ne Il viaggiatore leggero, Sellerio 1996). Può dirci cosa ha significato per lei Langer?
Vi è tutta una serie di persone sagge che applicano questi principi perché a loro appaiono ovvi, puro buon senso. E in effetti è “buon senso” che però si conquista mettendo in discussione molte abitudini di pensiero che diamo per scontate. Richiede che si capiscano i limiti del senso comune. Alex Langer era un “natural” della uscita dalle cornici soporifere che ci soffocano. Come del resto lo è Papa Francesco o lo era il Cardinal Martini; in particolare gli incontri organizzati da Martini e pubblicati col titolo La Cattedra dei non credenti spesso mi hanno fatto venire in mente il pensiero e specialmente il modo di vivere di Alex Langer. Invece, tanto per concludere drammaticamente, il pensiero e la pratica della “lotta armata” (Brigate rosse e altri) era tutta interna alle cornici date per scontate ed è molto interessante su questo Il libro dell’incontro (Il Saggiatore 2015), recentemente uscito, che narra i dialoghi segreti avvenuti dal 2007 in poi fra vittime o parenti delle vittime e responsabili della lotta armata. Non a caso la cornice che ha reso possibili questi incontri è garantita da esperti di “giustizia riparativa”, una modalità di giustizia basata sull’arte di ascoltare e la gestione creativa dei conflitti. Senza questa cornice, questo livello di parola e di ascolto non sarebbe stato possibile.

Lei si è occupata anche del conflitto nella ex Jugoslavia e in Israele-Palestina…
Riporto una testimonianza dal libro che ho appena citato: “Noi pensavamo che la violenza dello Stato e la violenza della rivoluzione fossero distinte. In realtà, se scegli il terreno della violenza, diventi simmetrico a chi ha il monopolio della violenza, nel caso specifico lo Stato. Non fai altro che riprodurre ciò che tu vorresti combattere. È un discorso di simmetria: pensi di essere il nemico di quell’altro, in realtà ne stai diventando il figlio” (p. 83). Occupandomi di conflitti insanabili (e di umorismo) mi è parso chiaro che l’epistemologia dominante è priva di difese e di cure nei riguardi della violenza. La nostra cultura dominante è al fondo violenza edulcorata. È dimostrabile che la gestione creativa dei conflitti è assente dal nostro repertorio di possibilità. Possiamo provare a mettere un freno alla violenza, ad argomentare in modo educato invece che a suon di insulti, ma ormai questo non è più sufficiente. Basta guardarsi attorno. La cosa più sensata è cambiare radicalmente epistemologia.

Work in regress: PGT e multiple choice

11/04/2017
di Marianella Sclavi
Il Comune di Milano decide di consultare i cittadini sul Piano di Governo del territorio e lo fa attraverso un...

Il Comune di Milano decide di consultare i cittadini sul Piano di Governo del territorio e lo fa attraverso un questionario basato su multiple choice. Uno strumento che non consente di raggiungere gli obiettivi, cioè di sapere davvero cosa pensano i milanesi rispetto a determinate scelte, né tanto meno, consente un dialogo e uno scambio di saperi. Questo articolo è stato pubblicato su Arcipelago Milano il 4 aprile 2017

 

Ho provato a compilare il questionario che la Giunta del Comune di Milano ha messo on line per fare in modo che i cittadini possano “dare il loro contributo personale alla costruzione del PGT”, ovvero al nuovo Piano di Gestione del Territorio che deve essere approntato e approvato entro il 2017. Ho notato che un articolo di Repubblica su questa iniziativa ha più di centomila “mi piace”, segno di notevole gradimento, ma mi chiedo quanti di questi internauti plaudenti oltre ad approvare in astratto l’idea della consultazione, abbiano letto le domande e riflettuto sulla concezione del “sapere comune” che gli estensori del questionario danno per scontata.

Il questionario è composto di 43 domande, tutte multiple choice. La prima che mi sono trovata di fronte è la seguente: “Secondo lei quali sono le regole urbanistiche più impor- tanti per il buon funzionamento della città ?” Segue elenco di 12 regole fra le quali si chiede alla/al cittadina/o di selezionarne al massimo tre a scelta fra “Indifferenza funzionale”, “Perequazione urbanistica” , “Indicazioni morfologiche”, “Parametri urbanistici”, “Edilizia residenziale sociale”, “Mutamenti di destinazione d’uso” e altri concetti notoriamente tipici e fondanti del “sapere comune”. I compilatori, bontà loro, presi dal dubbio, aggiungono in nota altrettante chiarificazioni del tipo: “ Mutamenti di Destinazione d’Uso: è il passaggio da una funzione urbana a un’altra così come definite nelle Norme di attuazione del Piano delle Regole”. Ah, adesso capisco – disse la casalinga al pensionato – mentre al bar – lasciata da parte la settimana enigmistica si dedicano alla compilazione del questionario – riguardava il Piano delle Regole! Come abbiamo fatto a non pensarci. Chiedo scusa per l’ironia, ma io stessa che un po’ di familiarità su questi temi l’ho acquisita, non sono in grado di fare una scelta senza avere in mente un concreto contesto di riferimento e nella misura in cui il PGT si occuperà praticamente di tutti i contesti concreti che mi vengono in mente, mi pare chiaro che il problema non sarà scegliere tre regole, ma scoprire come coordinarle tutte fra loro.

La seconda domanda è ancora più allucinante in quanto si viene messi di fronte ad un elenco di 14 direttrici valoriali (che gli autori chiamano “argomenti”) che vanno da “È necessaria una “visione metropolitana” , alla “Riduzione del consumo del suolo”, “Risorse energetiche ed ambientali”, “Utilizzo dell’assetto viabilistico e mobilità”, fino a (ultima) “Capacità di adattamento al cambiamento climatico” e viene chiesto di esprimere “una valutazione” per ognuna di queste voci, dove 1 indica “per nulla importante” e 4 “ molto importante”. Qui una domanda la faccio io: ma pensate davvero di poter elaborare un PGT in cui una qualsiasi di queste direttrici, che ne so, la “visione metropolitana” è poco importante? Ho messo 4 a tutte quante e così me la sono cavata. Sono andata a vedere come altri hanno interpretato questa domanda e ho trovato che ogni associazione cerca di far “votare” le sue tematiche e valori fondativi. Per esempio nel sito del Parco Sud viene suggerito di dare il massimo dei voti “al verde, ai servizi e, neanche a dirlo, al bassissimo ricorso a nuovo cemento. “Il che va benissimo, tranne il fatto che per farlo – stante questo format – si devono svalutare altri valori i quali non solo non sono incompatibili, ma sono assolutamente complementari e necessari.

Nella scelta di questo format sono impliciti dei presupposti su cosa significa “pensare”, “dialogo” rapporto fra “sapere tecnico” e “sapere comune”, che sono un drammatico passo a ritroso rispetto le conquiste nel modo di concepire la governance che la Amministrazione Pisapia ha lasciato in eredità, facendo di Milano una città europea, e che la stessa attuale Giunta ha espresso quando ha definito i 5 punti delle linee guida sulla cui base ragionare con i cittadini e tutti i portatori di interesse per il nuovo PGT. Ma appunto si tratta di “ragionare”, di creare degli spazi di mutuo apprendimento. Mi limito a tre punti.
Primo: le risposte a un questionario a domande chiuse non ci dicono cosa la gente “pensa”, ma solo “cosa risponde a quelle domande”; perchè vi sia “pensiero” è indispensabile la facoltà di mettere in discussione le domande stesse, di riformularle. Secondo: la differenza fra “opinioni grezze” e “opinioni informate”. Il politologo James Fishkin ha dimostrato una volta per tutte, col sondaggio deliberativo, che se si offre la possibilità ai membri di un campione statistico di incontrarsi e di avere tutte le informazioni che ritengono utili, il 70% di loro al termine di questa esperienza, riformula la proprio opinione, la cambia. Una democrazia deve creare costantemente contesti nei quali i cittadini possano incontrarsi e divenire come minimo cittadini informati. Terzo e ultimo, la differenza fra sapere tecnico e sapere comune. In quella che a tutti gli effetti si può considerare una “Carta della Partecipazione” votata dalla giunta Pisapia nel maggio del 2016, che è un piccolo manuale per una politica partecipativa, è molto chiaro che per “sapere comune” non si intende andare in giro a chiedere “le opinioni” della gente, ma ascoltare le loro “esperienze tangibili” e “concrete”. Quel documento intitolato “Progettare insieme la città” elenca una serie di metodi grazie ai quali: “responsabiità politica e sapere tecnico vengono spinte a confrontarsi con il sapere comune per ritrovarsi arricchite sia con riferimento alle alternative praticabili sia con riferimento alle decisioni finali”.

Provate ad applicare questi principi alle domande del questionario. La terza domanda chiede una valutazione sempre da 1 a 4 su 16 voci relative alla dotazione dei servizi della città e/ o del proprio quartiere. L’idea degli estensori è di ricavare informazioni su cosa “secondo i cittadini” funziona meglio o peggio relativamente a: “attività amministrative”, “attrezzature religiose”, “protezione civile”, “servizi sociali” e così via. È un approccio che Marx chiamava per “astrazioni indeterminate” e che perpetua l’antico vizio italico “dell’orrore del particolare e amore per la vaga generalità”.

Le domande rimanenti si riferiscono ai 5 punti delle linee guida per il PGT che hanno come titoli: 1. Attrattività e inclusione, 2. Rigenerazione urbana e recupero degli edifici, 3. Resilienza e adattamento ai cambiamenti, 4. Qualità degli spazi e dei servizi per rilanciare le periferie, e 5. Semplificazione e partecipazione dei cittadini al governo della città. Questi punti sono sviluppati in una paginetta che è un piccolo capolavoro di sintesi non a scapito della complessità. L’idea che la competenza nella governance vada di pari passo con la capacità di accoglienza e di attrattività, non è banale. Niente di questi punti è banale. Ma appunto per questo non potete chiedermi di “valutare” (??) ognuna di queste voci e un elenco di relative sotto-voci con un giudizio da 1 a 4. Per favore!

I piani della mediazione

16/12/2016
di Stefania Lattuille
Primo incontro di mediazione: sulla domanda, come oggetto della mediazione, viene indicato “diritti reali”; parte istante e parte invitata sono...

Primo incontro di mediazione: sulla domanda, come oggetto della mediazione, viene indicato “diritti reali”; parte istante e parte invitata sono due signore con cognomi diversi.
Entrano nella stanza due donne, una più giovane e una più anziana, affiancate dai loro legali.
Prende la parola l’avvocato dell’istante -la signora più anziana- dichiarando che la questione riguarda un contratto di comodato, del quale la sua assistita ha chiesto la risoluzione avendo necessità di vedersi restituire l’immobile oggetto del contratto.
Replica l’avvocato della parte invitata che la sua cliente, occupando l’appartamento da più di vent’anni, lo ha usucapito e che ha le prove per poter ottenere in giudizio il riconoscimento di tale suo diritto.
Guardo le signore presenti e domando loro che rapporto ci sia tra loro. Mi risponde la giovane donna dicendo che la controparte è la madre che le ha concesso in uso l’appartamento “perché in famiglia ci siamo sempre aiutati”.
Chiedo quindi se qualcuno vuole raccontarmi i fatti che hanno portato alla situazione attuale.
Da questa mia domanda in poi vi sono stati tre incontri di mediazione durante i quali le parole ‘comodato’ e ‘usucapione’ non sono state più citate, essendo evidente che nella fattispecie le qualificazioni giuridiche sono ‘altro’ rispetto alle vicende che riguardano questa famiglia.
E come mediatrice rilevo ormai quotidianamente questa discrasia tra piano del diritto e piano della realtà, al punto che quando qualcuno dei miei soci di studio mi parla delle cause che lo occupano, mi rendo conto di essere in effetti poco attenta al suo racconto –come mi viene anche detto- perché cerco d’immaginare quale possa essere la vera questione che potrebbe essere interessante condividere e analizzare nella stanza di mediazione.
Sia chiaro, con ciò non voglio dire che non si debba più parlare di ‘comodato’ e ‘usucapione’ o delle questioni giuridiche, ma che molto spesso –e molto più spesso di quanto non si ritenga comunemente- conviene esaminare a fondo, di persona e in confronto con la controparte, i diversi aspetti sottostanti i diritti e le pretese rivendicati, il piano della realtà, della vita vera direi, oltre a quello del diritto.
La mediazione cui ho accennato è ancora in corso e non è detto che si arrivi ad un accordo, anche se le parti stanno dialogando e confrontandosi (con la precisazione che all’ultimo incontro ha partecipato anche il papà e quindi è stata sentita pure la sua voce) e sono emerse varie ipotesi di soluzione per contemperare i diversi bisogni (della madre di vendere l’appartamento e della figlia di trovare una valida soluzione alternativa). Ma anche se non si dovesse arrivare ad un accordo, il fatto che madre, padre e figlia si parlino e si confrontino in uno spazio protetto e a questo deputato, dopo che da anni non si rivolgono la parola pur vivendo nello stesso stabile, è già di per sé, ne sono certa, un ottimo risultato e il tentativo sarà comunque valso la pena.

Combattere il terrorismo, prendendo molto sul serio le differenze

27/07/2016
di Marianella Sclavi
Che fare contro la radicalizzazione, la polarizzazione e il terrorismo? In Europa, qualcuno ha cominciato a praticare strade nuove con...

Questo articolo è stato pubblicato su Labsus il 26 luglio 2016

 

C’è una città europea che ha affrontato prima delle altre l’emergere del radicalismo, della polarizzazione e del terrorismo. Con saggezza ed efficacia.
La città è Amsterdam, la data dello spartiacque è il 2 novembre 2004, quando il regista Theo van Gogh mentre si recava al lavoro in bicicletta è stato assassinato da un giovane di origini marocchine nato e cresciuto in Olanda. Nella enorme tensione che ne è seguita, il tessuto sociale della città sembrava in preda alla polarizzazione più cieca: il moltiplicarsi degli insulti nei riguardi degli immigrati, il vandalismo contro gli esercizi commerciali dei musulmani, le moschee incendiate, le minacce di morte al sindaco e ad un assessore di origine nord-africana.
Le reazioni politiche a questa situazione si sono mosse su un doppio binario.

I controlli
Da un lato, il governo nazionale ha stabilito che ogni singolo cittadino debba sempre essere fornito di un documento di identità, che i residenti stranieri devono passare un test di cittadinanza e che tutti gli immigrati debbono obbligatoriamente seguire dei corsi di apprendimento della lingua nazionale. Inoltre le forze di polizia sono state autorizzate a fermare per strada qualsiasi persona giudicata sospetta.

Guardare con occhi nuovi
Dall’altro lato, il sindaco e la giunta comunale di Amsterdam hanno avuto il coraggio di riconoscere pubblicamente di non avere  gli strumenti per fare una diagnosi e dare delle risposte.“Dobbiamo tutti imparare a guardare con occhi nuovi la vita quotidiana nei nostri quartieri, nelle nostre scuole e istituzioni, perché se questo può accadere ad Amsterdam, vuol dire che la percezione di questa città che abbiamo dato per scontata era totalmente inadeguata”.
Quindi il punto di partenza è stato un invito a tutti i dipendenti della PA e dei servizi, a tutti gli operatori del sociale, a produrre delle descrizioni della vita quotidiana che mettano in rilievo aspetti prima trascurati. Un invito ad abbandonare la “normale amministrazione” e a prendere molto più sul serio i segnali di disagio da qualsiasi parte emergano.

Il contributo di un esperto
A facilitare sia teoricamente che praticamente questa rivoluzione i principali strumenti messi a disposizione sono stati tre. Primo: i lavori dell’esperto di “conflictstudies” Ervin Staub, noto per i suoi studi sui genocidi del XX secolo, dall’Olocausto, alla Jugoslavia, al Rwanda ecc. il cui libro più famoso è intitolato “The roots of Evil” (Le radici del male), e che ha anche dedicato anni di studi a fenomeni di perpetuazione della violenza nella vita urbana quotidiana e in particolare all’interno delle famiglie. Staub (che insegna negli Usa) è stato invitato in Olanda per un giro di incontri e conferenze e la discussione dei suoi articoli è divenuta “luogo comune” fra gli operatori sociali. Le sue analisi hanno contribuito in modo decisivo a delineare lo spartiacque nella elaborazione dei criteri di adeguatezza delle istituzioni democratiche in una società complessa.

Prima: Amsterdam era considerata un prototipo di società accogliente e tollerante verso ogni forma di diversità, in cui ognuno è libero di pensare come vuole e di fare quel che vuole, purché rimanga nei confini stabiliti dalleleggi e non rechi disturbo alla  vita degli altri. Il non plus ultra della vita civile e democratica.

Dopo: ci si rende conto che ad Amsterdam i vari gruppi sociali vivono fianco a fianco, ma con percezioni della società diverse di cui è praticamente vietato occuparsi. La gente impara rapidamente che l’ignorarsi a vicenda, guardare da un’altra parte, è il modo più efficace per non incorrere in guai e malintesi. Nelle scuole e nelle istituzioni il “come la gente si sente”, le emozioni specialmente di diffidenza e disagio ed esclusione vengono interpretate non come segnali della necessità  di costruire assieme una società nuova, più sfaccettata e ricca e accogliente, ma come indici di male adattamento e di inadeguatezza. In questo contesto chi è più in difficoltà tende ad isolarsi e a interpretare come prevaricatrice e manipolatrice ogni offerta di aiuto.

Un’amministrazione “di missione”
Da qui gli altri due strumenti messi a disposizione del cambiamento. La creazione di un “Centro di analisi e di iniziativa sull’estremismo politico e il conflitto” composto da un gruppo di  funzionari noti per aver saputo affrontare e risolvere situazioni di emergenza e dotati di notevoli poteri e mezzi economici (dovendo rispondere direttamente al sindaco) col compito di favorire e coordinare tutte le iniziative ritenute più opportune di innovazione dell’operato della PA.

In strada per ascoltare
E (terzo) una rete di funzionari e operatori col compito di “lasciare i palazzi e andare per le strade” per individuare le “buone pratiche” già in atto che promuovono spazi di incontro e mutuo apprendimento e favorire il loro apprezzamento sociale e rafforzamento, nonché il dialogo con le istituzioni che vanno sburocratizzate. A tutti gli operatori si è chiesto di segnalare a una speciale equipe i casi di ragazzi “in difficoltà”, che tendono a chiudersi in se stessi e con i quali le scuole e istituzioni faticano a comunicare, in modo che una sorta di “grandi fratelli” possano avvicinarli,  stabilire un contatto per capire quali sono i loro interessi e sogni e come aiutare a perseguirli.

Politiche specifiche per problemi specifici
Molte discussioni ha suscitato la decisione del “Centro di analisi e iniziativa sull’estremismo politico e il conflitto” di dedicare una particolare attenzione alla valorizzazione delle leadership naturali in ambienti musulmani  coinvolgendole nella diagnosi e gestione dei rapporti con le frange più isolate e fondamentaliste delle loro culture di origine. Dentro l’amministrazione la posizione prevalente era infatti: “Se assicuriamo a queste persone una casa e un lavoro, l’integrazione verrà di conseguenza. Politiche specifiche per singole culture, etnie e religioni, sono pericolose, conducono a ragionare per stereotipi”. Invece ha prevalso l’idea che le divergenze relative alle identità culturali ed etniche hanno una loro relativa autonomia e vanno messe sul tappeto e affrontate come tali.

Rendere visibile la svolta
Accanto a questa svolta nel modo di operare quotidiano della amministrazione, sono state sviluppate una serie di iniziative più clamorose, adatte a segnalare il cambiamento del clima morale e intellettuale e a rendere visibile la svolta politica a livello più generale. Per esempio, il movimento/campagna “WijAmsterdammers” ( “Noi Amsterdam-esi”) in cui cittadini di tutte le età, generi e colori affermano i valori civili e sociali condivisi e si impegnano a difenderli e farli valere. Per esempio: “Le olimpiadi di municipio”, in cui i vari municipi in cui Amsterdam si articola, mettono in campo i propri giovani in gare sportive e giochi competitivi di grande successo. E una miriade di iniziative analoghe.

A quanto parte funziona…
Infine: nel 2006 il partito socialdemocratico ha ottenuto la riconferma e assieme ai verdi la stragrande maggioranza dei seggi, cosa che ha consentito al programma qui delineato di consolidarsi nei quattro anni seguenti. Questo ha permesso ad Amsterdam di diventare un punto di riferimento per le politiche contro la radicalizzazione, la polarizzazione e il terrorismo a livello europeo.  E’ vero che anche in Olanda si è venuto nel frattempo affermando un partito populista di destra estrema, ma è anche vero che dal 2004 in poi, nonostante l’alta percentuale di cittadini provenienti da quasi tutti i paesi del mondo, non ci sono più stati attentati terroristici. E ad Amsterdam, come chiunque può constatare,la bicicletta rimane il mezzo di trasporto più diffuso e amato.

 

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