Comune di Milano

Oltre il giardino: Dibattito Pubblico e Energia /Festival dell’Energia 2018

31/05/2018
di Agnese Bertello
Triennale di Milano, 8 giugno 2018 – ore 14,30 Working Group, all’interno del programma dell’XI edizione del Festival dell’Energia, con...
Triennale di Milano, 8 giugno 2018 – ore 14,30 Working Group, all’interno del programma dell’XI edizione del Festival dell’Energia, con aziende del settore energetico, istituzioni ed esperti di partecipazione sull’introduzione del Dibattito Pubblico. Cambia il modo con cui cittadini e imprese si rapporteranno per progettare il futuro del territorio: nuove regole, nuove consapevolezze, nuovo slancio... Read more »

Triennale di Milano,
8 giugno 2018 – ore 14,30

Working Group, all’interno del programma dell’XI edizione del Festival dell’Energia, con aziende del settore energetico, istituzioni ed esperti di partecipazione sull’introduzione del Dibattito Pubblico. Cambia il modo con cui cittadini e imprese si rapporteranno per progettare il futuro del territorio: nuove regole, nuove consapevolezze, nuovo slancio allo sviluppo?

Coordina: Agnese Bertello, Ascolto Attivo srl
Partecipano:
Gianni Bessi, Regione Emilia Romagna
Rosa Berlingieri, LUISS
Tommaso Cassata, Consigliere delegato e Chief Operating Officer, Asja Ambiente Italia SpA
Federico Colosi, Direttore relazioni esterne, Sogin
Antonio Floridia, Agenzia Toscana per la Partecipazione
Mario Giampaolo, LUISS
Lorenzo Lipparini, Assessore alla Trasparenza e Partecipazione Comune di Milano
Giuseppe Meduri, Direzione relazioni istituzionali, a2a
Luca Montani, Direttore comunicazione, MM
Andrea Pillon, Avventura Urbana
Alberto Pirni, Scuola Universitaria Sant’Anna Pisa
Roberto Potì, Executive Vicepresident Edison
Davide Sempio, Senior Stakeholder Relations Coordinator, Snam TAP
Claudio Velardi, FOR
Regione Lombardia*
*tbd

freccia viola Festival dell’Energia

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In ascolto

31/05/2018
di Agnese Bertello
Martedì 5 giugno, dalle 18.00, presso la Stecca 3.0, via De Castilla 26 a Milano, inaugurazione della mostra fotografica e avvio...
Martedì 5 giugno, dalle 18.00, presso la Stecca 3.0, via De Castilla 26 a Milano, inaugurazione della mostra fotografica e avvio di un ciclo di incontri a partire dalle inchieste fotografiche di Filippo Romano. Presentazione del libro “Territori dell’abusivismo. Un progetto per uscire dall’Italia dei condoni” (Donzelli Editore) con Francesco Curci (politecnico di Milano), Enrico Formato... Read more »

Martedì 5 giugno, dalle 18.00, presso la Stecca 3.0, via De Castilla 26 a Milano, inaugurazione della mostra fotografica e avvio di un ciclo di incontri a partire dalle inchieste fotografiche di Filippo Romano.

Presentazione del libro “Territori dell’abusivismo. Un progetto per uscire dall’Italia dei condoni” (Donzelli Editore) con Francesco Curci (politecnico di Milano), Enrico Formato (Università Federico II di Napoli), Federico Zanfi (Politecnico di Milano), Isabella Inti, Filippo Romano.

Tavola rotonda con Lorenzo Lipparini (ass. partecipazione Comune di Milano), Veronica Dini (ass. Circola), Agnese Bertello (Ascolto Attivo), Arturo Lanzani (Politecnico di Milano), Carlo Gallelli (Tempo Riuso).

 

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La città partecipata

04/04/2018
di Agnese Bertello
Il Sistema Bibliotecario Milanese lancia “Tempo di Legalità in Biblioteca”, una due mesi dedicata ad incontri, dibattiti, presentazioni di libri...
Il Sistema Bibliotecario Milanese lancia “Tempo di Legalità in Biblioteca”, una due mesi dedicata ad incontri, dibattiti, presentazioni di libri che indagano a tutto tondo il tema della legalità. L’iniziativa nasce all’interno di “Dopo le mafie. Progetto per la valorizzazione e il recupero partecipato dei beni confiscati alla criminalità” promosso e organizzato dall’Associazione Circola, di cui Ascolto... Read more »

Il Sistema Bibliotecario Milanese lancia “Tempo di Legalità in Biblioteca”, una due mesi dedicata ad incontri, dibattiti, presentazioni di libri che indagano a tutto tondo il tema della legalità. L’iniziativa nasce all’interno di “Dopo le mafie. Progetto per la valorizzazione e il recupero partecipato dei beni confiscati alla criminalità” promosso e organizzato dall’Associazione Circola, di cui Ascolto Attivo è socio fondatore.

Nell’ambito di questo ciclo di iniziative, il 17 aprile alle ore 17,00 alla Biblioteca Valvassori Peroni, si terrà l’incontro “La città partecipata” con Marianella Sclavi, Lorenzo Lipparini, assessore alla Partecipazione del Comune di Milano, e Adriano Paolella.

L’incontro parte da due libri appena usciti “Le nostre città: dalla corruzione alla democrazia partecipata”, curato da Marianella Sclavi, e “Partecipare l’architettura” di Adriano Paolella.

“Le nostre città: dalla corruzione alla democrazia partecipata” è la nuova edizione del libro di Susan Podziba, “Chelsea Story”. L’edizione originale è qui arricchita con contributi firmati da esperti di facilitazione e progettazione partecipata per raccontare esperienze recenti di progettazione partecipata e il modo in cui incidono sul volto delle città, sui processi decisionali, sulla qualità della vita.

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Di pubblica utilità

11/10/2017
di Marianella Sclavi
Questa intervista a Marianella Sclavi è stata realizzata dalla Fondazione Symbola, durante il Festival della Soft Economy, a Treia, nel luglio...
Questa intervista a Marianella Sclavi è stata realizzata dalla Fondazione Symbola, durante il Festival della Soft Economy, a Treia, nel luglio 2017.  Ascolto Attivo era a Treia per presentare il percorso di progettazione partecipata condotto a Camerino con MCArchitects e Sos School of Sustainability, per la ricostruzione del centro storico della città dopo il sisma dell’autunno... Read more »

Questa intervista a Marianella Sclavi è stata realizzata dalla Fondazione Symbola, durante il Festival della Soft Economy, a Treia, nel luglio 2017.  Ascolto Attivo era a Treia per presentare il percorso di progettazione partecipata condotto a Camerino con MCArchitects e Sos School of Sustainability, per la ricostruzione del centro storico della città dopo il sisma dell’autunno precedente.
L’intervista è uscita sul sito del Festival Pubblica Utilità che si terrà ad ottobre 2017.

 

In base alla sua esperienza e alle sue competenze, come definirebbe, oggi, il concetto di “pubblica utilità”? 

Mi occupo di come si costruiscono contesti di mutuo apprendimento e co-progettazione creativa. Il nemico fondamentale di queste pratiche è una abitudine di pensiero che Gregory Bateson nella introduzione di Verso una Ecologia della mente, definisce “soporifera”.

Esempi di spiegazione soporifera sono:
1. “ Non è portato per…” ( gli studi, le lingue, gli sport, la leadership, l’impegno sociale, la cittadinanza attiva, ecc.)
2. “la colpa è della..” (burocrazia, casta, dirigenza, natura umana, il ministero, le istituzioni, ecc).

Bateson, per illustrare il concetto di “spiegazione soporifera” sopra esposto ricorre ad un episodio tratto da una commedia di Molière dove tre accademici medioevali chiedono al candidato “Perché l’oppio fa dormire?” e quello trionfante: “Perché esso possiede un principio soporifero, una virtus dormitiva .”

Sembra che questa scenetta ai tempi di Molière, ovvero nel XVIImo secolo, facesse sbellicare dal ridere le platee per le quali era evidente che la spiegazione del candidato era “finta”, tautologica: “fa dormire perché fa dormire!!”. Ebbene, le platee del XXImo secolo -a quanto mi risulta- non trovano niente di strano né di umoristico nella risposta del candidato. La prendono per buona. La mia conclusione è che siamo talmente assuefatti al pensiero soporifero che ci appare come l’unico possibile. Che altro modo di ragionare c’è?

Il ricorso al pensiero soporifero, che “assume che la causa di un comportamento sia una parola astratta derivata dal comportamento stesso” (G. Bateson), è ormai endemico. Ed è un problema epistemologico fondamentale in quanto impedisce la raccolta di conoscenze necessarie a dirigere il cambiamento.

Il dibattito pubblico attualmente in Italia è dominato da questo approccio che è il contrario del professionista riflessivo, della capacità di imparare dagli incidenti di percorso e dalle buone pratiche; è la negazione di quella epistemologia dei mondi possibili sulla quale si incardina l’attività di progettazione e naturalmente anche quella di co-progettazione creativa.

Senza sconfiggere questa abitudine di pensiero e i campi conversazionali che la sostengono, non è neppure il caso di parlare di “pubblica utilità.”

 

Quali possono essere le caratteristiche e gli ambiti che associa all’idea di “pubblica utilità”? Quali le loro peculiarità?

Qualsiasi contesto dialogico, nel quale le differenze vengono accolte come risorse e trasformate dai partecipanti in occasioni di co-progettazione creativa, è in quanto tale potenzialmente di “pubblica utilità”.

Le due principali palestre di allenamento nelle capacità di base necessarie per familiarizzarsi con una epistemologia dei mondi possibili e imparare a muoversi con scioltezza ed efficacia nella complessità, sono l’HUMOR E L’INTERCULTURA. Più precisamente: le dinamiche sociali dell’umorismo e quelle della buona comunicazione interculturale. In entrambi i casi la correzione di una interpretazione data per scontata avviene grazie alla capacità di vedere le cose anche da un altro punto di vista in precedenza escluso. In entrambi i casi la trasformazione della smentita/fallimento interpretativo in moltiplicazione dei punti di vista, fa approdare a una comprensione più adeguata della situazione di partenza.

Perché la dimensione di pubblica utilità di questo habitat epistemologico sia riconosciuta è necessario potenziare in Italia circuiti autorevoli, capaci di far sì che esso diventi il tratto qualificante in particolare delle istituzioni educative (famiglia, scuola, spazi di socialità) e della Pubblica Amministrazione all’interno di una concezione post-moderna della governance.

Si tratta di abituarsi a raccogliere “incidenti critici”, a possedere una vasta aneddotica di modalità “inusuali” di interpretare/affrontare le questioni spinose, che paiono irresolvibili. Come aveva ben capito Wittgenstein: “Non è vero che l’eccezione conferma la regola. L’eccezione fa emergere possibilità in precedenza escluse.”

 

In base alla sua esperienza, ci sono settori/ambiti emergenti che possono essere oggi collegati al concetto di pubblica utilità?

Il libro Facilitiamoci! (2016) scritto da tre giovani donne neo laureate rispettivamente in ingegneria elettronica, architettura e comunicazione internazionale, è interessante per discutere quali sono i bisogni psicosociali dei giovani d’oggi per tre sue caratteristiche.

1.La denuncia di partenza: “Abbiamo vissuto sulla nostra pelle abusi di chi, in un gruppo, ha più potere, e lo usa esclusivamente per il proprio tornaconto. Conosciamo bene le conseguenze di conflitti rimasti nascosti sotto i tappeti o esplosi in contesti poco sicuri. Abbiamo partecipato ad innumerevoli riunioni estenuanti, dove le decisioni sono state prese per sfinimento o senza un vero consenso dei partecipanti”.

  1. La diagnosi: “Per risolvere questi problemi bisogna cambiare l’humus sociale e culturale che li perpetua”. ( Estensione della famosa citazione di Einstein: “Non si possono risolvere i problemi con le stesse forme di pensiero che li hanno provocati “) 3 Il metodo adottato: usare tutti gli strumenti che il XXI secolo mette a disposizione, da Internet e social network, ai voli low cost, ai programmi europei sulla iniziativa e imprenditorialità giovanile, per osservare personalmente le “buone pratiche” in giro per il pianeta, imparare come si organizzano contesti di mutuo apprendimento e di confronto creativo e incominciare a metterli in atto ovunque sia possibile. Quello che scoprono è che fra sistemi complessi che funzionano e quelli che non funzionano vi è una discontinuità epistemologica radicale che non può essere sottaciuta, che va dichiarata e vissuta con auto-riflessività, mettendo in gioco le proprie emozioni e le proprie storie.

 

Quali sono, secondo lei, i soggetti che si muovono nel perimetro della pubblica utilità e quale il loro ruolo? 

In generale si muovono nel perimetro della pubblica utilità tutti i soggetti, individuali e collettivi – che operano nei settori più diversi – con spirito di innovazione e  secondo dinamiche di dialogo e creatività.

Le sfide perché la pubblica utilità del loro operato sia riconosciuta e valorizzata sono di tre tipi.

In primo luogo, una maggiore consapevolezza delle dinamiche epistemologiche e di gruppo che stanno alla base di queste esperienze. Ascolto attivo, auto-consapevolezza emozionale, gestione alternativa dei conflitti , sono tutti atteggiamenti e comportamenti apprendibili , la cui efficacia e ampiamente verificabile. La dinamica bisociativa della stessa “creatività” (nella vita quotidiana, nell’invenzione scientifica, nelle arti) è stata ampiamente dimostrata dai tempi in cui Arthur Koestler scriveva L’atto creativo , a metà degli anni ’60 .

In secondo luogo la sostituzione delle assemblee organizzate per file di sedie rivolte al palco con una spazialità che consente l’alternanza di lavori in plenaria e in piccoli gruppi e  la presenza di facilitatori garanti di spazi/tempi dedicati all’ascolto reciproco e alla moltiplicazione delle opzioni . Ovvero: sostituire alle  dinamiche di gruppo funzionali al “dibattito” e “argomentazione” (chi ha ragione, chi torto), dinamiche dialogiche e di esplorazione congiunta di mondi possibili.

In terzo luogo e assolutamente fondamentale: dedicare tempo, eventi, ricerche, incontri allo studio ed evidenziazione di “gli spazi della innovazione, del dialogo e creatività nella e con la Pubblica Amministrazione.”  La PA è il nodo in cui la concezione dell’autorità e del potere e la creatività entrano in collisione in Italia più che in altri Paesi, a scapito di queste ultime. Il difetto principale della cultura italiana, la vera “lotta di classe” incompiuta, sta nell’incapacità di sbellicarsi dalle risate rispetto alla subalternità, ai regolamenti e gerghi di un diritto pubblico pretenzioso e parruccone.

 

Guardando al prossimo futuro, come immagina che si evolverà l’idea di pubblica utilità? Quali dinamiche interesseranno questo ambito?

Sono molto interessanti le esperienze di “democrazia sperimentale” in atto in vari Paesi europei, in Canada, negli Usa e in alcuni Paesi della America Latina.  Sono esperienze che mettono radicalmente in discussione l’impianto epistemologico della modernità (vedi Foucault).  In particolare richiedono una redifinizione dei seguenti concetti:

  • “interesse generale”: (da una posizione al di sopra delle parti, all’esito di un processo partecipativo inclusivo e trasparente). Lo slogan alternativo: “tutto il mondo nella stanza”;
  • “maggioranza e minoranza”: (da una concezione dei processi decisionali legittimi basata sull’irrigimentazione del singolo/ della minoranza a una basata sul diritto di ascolto dei singoli e delle minoranze). Slogan alternativo: “Niente per noi senza di noi/ Nothing for us without us”;
  • “terreni comuni” : (da valori e legami ereditati e scontati vs costruiti congiuntamente). Slogan alternativo: “Dalla paura del diverso alla paura dello stesso”;
  • “Partiti”:  (da incanalatori della volontà dei cittadini vs garanti del gioco dell’ascolto). Slogan: gli abitanti e non i partiti sono i principali city makers.

In sintesi: un nuovo senso della politica.

 

In base alla sua esperienza, ci racconti dei ‘casi virtuosi’ che operano negli ambiti che ha segnalato come afferenti all’idea di pubblica utilità (domanda 2)

Un’esperienza recente non diretta da me, ma da Susan E. George , Presidente (custode dello spazio dialogico) della Associazione Italiana di Partecipazione Pubblica – Associazione Italiana di Partecipazione Pubblica  è un corso di formazione per i dirigenti del Comune di Livorno, teso alla attuazione di una Amministrazione 4.0.   L’approccio è quello  promosso in tutto il mondo dal ricercatore e studioso del MIT, Carl Otto Scharmer, che sta “attecchendo” in varie parti del mondo, in particolare nella PA scozzese. Il caso di Livorno è incredibilmente interessante in quanto si è verificata una vera conversione  sia all’interno della Giunta Comunale (M5S) che fra la dirigenza tecnico/amministrativa del Comune.

Poi potrei elencare tutta una serie di esperienze virtuose, sia in Italia che all’estero. Ultimamente come Ascolto Attivo srl, assieme alle mie socie, mi sono occupata del processo di recupero e riqualificazione del complesso di SS Trinità delle Monache (ex ospedale militare) a Napoli e della ricostruzione partecipata di Camerino, accanto al gruppo di lavoro di Mario Cucinella.

In precedenza come Ascolto Attivo srl, abbiamo affiancato un gruppo di cittadini di Pavia che in modo autonomo e auto-finanziato (la consulenza di Ascolto Attivo è stata pagata di tasca loro, cosa abituale negli Usa, ma molto rara in Italia) si sono costituiti in “Arsenale creativo”. Ecco il loro programma (che stanno perseguendo nonostante lo scarso entusiasmo e collaborazione delle istituzioni comunali e politiche). Proposta del percorso partecipativo: “La città che desideriamo. Coinvolgimento della cittadinanza nella progettazione partecipata e creativa dell’area dell’ex Arsenale”

La città di Pavia si trova di fronte a un’occasione unica: nel giro di pochi mesi (quelli previsti dal decreto Sblocca-Italia) i muri dell’ex Arsenale verranno abbattuti e il centro della città si troverà ampliato di circa 140.000 mq (un terzo dell’attuale estensione), con la possibilità di creare un nuovo circuito di spazi e luoghi che dialogano con il resto della città e la potenziano, diventano occasione per un rilancio complessivo della iniziativa sociale, economica e culturale della intera città.

In questa contingenza, un gruppo composito e deciso di cittadini hanno fondato Arsenale Creativo, sulla base della convinzione che l’esito positivo di tale intervento è oggigiorno strettamente dipendente  da un approccio  di progettazione partecipata e creativa, in sintonia con i metodi di democrazia partecipativa cui ricorrono sempre più spesso le amministrazioni delle più importanti città del mondo (vedi fra gli altri, a Parigi, i 23 progetti ReinventerParis e i 20 milioni di euro stanziati nel 2014 per il Bilancio Partecipativo, a New York l’intervento su Ground Zero, a Milano il progetto partecipato Garibaldi e l’Isola Partecipata in atto dal 2012 e i 9 milioni di euro stanziati per il Bilancio Partecipativo del 2015).

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Work in regress: PGT e multiple choice

11/04/2017
di Marianella Sclavi
Il Comune di Milano decide di consultare i cittadini sul Piano di Governo del territorio e lo fa attraverso un...
Il Comune di Milano decide di consultare i cittadini sul Piano di Governo del territorio e lo fa attraverso un questionario basato su multiple choice. Uno strumento che non consente di raggiungere gli obiettivi, cioè di sapere davvero cosa pensano i milanesi rispetto a determinate scelte, né tanto meno, consente un dialogo e uno scambio... Read more »

Il Comune di Milano decide di consultare i cittadini sul Piano di Governo del territorio e lo fa attraverso un questionario basato su multiple choice. Uno strumento che non consente di raggiungere gli obiettivi, cioè di sapere davvero cosa pensano i milanesi rispetto a determinate scelte, né tanto meno, consente un dialogo e uno scambio di saperi. Questo articolo è stato pubblicato su Arcipelago Milano il 4 aprile 2017

 

Ho provato a compilare il questionario che la Giunta del Comune di Milano ha messo on line per fare in modo che i cittadini possano “dare il loro contributo personale alla costruzione del PGT”, ovvero al nuovo Piano di Gestione del Territorio che deve essere approntato e approvato entro il 2017. Ho notato che un articolo di Repubblica su questa iniziativa ha più di centomila “mi piace”, segno di notevole gradimento, ma mi chiedo quanti di questi internauti plaudenti oltre ad approvare in astratto l’idea della consultazione, abbiano letto le domande e riflettuto sulla concezione del “sapere comune” che gli estensori del questionario danno per scontata.

Il questionario è composto di 43 domande, tutte multiple choice. La prima che mi sono trovata di fronte è la seguente: “Secondo lei quali sono le regole urbanistiche più impor- tanti per il buon funzionamento della città ?” Segue elenco di 12 regole fra le quali si chiede alla/al cittadina/o di selezionarne al massimo tre a scelta fra “Indifferenza funzionale”, “Perequazione urbanistica” , “Indicazioni morfologiche”, “Parametri urbanistici”, “Edilizia residenziale sociale”, “Mutamenti di destinazione d’uso” e altri concetti notoriamente tipici e fondanti del “sapere comune”. I compilatori, bontà loro, presi dal dubbio, aggiungono in nota altrettante chiarificazioni del tipo: “ Mutamenti di Destinazione d’Uso: è il passaggio da una funzione urbana a un’altra così come definite nelle Norme di attuazione del Piano delle Regole”. Ah, adesso capisco – disse la casalinga al pensionato – mentre al bar – lasciata da parte la settimana enigmistica si dedicano alla compilazione del questionario – riguardava il Piano delle Regole! Come abbiamo fatto a non pensarci. Chiedo scusa per l’ironia, ma io stessa che un po’ di familiarità su questi temi l’ho acquisita, non sono in grado di fare una scelta senza avere in mente un concreto contesto di riferimento e nella misura in cui il PGT si occuperà praticamente di tutti i contesti concreti che mi vengono in mente, mi pare chiaro che il problema non sarà scegliere tre regole, ma scoprire come coordinarle tutte fra loro.

La seconda domanda è ancora più allucinante in quanto si viene messi di fronte ad un elenco di 14 direttrici valoriali (che gli autori chiamano “argomenti”) che vanno da “È necessaria una “visione metropolitana” , alla “Riduzione del consumo del suolo”, “Risorse energetiche ed ambientali”, “Utilizzo dell’assetto viabilistico e mobilità”, fino a (ultima) “Capacità di adattamento al cambiamento climatico” e viene chiesto di esprimere “una valutazione” per ognuna di queste voci, dove 1 indica “per nulla importante” e 4 “ molto importante”. Qui una domanda la faccio io: ma pensate davvero di poter elaborare un PGT in cui una qualsiasi di queste direttrici, che ne so, la “visione metropolitana” è poco importante? Ho messo 4 a tutte quante e così me la sono cavata. Sono andata a vedere come altri hanno interpretato questa domanda e ho trovato che ogni associazione cerca di far “votare” le sue tematiche e valori fondativi. Per esempio nel sito del Parco Sud viene suggerito di dare il massimo dei voti “al verde, ai servizi e, neanche a dirlo, al bassissimo ricorso a nuovo cemento. “Il che va benissimo, tranne il fatto che per farlo – stante questo format – si devono svalutare altri valori i quali non solo non sono incompatibili, ma sono assolutamente complementari e necessari.

Nella scelta di questo format sono impliciti dei presupposti su cosa significa “pensare”, “dialogo” rapporto fra “sapere tecnico” e “sapere comune”, che sono un drammatico passo a ritroso rispetto le conquiste nel modo di concepire la governance che la Amministrazione Pisapia ha lasciato in eredità, facendo di Milano una città europea, e che la stessa attuale Giunta ha espresso quando ha definito i 5 punti delle linee guida sulla cui base ragionare con i cittadini e tutti i portatori di interesse per il nuovo PGT. Ma appunto si tratta di “ragionare”, di creare degli spazi di mutuo apprendimento. Mi limito a tre punti.
Primo: le risposte a un questionario a domande chiuse non ci dicono cosa la gente “pensa”, ma solo “cosa risponde a quelle domande”; perchè vi sia “pensiero” è indispensabile la facoltà di mettere in discussione le domande stesse, di riformularle. Secondo: la differenza fra “opinioni grezze” e “opinioni informate”. Il politologo James Fishkin ha dimostrato una volta per tutte, col sondaggio deliberativo, che se si offre la possibilità ai membri di un campione statistico di incontrarsi e di avere tutte le informazioni che ritengono utili, il 70% di loro al termine di questa esperienza, riformula la proprio opinione, la cambia. Una democrazia deve creare costantemente contesti nei quali i cittadini possano incontrarsi e divenire come minimo cittadini informati. Terzo e ultimo, la differenza fra sapere tecnico e sapere comune. In quella che a tutti gli effetti si può considerare una “Carta della Partecipazione” votata dalla giunta Pisapia nel maggio del 2016, che è un piccolo manuale per una politica partecipativa, è molto chiaro che per “sapere comune” non si intende andare in giro a chiedere “le opinioni” della gente, ma ascoltare le loro “esperienze tangibili” e “concrete”. Quel documento intitolato “Progettare insieme la città” elenca una serie di metodi grazie ai quali: “responsabiità politica e sapere tecnico vengono spinte a confrontarsi con il sapere comune per ritrovarsi arricchite sia con riferimento alle alternative praticabili sia con riferimento alle decisioni finali”.

Provate ad applicare questi principi alle domande del questionario. La terza domanda chiede una valutazione sempre da 1 a 4 su 16 voci relative alla dotazione dei servizi della città e/ o del proprio quartiere. L’idea degli estensori è di ricavare informazioni su cosa “secondo i cittadini” funziona meglio o peggio relativamente a: “attività amministrative”, “attrezzature religiose”, “protezione civile”, “servizi sociali” e così via. È un approccio che Marx chiamava per “astrazioni indeterminate” e che perpetua l’antico vizio italico “dell’orrore del particolare e amore per la vaga generalità”.

Le domande rimanenti si riferiscono ai 5 punti delle linee guida per il PGT che hanno come titoli: 1. Attrattività e inclusione, 2. Rigenerazione urbana e recupero degli edifici, 3. Resilienza e adattamento ai cambiamenti, 4. Qualità degli spazi e dei servizi per rilanciare le periferie, e 5. Semplificazione e partecipazione dei cittadini al governo della città. Questi punti sono sviluppati in una paginetta che è un piccolo capolavoro di sintesi non a scapito della complessità. L’idea che la competenza nella governance vada di pari passo con la capacità di accoglienza e di attrattività, non è banale. Niente di questi punti è banale. Ma appunto per questo non potete chiedermi di “valutare” (??) ognuna di queste voci e un elenco di relative sotto-voci con un giudizio da 1 a 4. Per favore!

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