Marianella Sclavi

Corso per facilitatori in Sardegna

26/04/2017
di Agnese Bertello
Ascolto Attivo va in tournée in terra sarda.  Da luglio 2017 a novembre 2017, presso la Casa per la Pace...
Ascolto Attivo va in tournée in terra sarda.  Da luglio 2017 a novembre 2017, presso la Casa per la Pace di Ghilarza (OR), si terrà il Corso per facilitatori. Si tratta di 5 appuntamenti residenziali, dal venerdì pomeriggio alla domenica mattina, in cui approfondiremo tecniche, metodi, esperienze di facilitazione, gestione creativa dei conflitti, progettazione partecipata.... Read more »

Ascolto Attivo va in tournée in terra sarda. 
Da luglio 2017 a novembre 2017, presso la Casa per la Pace di Ghilarza (OR), si terrà il Corso per facilitatori. Si tratta di 5 appuntamenti residenziali, dal venerdì pomeriggio alla domenica mattina, in cui approfondiremo tecniche, metodi, esperienze di facilitazione, gestione creativa dei conflitti, progettazione partecipata.
L’obiettivo è creare una rete di facilitatori, di leader facilitativi, capaci di sostenere la crescita delle comunità territoriali, nella loro specificità, favorendo innovazione sociale e culturale.

L’intero corso costa 650 euro, comprensivi di alloggio. I singoli appuntamenti invece costano 2oo euro.
Per maggiori informazioni e iscrizioni: tinafadda@tiscali.it

Scarica la locandina

 

 

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Gestione creativa dei conflitti e didattica laboratoriale

21/04/2017
di Agnese Bertello
Tornano i seminari rivolti agli insegnanti in collaborazione con l’associazione Paesaggi Educativi. Dal 18 al 21 luglio 2017 saremo a...
Tornano i seminari rivolti agli insegnanti in collaborazione con l’associazione Paesaggi Educativi. Dal 18 al 21 luglio 2017 saremo a San Giovanni in Galilea per 4 giorni intensi di lavoro insieme con Gabriella Giornelli, Susan George e Alessandra Zagli. Programma Martedì 18 luglio (pomeriggio) e mercoledì 19 luglio Fare rabdomanzia ovunque attraverso la Teoria U e... Read more »

Tornano i seminari rivolti agli insegnanti in collaborazione con l’associazione Paesaggi Educativi.
Dal 18 al 21 luglio 2017 saremo a San Giovanni in Galilea per 4 giorni intensi di lavoro insieme con Gabriella Giornelli, Susan George e Alessandra Zagli.

Programma

Martedì 18 luglio (pomeriggio) e mercoledì 19 luglio
Fare rabdomanzia ovunque attraverso la Teoria U e il Social Presencing Theatre Susan George (AIP2), Alessandra Zagli (Lama Development and Cooperation Agency)

Giovedì 20 luglio
L’insegnante mediatore: esperienze a scuola di facilitazione degli apprendimenti e delle
relazioni
Gabriella Giornelli (Paesaggi Educativi)

Venerdì 21 luglio
Esperienze di facilitazione e mediazione in contesti multiparte
Agnese Bertello e Marianella Sclavi (Ascolto Attivo)

Sabato 22 luglio (mattina)
Gestione dei conflitti e humor
Marianella Sclavi (Ascolto Attivo)

Pacchetti
18 – 19 luglio: 100€ 20 luglio: 50€
21 luglio: 50€
22 luglio: 30€
18 – 22 luglio: 180€

Iscrizioni
lellagiornelli@alice.it; abazzocchi@alice.it.
Pernottamento e pasti: nel paese di San Giovanni in Galilea e nei dintorni si trova possibilità di vitto e alloggio a basso costo.

Scarica la presentazione e il modulo d’iscrizione

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Per una gestione costruttiva dei conflitti

11/04/2017
di Marianella Sclavi
L’intervista di Giandiego Carastro a Marianella Sclavi è uscita on line su C3Dem.   È stato da poco ristampato da...
L’intervista di Giandiego Carastro a Marianella Sclavi è uscita on line su C3Dem.   È stato da poco ristampato da IPOC il saggio Confronto creativo di Marianella Sclavi e Lawrence Susskind. Marianella Sclavi ha insegnato etnografia urbana al Politecnico di Milano ed è un’esperta di “ascolto attivo” e “gestione creativa dei conflitti”. Si è interessata sia di... Read more »

L’intervista di Giandiego Carastro a Marianella Sclavi è uscita on line su C3Dem.

 

È stato da poco ristampato da IPOC il saggio Confronto creativo di Marianella Sclavi e Lawrence Susskind. Marianella Sclavi ha insegnato etnografia urbana al Politecnico di Milano ed è un’esperta di “ascolto attivo” e “gestione creativa dei conflitti”. Si è interessata sia di buona comunicazione interculturale che degli ingredienti delle ‘scuole felici’, mostrando come l’ascolto attivo sia un elemento virtuoso fondamentale in entrambi i campi. L’abbiamo intervistata perché con “Confronto creativo” esplora le dinamiche della vita pubblica e riesce a descrivere in modo originale ed efficace non solo gli aspetti negativi, ma, cosa rara, anche e soprattutto quelli positivi del confronto. E, in un’epoca in cui sembra che la conflittualità sia il registro dominante di tanti rapporti, può esser una strategia a cui fare riferimento.

 

Lei ha viaggiato molto, e ha esplorato diverse aree culturali in America, Europa, ecc. Ha appreso molto ed è diventata maieuta di molte esperte ed esperti di processi partecipativi. Chi è dunque Marianella Sclavi? Quali sono stati i suoi “incontri” decisivi per mettere a punto e offrire all’attenzione del pubblico il metodo del “confronto creativo”?
Incomincio dalla parte finale della domanda. Un incontro decisivo, anche se preceduto da parecchi altri, è stato quello con Lawrence Susskind del MIT. Susskind è stato fra i fondatori nella prima metà degli anni ’80 del Program on Negotiation (Pon) della Harvard Law School, che è un prestigioso e attivissimo laboratorio internazionale di Alternative Dispute Resolution (ADR). La mia impressione, frequentandolo, è che tutti gli attivisti e innovatori più interessanti del mondo, prima o poi passano di lì. Nel 1987 Susskind ha pubblicato un libro intitolato Breaking the Impasse. Consensual approaches to resolving Public Disputes (scritto con Jeffrey Cruikshank) che sostanzialmente applica la ADR alle Dispute Pubbliche e sostiene che la crisi delle decisioni pubbliche e della governance dopo gli anni ‘70 è legata, da un lato, alla necessità di ampliare l’arco dei soggetti che vi partecipano e, dall’altro, al non saper valorizzare i conflitti di cui i diversi soggetti sono portatori, al fine di praticare  progettualità creative, trasparenti, e muovere verso soluzioni di mutuo gradimento. In altre parole: non è sufficiente ampliare gli attori coinvolti nelle decisioni e le informazioni di cui ognuno dispone in partenza; sono assolutamente necessarie le dinamiche inter-individuali e di gruppo dell’ADR. È una tesi molto radicale che io condivido ed è quella che ci ha fatto incontrare e collaborare.

Come ha scoperto la ADR e in che cosa consiste?
Ho scoperto l’esistenza dell’ADR grazie ai pionieri urbani che avevano risanato un quartiere del Sud Bronx. All’inizio degli anni ’90 stavo svolgendo una ricerca sul campo per carpire i segreti di questo successo quasi incredibile. Uno dei segreti riguardava il trattare le situazioni di conflitto con metodi innovativi, come l’ADR. L’ADR nasce da una serie di studi sulle differenze fra le dinamiche messe in atto nei conflitti che hanno avuto un esito positivo, di mutuo gradimento, e gli altri dove il conflitto si perpetua o va in escalation. Nei casi positivi, le parti in gioco adottano reciprocamente un atteggiamento esplorativo senza fretta di giudicare e di arrivare a delle conclusioni. E’ un percorso con passaggi precisi: prima si cerca di capire quali sono gli interessi e le preoccupazioni al di là delle posizioni e rivendicazioni reciproche, poi ci si dedica assieme alla moltiplicazione delle opzioni (buone pratiche, combinazioni precedentemente escluse, ecc) e solo alla fine ci si impegna a inventare soluzioni di mutuo gradimento. Si tratta di uscire dalla logica “io vinco tu perdi” e viceversa e da un atteggiamento giudicante, di urgenza classificatoria. Si tratta di diventare “esploratori di mondi possibili”. Poi questa ricerca è stata pubblicata col titolo “La Signora va nel Bronx”.

Il contatto con Susskind, concretamente, da cosa nasce?
Nel 2005 Susskind, che insegna al MIT, ha organizzato un convegno di tre giorni per far incontrare due circuiti che operavano (e ancor oggi non di rado operano) per compartimenti stagni: i principali teorici della Democrazia Deliberativa (DD) e i “practitioners” della Alternative Dispute Resolution (ADR), la trasformazione creativa dei conflitti. Erano presenti fra gli altri Jane Mansbridge, James Fishkin, Susan Potziba, Carolyn Lukensmeyer e molti altri, e solo due europei, un giovane olandese e io. Io c’ero arrivata con la presentazione di John Forester della Cornell University che conosceva i lavori che avevo fatto a Torino con Avventura Urbana negli anni ’90, in cui avevo operato come esperta di arte di ascoltare e di gestione creativa dei conflitti nei processi partecipativi. Da lì ho ottenuto un invito come visiting scholar al MIT e al Program on Negotiation della Harvard Law School,  nel 2006. Poi con Susskind abbiamo scritto il libro “Confronto Creativo “ che presenta quest’approccio e queste problematiche in Italia.

In Confronto creativo, parla di una cittadina fittizia ma in cui tutti noi vorremmo vivere: Dolceriviera. Lei parla di come in questo paese alcuni cittadini abbiamo realizzato il metodo del confronto creativo per raggiungere l’obiettivo di presentare il 150° dell’Unità d’Italia ai più giovani. Quali sono le Dolceriviera reali che ha trovato nel suo cammino, magari anche solo parzialmente?
Nel libro sono raccontate una serie di esperienze fondative, negli Usa, in Sud Africa e anche in Italia nelle quali questo approccio ha preso corpo. Aver conosciuto personalmente alcune persone, come Carolyn Lukensmeyer e Susan Potziba che hanno diretto e gestito processi partecipativi estremamente complessi con esiti molto positivi, per me è stato fondamentale perché mi ha dato il coraggio di provarci anche io. Fra le esperienze italiane che ho diretto e facilitato quella più affine a Dolceriviera è il processo partecipativo del 2007 a Livorno, dove su incarico del sindaco sono state coinvolte parecchie decine di giovani nella stesura delle linee guida per il riuso di un edificio di 750mq nel cuore della città, il “Cisternino”, ex Casa della Cultura, da destinare a spazio ideativo e culturale per i giovani. Però la simulazione di Dolceriviera, alla quale è dedicata tutta la parte centrale del libro, serve fondamentalmente a mostrare i vari trucchi, ingredienti, passaggi di un processo deliberativo che poggia sull’ascolto attivo e la gestione creativa dei conflitti (che sono le mie declinazioni della ADR). In particolare questo è un caso che parte dal coinvolgimento di varie categorie di giovani per progettare le iniziative dei 150 anni di Unità d’Italia, e diventa un programma di risanamento economico/culturale della intera città. Ascoltando i singoli partecipanti e aiutandoli ad ascoltarsi fra loro, viene fuori, infatti, che “qui c’è poco da festeggiare”, non solo i giovani non trovano lavoro, ma gli albergatori e i commercianti sono preoccupati, le scuole fanno fatica a mettersi in sintonia con le nuove generazioni, e così via. E quindi man mano che la “cabina di regia” allarga i contatti, le idee che nascono non riguardano solo i festeggiamenti, ma iniziative che potrebbero creare posti di lavoro in un ripensamento generale del modo con il quale la città si vede e si presenta. Questo non è ottenibile con un approccio “alla Habermas” o di semplice “dibattito allargato” come è – per esempio – il Dibattito Pubblico francese, che stiamo importando in Italia. Confronto Creativo implica il passaggio del contesto di incontro dal “dibattito e argomentazione” al “dialogo e ADR”.

Quindi lei ritiene che il Dibattito Pubblico e comunque l’ampliamento di spazi di confronto che nel libro lei e Susskind chiamate “parlamentari”, basati sulla argomentazione aperta e trasparente, siano manipolatori o comunque insufficienti?
Non necessariamente manipolatori (anche se i politici di solito li vedono come funzionali al consenso e non alla elaborazione di diagnosi diverse dalle loro), ma quasi sempre insufficienti. Il Débat Public come procedura obbligatoria di coinvolgimento dei territori interessati alle decisioni è un aggiustamento, un voler supportare la democrazia rappresentativa con un supplemento di informazioni, di punti di vista. Richiede che vengano sviluppati scenari alternativi, e questo è positivo, e anche che il progetto iniziale possa essere cassato del tutto, come in effetti è successo in Francia più di una volta, e anche questo è positivo. Ma tutto ciò non tiene conto che la crisi della comunicazione ormai è tale da richiedere, anche solo per ottenere per davvero questi esiti, una rottura epistemologica molto più chiara e radicale. Non credo si possano fare dei veri passi in avanti rimanendo nella ambiguità. Un dialogo non è un dibattito cortese in cui gli interlocutori si fanno a vicenda presenti i pro e contro delle rispettive posizioni, come in un balletto. Degli spazi dialogici, come quelli richiesti da processi di democrazia, che funzionano per davvero sono rigorosamente basati su altre regole.

Il suo libro più famoso è Arte di ascoltare e mondi possibili. Da cosa nasce e come si collega a questo suo impegno nel campo della progettazione partecipata?
È un libro originariamente rivolto agli studenti di architettura e urbanistica del Politecnico di Milano dove insegnavo, ed è tutto incentrato sul concetto di “cornici”, di assunti impliciti che dobbiamo mettere in discussione per ampliare le opzioni al di là degli archi di possibilità dati per scontati nel mondo sociale di cui siamo parte. Sono lezioni che procedono a colpi di esercizi di fenomenologia sperimentale e di etnometodologia (i “patafisici delle scienze sociali”) per provocare esperienze di auto-riflessività. Quali sono le emozioni che accompagnano un’uscita dalle cornici date per scontate? Come possiamo interpretarle per favorire l’innovazione? Che rapporto c’è fra le dinamiche dell’umorismo, quelle della buona comunicazione interculturale e la progettazione creativa? E così via. Gli studenti di solito venivano a dirmi: “È stato molto utile con la mia ragazza”. Ed è un buon inizio. L’incontro fondamentale che sta alla base di tutto questo è con Gregory Bateson e la sua “Ecologia della mente”. Poi si sono aggiunti Michail Bachtin, Arthur Koestler, Wittgenstein e molti altri.

Che rapporto c’è fra umorismo e progettazione creativa?
Per tutti i miei autori prediletti, Bateson, Wittgenstein, Bachtin, Koestler, Von Foerster, De Bono, e i maestri del pensiero Zen, le dinamiche dell’umorismo e quelle della buona conoscenza praticamente coincidono. Per loro l’umorismo è una palestra nella quale ci si può allenare in modo non traumatico a uscire dai luoghi comuni del linguaggio e del pensiero che altrimenti ci tengono prigionieri e ottundono la nostra intelligenza. L’umorismo è un campo del sapere specializzato nelle tecniche e nei trucchi per produrre momenti di spiazzamento, defamiliarizzazione, spaesamento: tutti stati d’animo fondamentali per perserguire l’auto-riflessività, il distacco e il coinvolgimento necessari alla buona conoscenza e a un’ecologia della mente. Perché nel lavoro di gruppo la smentita non ci induca a irritarci e offenderci, ma a ridere di noi stessi, e perchè l’assurdità e il non senso non siano stupidi ma illuminanti, sono necessarie alcune condizioni di contesto, alcune “premesse implicite” che sono fondamentalmente le stesse (con poche varianti) di quelle operanti in una buona storiella umoristica, in un motto di spirito ben riuscito. In effetti se dovessi dire di cosa mi occupo, la risposta in cui più mi riconosco sarebbe: di “salto al di là dell’ovvio”, come facilitarlo, con quali stratagemmi.

Nel Suo libro L’arte di ascoltare, ripropone un decalogo scritto da Alexander Langer (ne Il viaggiatore leggero, Sellerio 1996). Può dirci cosa ha significato per lei Langer?
Vi è tutta una serie di persone sagge che applicano questi principi perché a loro appaiono ovvi, puro buon senso. E in effetti è “buon senso” che però si conquista mettendo in discussione molte abitudini di pensiero che diamo per scontate. Richiede che si capiscano i limiti del senso comune. Alex Langer era un “natural” della uscita dalle cornici soporifere che ci soffocano. Come del resto lo è Papa Francesco o lo era il Cardinal Martini; in particolare gli incontri organizzati da Martini e pubblicati col titolo La Cattedra dei non credenti spesso mi hanno fatto venire in mente il pensiero e specialmente il modo di vivere di Alex Langer. Invece, tanto per concludere drammaticamente, il pensiero e la pratica della “lotta armata” (Brigate rosse e altri) era tutta interna alle cornici date per scontate ed è molto interessante su questo Il libro dell’incontro (Il Saggiatore 2015), recentemente uscito, che narra i dialoghi segreti avvenuti dal 2007 in poi fra vittime o parenti delle vittime e responsabili della lotta armata. Non a caso la cornice che ha reso possibili questi incontri è garantita da esperti di “giustizia riparativa”, una modalità di giustizia basata sull’arte di ascoltare e la gestione creativa dei conflitti. Senza questa cornice, questo livello di parola e di ascolto non sarebbe stato possibile.

Lei si è occupata anche del conflitto nella ex Jugoslavia e in Israele-Palestina…
Riporto una testimonianza dal libro che ho appena citato: “Noi pensavamo che la violenza dello Stato e la violenza della rivoluzione fossero distinte. In realtà, se scegli il terreno della violenza, diventi simmetrico a chi ha il monopolio della violenza, nel caso specifico lo Stato. Non fai altro che riprodurre ciò che tu vorresti combattere. È un discorso di simmetria: pensi di essere il nemico di quell’altro, in realtà ne stai diventando il figlio” (p. 83). Occupandomi di conflitti insanabili (e di umorismo) mi è parso chiaro che l’epistemologia dominante è priva di difese e di cure nei riguardi della violenza. La nostra cultura dominante è al fondo violenza edulcorata. È dimostrabile che la gestione creativa dei conflitti è assente dal nostro repertorio di possibilità. Possiamo provare a mettere un freno alla violenza, ad argomentare in modo educato invece che a suon di insulti, ma ormai questo non è più sufficiente. Basta guardarsi attorno. La cosa più sensata è cambiare radicalmente epistemologia.

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Work in regress: PGT e multiple choice

11/04/2017
di Marianella Sclavi
Il Comune di Milano decide di consultare i cittadini sul Piano di Governo del territorio e lo fa attraverso un...
Il Comune di Milano decide di consultare i cittadini sul Piano di Governo del territorio e lo fa attraverso un questionario basato su multiple choice. Uno strumento che non consente di raggiungere gli obiettivi, cioè di sapere davvero cosa pensano i milanesi rispetto a determinate scelte, né tanto meno, consente un dialogo e uno scambio... Read more »

Il Comune di Milano decide di consultare i cittadini sul Piano di Governo del territorio e lo fa attraverso un questionario basato su multiple choice. Uno strumento che non consente di raggiungere gli obiettivi, cioè di sapere davvero cosa pensano i milanesi rispetto a determinate scelte, né tanto meno, consente un dialogo e uno scambio di saperi. Questo articolo è stato pubblicato su Arcipelago Milano il 4 aprile 2017

 

Ho provato a compilare il questionario che la Giunta del Comune di Milano ha messo on line per fare in modo che i cittadini possano “dare il loro contributo personale alla costruzione del PGT”, ovvero al nuovo Piano di Gestione del Territorio che deve essere approntato e approvato entro il 2017. Ho notato che un articolo di Repubblica su questa iniziativa ha più di centomila “mi piace”, segno di notevole gradimento, ma mi chiedo quanti di questi internauti plaudenti oltre ad approvare in astratto l’idea della consultazione, abbiano letto le domande e riflettuto sulla concezione del “sapere comune” che gli estensori del questionario danno per scontata.

Il questionario è composto di 43 domande, tutte multiple choice. La prima che mi sono trovata di fronte è la seguente: “Secondo lei quali sono le regole urbanistiche più impor- tanti per il buon funzionamento della città ?” Segue elenco di 12 regole fra le quali si chiede alla/al cittadina/o di selezionarne al massimo tre a scelta fra “Indifferenza funzionale”, “Perequazione urbanistica” , “Indicazioni morfologiche”, “Parametri urbanistici”, “Edilizia residenziale sociale”, “Mutamenti di destinazione d’uso” e altri concetti notoriamente tipici e fondanti del “sapere comune”. I compilatori, bontà loro, presi dal dubbio, aggiungono in nota altrettante chiarificazioni del tipo: “ Mutamenti di Destinazione d’Uso: è il passaggio da una funzione urbana a un’altra così come definite nelle Norme di attuazione del Piano delle Regole”. Ah, adesso capisco – disse la casalinga al pensionato – mentre al bar – lasciata da parte la settimana enigmistica si dedicano alla compilazione del questionario – riguardava il Piano delle Regole! Come abbiamo fatto a non pensarci. Chiedo scusa per l’ironia, ma io stessa che un po’ di familiarità su questi temi l’ho acquisita, non sono in grado di fare una scelta senza avere in mente un concreto contesto di riferimento e nella misura in cui il PGT si occuperà praticamente di tutti i contesti concreti che mi vengono in mente, mi pare chiaro che il problema non sarà scegliere tre regole, ma scoprire come coordinarle tutte fra loro.

La seconda domanda è ancora più allucinante in quanto si viene messi di fronte ad un elenco di 14 direttrici valoriali (che gli autori chiamano “argomenti”) che vanno da “È necessaria una “visione metropolitana” , alla “Riduzione del consumo del suolo”, “Risorse energetiche ed ambientali”, “Utilizzo dell’assetto viabilistico e mobilità”, fino a (ultima) “Capacità di adattamento al cambiamento climatico” e viene chiesto di esprimere “una valutazione” per ognuna di queste voci, dove 1 indica “per nulla importante” e 4 “ molto importante”. Qui una domanda la faccio io: ma pensate davvero di poter elaborare un PGT in cui una qualsiasi di queste direttrici, che ne so, la “visione metropolitana” è poco importante? Ho messo 4 a tutte quante e così me la sono cavata. Sono andata a vedere come altri hanno interpretato questa domanda e ho trovato che ogni associazione cerca di far “votare” le sue tematiche e valori fondativi. Per esempio nel sito del Parco Sud viene suggerito di dare il massimo dei voti “al verde, ai servizi e, neanche a dirlo, al bassissimo ricorso a nuovo cemento. “Il che va benissimo, tranne il fatto che per farlo – stante questo format – si devono svalutare altri valori i quali non solo non sono incompatibili, ma sono assolutamente complementari e necessari.

Nella scelta di questo format sono impliciti dei presupposti su cosa significa “pensare”, “dialogo” rapporto fra “sapere tecnico” e “sapere comune”, che sono un drammatico passo a ritroso rispetto le conquiste nel modo di concepire la governance che la Amministrazione Pisapia ha lasciato in eredità, facendo di Milano una città europea, e che la stessa attuale Giunta ha espresso quando ha definito i 5 punti delle linee guida sulla cui base ragionare con i cittadini e tutti i portatori di interesse per il nuovo PGT. Ma appunto si tratta di “ragionare”, di creare degli spazi di mutuo apprendimento. Mi limito a tre punti.
Primo: le risposte a un questionario a domande chiuse non ci dicono cosa la gente “pensa”, ma solo “cosa risponde a quelle domande”; perchè vi sia “pensiero” è indispensabile la facoltà di mettere in discussione le domande stesse, di riformularle. Secondo: la differenza fra “opinioni grezze” e “opinioni informate”. Il politologo James Fishkin ha dimostrato una volta per tutte, col sondaggio deliberativo, che se si offre la possibilità ai membri di un campione statistico di incontrarsi e di avere tutte le informazioni che ritengono utili, il 70% di loro al termine di questa esperienza, riformula la proprio opinione, la cambia. Una democrazia deve creare costantemente contesti nei quali i cittadini possano incontrarsi e divenire come minimo cittadini informati. Terzo e ultimo, la differenza fra sapere tecnico e sapere comune. In quella che a tutti gli effetti si può considerare una “Carta della Partecipazione” votata dalla giunta Pisapia nel maggio del 2016, che è un piccolo manuale per una politica partecipativa, è molto chiaro che per “sapere comune” non si intende andare in giro a chiedere “le opinioni” della gente, ma ascoltare le loro “esperienze tangibili” e “concrete”. Quel documento intitolato “Progettare insieme la città” elenca una serie di metodi grazie ai quali: “responsabiità politica e sapere tecnico vengono spinte a confrontarsi con il sapere comune per ritrovarsi arricchite sia con riferimento alle alternative praticabili sia con riferimento alle decisioni finali”.

Provate ad applicare questi principi alle domande del questionario. La terza domanda chiede una valutazione sempre da 1 a 4 su 16 voci relative alla dotazione dei servizi della città e/ o del proprio quartiere. L’idea degli estensori è di ricavare informazioni su cosa “secondo i cittadini” funziona meglio o peggio relativamente a: “attività amministrative”, “attrezzature religiose”, “protezione civile”, “servizi sociali” e così via. È un approccio che Marx chiamava per “astrazioni indeterminate” e che perpetua l’antico vizio italico “dell’orrore del particolare e amore per la vaga generalità”.

Le domande rimanenti si riferiscono ai 5 punti delle linee guida per il PGT che hanno come titoli: 1. Attrattività e inclusione, 2. Rigenerazione urbana e recupero degli edifici, 3. Resilienza e adattamento ai cambiamenti, 4. Qualità degli spazi e dei servizi per rilanciare le periferie, e 5. Semplificazione e partecipazione dei cittadini al governo della città. Questi punti sono sviluppati in una paginetta che è un piccolo capolavoro di sintesi non a scapito della complessità. L’idea che la competenza nella governance vada di pari passo con la capacità di accoglienza e di attrattività, non è banale. Niente di questi punti è banale. Ma appunto per questo non potete chiedermi di “valutare” (??) ognuna di queste voci e un elenco di relative sotto-voci con un giudizio da 1 a 4. Per favore!

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URBACT 2nd Chance – Napoli

11/04/2017
di Agnese Bertello
Nel maggio 2016, la Commissione Europea ha annunciato l’ammissione alla seconda fase del Progetto “2nd Chance – Waking up the...
Nel maggio 2016, la Commissione Europea ha annunciato l’ammissione alla seconda fase del Progetto “2nd Chance – Waking up the sleeping giants”, nell’ambito del programma internazionale URBACT III, coordinato dall’Assessorato alle politiche urbane ed urbanistica del Comune di Napoli. Nell’ambito del programma, di cui Napoli è città capofila, sono coinvolte le seguenti città partner: Liverpool... Read more »

Nel maggio 2016, la Commissione Europea ha annunciato l’ammissione alla seconda fase del Progetto “2nd Chance – Waking up the sleeping giants”, nell’ambito del programma internazionale URBACT III, coordinato dall’Assessorato alle politiche urbane ed urbanistica del Comune di Napoli.

Nell’ambito del programma, di cui Napoli è città capofila, sono coinvolte le seguenti città partner: Liverpool (Regno Unito), Lublino (Polonia), Maribor (Slovenia), Brussel (Belgio), Caen (Francia), Chemnitz (Germania), Gijon (Spagna), Liverpool (Regno Unito), Lublino (Polonia), Maribor (Slovenia), Agenzia per lo Sviluppo della Città di Dubrovnik (D.U.R.A. – Croazia), Università di Genova (Italia), Società di riqualificazione urbana Porto Vivo di Porto (PV PORTO VIVO SRU – Portogallo). Questa rete di città europee ha l’obiettivo di confrontarsi sul tema della riqualificazione e del riuso dei grandi immobili abbandonati o parzialmente utilizzati ed elaborare, tramite laboratori di urbanistica partecipata in ogni città, strategie e piani di azione locale.

Il Comune di Napoli ha scelto di focalizzare l’elaborazione del Local Action Plan del progetto “2nd Chance” sul recupero e la rifunzionalizzazione del complesso della Ss. Trinità delle Monache (ex Ospedale Militare), nell’ottica di una rigenerazione urbana con riferimento al contesto territoriale in cui esso è inserito (Quartieri Spagnoli e Montesanto) e attraverso un processo partecipativo che coinvolga gli attori locali interessati. Tale attività dovrà concludersi entro Dicembre 2017.

Ascolto Attivo è tra gli esperti coinvolti per la conduzione del percorso di progettazione partecipata. In particolare, Ascolto Attivo curerà il laboratorio di visioning su Futuri Possibili, l’Open Space Technology e il laboratorio di confronto creativo successivo. A questi laboratori, sono affiancati dei momenti formativi su ascolto attivo, gestione creativa dei conflitti, leadership facilitativa rivolti a tutti i cittadini interessati.

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