Mario Cucinella

Workshop alla Biennale di Architettura 2018

09/10/2018
di Agnese Bertello
Venerdì 26 ottobre 2018 a partire dalle 14.30, nel Padiglione Italia, alla Biennale di Architettura di Venezia si svolgerà un...
Venerdì 26 ottobre 2018 a partire dalle 14.30, nel Padiglione Italia, alla Biennale di Architettura di Venezia si svolgerà un workshop dal titolo “La sperimentazione dell’edificio ibrido di Arcipelago” per raccontare l’esperienza di progettazione che ha portato alla realizzazione dei 5 progetti in mostra nel padiglione. Al workshop prenderanno parte tutti i progettisti e alcuni... Read more »

Venerdì 26 ottobre 2018 a partire dalle 14.30, nel Padiglione Italia, alla Biennale di Architettura di Venezia si svolgerà un workshop dal titolo “La sperimentazione dell’edificio ibrido di Arcipelago” per raccontare l’esperienza di progettazione che ha portato alla realizzazione dei 5 progetti in mostra nel padiglione.

Al workshop prenderanno parte tutti i progettisti e alcuni degli esperti coinvolti; il workshop sarà condotto da Ascolto Attivo che ha organizzato e gestito anche le fasi di ascolto degli abitanti nei diversi territori.

Interverranno i progettisti BDR bureau, Gravalosdimonte Nacho Grávalos Patrizia Di Monte architects, Solinas Serra architects, AM3 Architetti Associati con Vincenzo Messina, Diverserighestudio, con il supporto di Università della Basilicata Chiara Rizzi, Università di Cagliari, Università di Palermo Maurizio Carta e Università di Bologna, il collettivo Sardarch, l’artista gibellinese Peppe Zummo, Alberto Giordano del Comitato Matera 2019, Matteo Pedaso di LAND, Ascolto Attivo che hanno sviluppato i progetti sperimentali insieme ad altri esperti del Comitato Scientifico del Collettivo Arcipelago Italia nell’ambito di progettazione partecipata, mobilità, architettura, paesaggio, salute, spazi per la cultura, sismica.

Il workshop è organizzato in più momenti:

  • dalle 14.30 alle 15.30, intorno ai tavoli dedicati a ciascuna area – organizzanti con pannelli, plastici, video e altra documentazione del percorso progettuale –  si terranno le presentazioni dei singoli progetti, nelle loro diverse componenti ricerca/università, partecipazione, parte progettuale.
  • dalle 15.30 alle 16.30, si terrà una plenaria con una breve sintesi della discussione precedente (a cura di MCA) e un approfondimento con alcuni esperti di Euricse intorno al ruolo dell’impresa sociale e delle cooperatve di comunità nella rivitalizzazione territoriale.
  • dalle 16,30 alle 17,30,  4 gruppi di discussione differenti affronteranno le tematiche emerse per dare la parola al pubblico e mettere a fuoco i nodi irrisolti.
  • dalle 17.30 alle 18.00 plenaria finale di ricondivisione.

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Arcipelago Italia

02/03/2018
di Agnese Bertello
Ascolto Attivo fa parte del team interdisciplinare chiamato da Mario Cucinella, curatore del Padiglione Italia alla 16. Mostra internazionale di...
Ascolto Attivo fa parte del team interdisciplinare chiamato da Mario Cucinella, curatore del Padiglione Italia alla 16. Mostra internazionale di Architettura della Biennale di Venezia per lavorare al progetto “Arcipelago Italia. Progetti per il futuro dei territori interni del Paese”. Arcipelago Italia propone 5 interventi in 5 aree strategiche interne del nostro paese: Gibellina e il Belice, Camerino e... Read more »

Ascolto Attivo fa parte del team interdisciplinare chiamato da Mario Cucinella, curatore del Padiglione Italia alla 16. Mostra internazionale di Architettura della Biennale di Venezia per lavorare al progetto “Arcipelago Italia. Progetti per il futuro dei territori interni del Paese”.

Arcipelago Italia propone 5 interventi in 5 aree strategiche interne del nostro paese: Gibellina e il Belice, Camerino e il cratere del terremoto 2016, Ottana e la Barbagia, l’Appennino tosco-emiliano e le foreste casentinesi, Matera e la Valle del Basento. 

In tutte queste aree, un team multidisciplinare, composto da architetti, urbanisti, esperti di progettazione partecipata, fotografi, registi, ed esperti di varie altre discipline, ha lavorato alla realizzazione di progetti sperimentali, pensati come potenziali occasioni di crescita e sviluppo per i territori.

Questi progetti vogliono proporre una nuova modalità di intervento che ha nel dialogo con il territorio uno degli aspetti fondamentali. Quello che si propone è un’architettura che ascolta e progetta insieme con le comunità a partire dai bisogni che questa esprime.

In collaborazione con lo staff del curatore, Ascolto Attivo ha curato i laboratori partecipati di ascolto del territorio condotti in tutte le cinque  aree, avviando in ciascuna un processo specifico. Le attività condotte saranno presentate durante la 16. Mostra internazionale di Architettura della Biennale di Venezia (dal 26 maggio al 25 novembre 2018) con video, pubblicazioni e materiali illustrativi.

Didascalie foto
Locandina dell’attività di partecipazione a Garaguso Scalo, Matera, 03-04/02/2018
Locandina dell’attività di partecipazione a Poppi, Appennino Tosco-emiliano, 27/01/2018

Attività di partecipazione a Gibellina Nuova, Trapani 14/01/2018: L’artista Hu-Be all’interno del Teatro di Consagra a lavoro per la creazione dell’opera d’arte che racconta le storie degli abitanti di Gibellina nuova– staff Mario Cucinella

Attività di partecipazione a Gibellina Nuova, Trapani 14/01/2018: Gli abitanti di Gibellina nuova entrano per la prima volta all’interno del Teatro di Consagra ammirando l’opera d’arte di Hu-Be ed i video delle loro interviste – staff Mario Cucinella

Attività di partecipazione a Gibellina Nuova, Trapani 14/01/2018: Mario Cucinella ed il Team a lavoro all’interno del Teatro di Consagra – staff Mario Cucinella 

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16. Mostra internazionale di Architettura della Biennale di Venezia

21/02/2018
di Agnese Bertello
Ascolto Attivo è parte del team interdisciplinare coordinato da Mario Cucinella per il Padiglione Italia alla 16. Mostra internazionale di...
Ascolto Attivo è parte del team interdisciplinare coordinato da Mario Cucinella per il Padiglione Italia alla 16. Mostra internazionale di Architettura della Biennale di Venezia Il progetto Arcipelago Italia lavora su 5 aree interne del nostro paese: il Belice, con Gibellina; la Barbagia, con Ottana; Camerino e il cratere del sisma del 2016; Matera e la... Read more »

Ascolto Attivo è parte del team interdisciplinare coordinato da Mario Cucinella per il Padiglione Italia alla 16. Mostra internazionale di Architettura della Biennale di Venezia
Il progetto Arcipelago Italia lavora su 5 aree interne del nostro paese: il Belice, con Gibellina; la Barbagia, con Ottana; Camerino e il cratere del sisma del 2016; Matera e la valle del Basento; l’Appennino tosco-emiliano e la foresta casentinese. Si tratta di aree meravigliose, di incredibili potenzialità, ma al di fuori delle traiettorie di sviluppo comuni.

In che modo l’architettura può oggi cercare di avviare dinamiche diverse, rilanciare una crescita che sia sostenibile e che scongiuri l’abbandono del territorio? Questa è la domanda essenziale cui i cinque progetti architettonici cercano di rispondere. Per farlo, il primo passo è stato il confronto e il dialogo con le comunità che vivono in quelle aree per ascoltare esigenze, bisogni, desideri, intercettare competenze e sostenere le potenzialità che sono presenti.

Ascolto Attivo ha curato i momenti di confronto e dialogo che si sono svolti in tutti e cinque i territori, creando in ciascuno di questi un’iniziativa ad hoc. Si tratta dell’avvio di un percorso partecipato, tutto da sviluppare, di un fondamentale momento di ascolto e condivisione che ha consentito agli architetti di raccogliere davvero i bisogni di chi in quel territorio vive.

Segui la Biennale su:
www.arcipelagoitalia.it

https://www.facebook.com/arcipelagoitalia2018

 

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Ricostruire con la partecipazione. L’esperienza di Camerino

18/12/2017
di Agnese Bertello
Nel 2016 diverse scosse di terremoto hanno attraversato il centro Italia. A Camerino, il commissario straordinario avvia insieme a MC...
Nel 2016 diverse scosse di terremoto hanno attraversato il centro Italia. A Camerino, il commissario straordinario avvia insieme a MC Architects, SOS School of Sustainability e Ascolto Attivo un percorso per arrivare alla elaborazione di un piano strategico per la ricostruzione coinvolgendo i cittadini.

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Tra l’estate e l’inverno 2016, il centro Italia – Lazio, Marche, Umbria, Abruzzo – è colpito da numerose scosse di terremoto. A ottobre 2016, nuove scosse sismiche raggiungono la città di Camerino, in provincia di Macerata. Il centro storico, di origine medievale, è pesantemente danneggiato e viene dichiarato integralmente “zona rossa”: gli abitanti sono costretti a lasciare le loro case.

Nella primavera 2017, Vasco Errani, all’epoca Commissario straordinario per la ricostruzione, decide di affidare allo studio di Mario Cucinella l’elaborazione di un Piano Strategico per la ricostruzione del centro storico di Camerino. Il Piano deve prevedere un percorso partecipativo che coinvolga gli abitanti della città marchigiana.

Da questa scelta, nasce Workshop Ricostruzione Camerino (WSR Camerino), progetto di MCArchitects e SOS School of Sustainability.

Al centro della strategia di ricostruzione, come elemento profondamente innovativo, si sceglie di porre il coinvolgimento diretto dei cittadini. Si tratta di una scelta che viene da lontano e che vuole fare tesoro dell’unica esperienza positiva in Italia di ricostruzione post sisma, quella relativa al terremoto in Friuli del 1976.

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L’esperienza del Friuli

Fu proprio il coinvolgimento diretto dei cittadini, che partecipavano assemblee aperte per discutere le proposte presentate in giunta, che costituirono comitati e cooperative per far partire concretamente la ricostruzione, a condurre a questo esito positivo.

Giovanni Pietro Nimis, l’urbanista che coordinò i lavori a Gemona, a Venzone e ad Artegna, racconta così, a quarant’anni dal terremoto, l’esperienza: “L’iniziativa fu affidata alla Regione, che fu felice di delegarla ai Comuni. E i Comuni, un po’ schiacciati da questa responsabilità, promossero un’intensa partecipazione dei cittadini. La partecipazione ci fece restare con i piedi per terra. Ero incaricato di sottoporre ad assemblee popolari le delibere proposte in giunta.”

“Dov’era e com’era” fu il motto che segnò quella ricostruzione. Questo motto, racconta ancora Nimis “suonava come l’utopia consapevole dell’iperrealismo. Ma servì, perché la popolazione fu indotta a partecipare a ogni fase della ricostruzione e a condividere regole e discipline per salvaguardare il senso dei luoghi”.

L’esperienza friulana è un punto di riferimento e d’ispirazione per Camerino, ma il modello non può più essere replicato tal quale. Quarant’anni di storia hanno prodotto cambiamenti sociali, culturali, economici e ambientali enormi. Il motto dov’era e com’era lascia spazio a un’ipotesi invece di cambiamento e di trasformazione della città: la ricostruzione viene posta come un’occasione per uno sviluppo secondo traiettorie nuove, inedite, innovative.

 

La progettazione partecipata a Camerino

A Camerino, Ascolto Attivo, viene incaricata, da MC Architetcs, di curare i momenti di progettazione partecipata con gli abitanti. L’incarico viene assunto a progetto ormai avviato, e per tramite dello studio di architettura, senza quindi un’interlocuzione diretta tra i facilitatori e l’amministrazione.

Il percorso parte a maggio. Tra maggio e luglio 2017, vengono organizzati 5 laboratori cui partecipano tra le 60 e le 150 persone. Ad un primo incontro conoscitivo, gestito in maniera molto spontanea, con interviste presso la nuova area commerciale di Camerino, sono seguiti appuntamenti più strutturati che hanno condotto la riflessione da un’analisi sul futuro desiderabile, all’elaborazione di una vision per il futuro della città al 2030, alla creazione di tavoli di lavoro su temi specifici, particolarmente sentiti, fino alla rielaborazione, che ha visto coinvolti insieme architetti di MC Architects e cittadini, delle Unità Urbane di intervento. Gli incontri, che si protraggono dalle 18.00 fino alle 22.00, si svolgono all’aperto, in uno spazio di grande fascino, la Rocca di Camerino: intorno ai tavoli, abitanti e architetti ragionano insieme di come trasformare un dramma in un’occasione di crescita. Come rendere Camerino ancora più bella, garantendo vie di fuga, spazi aperti, luoghi di socialità, servizi, un centro storico vissuto 7 giorni su 7?

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In questo dialogo, si è condivisa una riflessione sulla Camerino futura che comprendeva anche una riflessione su criticità che andavano al di là del terremoto stesso: un esempio, in questo senso, è il tema del ripopolamento del centro storico. Città universitaria, Camerino ha sempre ospitato moltissimi studenti e buona parte della sua economia ha sempre ruotato intorno agli studenti. Come ripopolare il centro storico a partire da questo presupposto? Come rilanciare un’imprenditorialità che pur mantenendo un rapporto solido con l’università apra ad altre prospettive?

Questi sono tutti temi che gli abitanti hanno fatto emergere con lucidità e rispetto ai quali si è cercato di discutere senza pregiudizi e con una certa spregiudicatezza, la stessa che ha caratterizzato, per esempio, altri ragionamenti sull’eredità architettonica della città, sulla possibilità di demolire alcune parti del centro storico per aprire nuove vie di fuga e spazi pubblici.

Il lavoro sulle Unità Urbane – concetto alla base del piano strategico di ricostruzione architettonica proposto da MC A perché consente di riaprire progressivamente le zone divenute sicure, evitando che il centro storico resti nel suo complesso un cantiere inagibile per molti anni – ha visto un scambio ancora più concreto tra architetti e cittadini. Le Unità Urbane sono infatti state inizialmente delineate sulla carta dagli architetti, e solo grazie al confronto con i cittadini le perimetrazioni hanno potuto essere messe a fuoco in maniera più precisa. Per ogni unità urbana inoltre, e qui torna forte il paragone con il Friuli, si è cercato di costituire dei gruppi di lavoro, costituiti dai proprietari delle case, per attivare concretamente la fase successiva di ricostruzione.

In questo racconto, manca, come si vede, un protagonista fondamentale: l’amministrazione pubblica. Il Comune ha accettato di buon grado la proposta del Commissario di avere un team di specialisti, composto da architetti e da facilitatori, per l’elaborazione del piano, ma almeno nella prima fase della progettazione si è tenuto fuori dalla progettazione stessa. In seguito, il Sindaco di Camerino, ha motivato la sua scelta dichiarando che riteneva corretto “lasciare liberi i progettisti di fare il loro lavoro”. Una giustificazione che però dimostra quanto l’amministrazione fosse, almeno all’avvio del processo, lontana dal comprendere il senso profondo di un processo partecipativo e l’importanza di stare accanto ai propri cittadini concretamente, condividendone le preoccupazioni e il desiderio di andare avanti, co-progettando, per l’appunto.

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Un incendio a Enschende

Da questo punto di vista, è interessante confrontare l’esperienza di Camerino con quella della città di Enschende, raccontata nel libro “Conflict, improvisation, governance” di David Laws e John Forester. Nel 2000 un quartiere della città olandese è integralmente distrutto dall’incendio che si sviluppa in una fabbrica. Joop Hofman, facilitatore di lunga esperienza, viene chiamato dall’amministrazione per gestire un processo partecipativo per definire come dovrà essere il nuovo quartiere: “we want to have urban planners and architects really talk with the people. We want to have the best process in the world”.

L’incarico è chiaro, il coinvolgimento dell’amministrazione forte ed esplicito. Nonostante questo le difficoltà non sono poche: per Hofman, che organizza un processo articolato, è fondamentale prima di tutto che l’amministrazione dimostri di voler e saper ascoltare. Così, per esempio, organizza degli incontri, in cui, a ogni tavolo, insieme a una quindicina di abitanti, siede un rappresentante dell’amministrazione. Si tratta di tavoli tematici, in cui a partire da immagini, fotografie, rendering, messi a disposizione sui tavoli, gli abitanti hanno modo di dire cos’è che vogliono esattamente: come lo facciamo il parco giochi? Quale tipo di giochi vorresti ci fossero?, e così via.

Qual è il ruolo dei rappresentanti delle istituzioni in questo tavolo? Hofman è tassativo: “We trained them to be attentive, not presentive: you are not the leader of the table, you are the guest. You have to ask people more and more and more. Listen, hear, ask and shut up. Don’t talk. That’s your role! If the conversation is interesting, ask them some more and write it down”.

A partire da questi e altri incontri, viene elaborato un report con le proposte. Gli architetti, una volta sviluppato il progetto a partire dal report, si confrontano ancora con i cittadini con l’obiettivo di rispondere a una semplice domanda: abbiamo compreso bene le vostre indicazioni?

Il coinvolgimento dell’amministrazione locale, non solo nella persona del sindaco, ma dei suoi tecnici, dirigenti, esperiti, è concreta. L’attenzione è posta sull’ascolto e sul rispetto.

“I learned that every participation process is about mourning”, racconta Hofman, “because it is about change. Participation is preparing for a change”.

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Quando la burocrazia gestisce se stessa

A settembre le Linee strategiche WSR Camerino sono state presentate a tutte le istituzioni coinvolte nella definizione del Piano di Ricostruzione. Il sindaco Pasqui, in un incontro alla Camera dei Deputati, ha ufficialmente sostenuto il lavoro portato avanti. Camerino potrebbe essere un modello e indicare un approccio nuovo in cui il coinvolgimento dei cittadini è centrale nella messa a punto dei piani per la ricostruzione; perché sia così, però, è necessario affrontare un altro nodo critico del nostro paese, quello della burocrazia e della sua autoreferenzialità.

“Ciò che non è nel regolamento è vietato” sembra essere la regola tacita, ma ferrea, in base a cui si muovono le amministrazioni.

Lo ribadisce anche un’autorità come Sabino Cassese che, dalle pagine del Corriere (l’editoriale è di fine ottobre 2017), sottolinea: “Amministrare vuol dire gestire, negoziare, decidere, un’attività complessa che richiede conoscenza ed esperienza, che si impara a svolgere meno sui libri e più attraverso il «learning by doing». Limitate o condizionate in ogni modo nei loro poteri di decisione, spesso escluse dalla decisione, le amministrazioni si sono adattate al quieto vivere, a rispettare la forma, senza badare alla sostanza, ad aspettare la legge o a seguire i dettati di uno dei troppi controllori. Si sono quindi dequotate, hanno perso i tecnici, mentre sono rimasti i burocrati, gestiscono loro stesse piuttosto che gestire lo Stato.”

Un esempio concreto? In Friuli, per restare al nostro tema, durante l’intero periodo di emergenza e ricostruzione, furono promulgate 9 ordinanze in tutto; per il Belice, di poco precedente, ne furono promulgate circa il triplo. Quante ne sono state firmate oggi per il centro Italia? Il conto preciso non l’abbiamo, ma sappiamo che ne è stata promulgata una interamente dedicata alla partecipazione. Un’ordinanza che fissa entro quanti giorni i cittadini possono far arrivare proposte e pareri alla PA. Come? Per via telematica. Niente confronto. Niente dialogo. Niente apprendimento reciproco: l’essenza della democrazia deliberativa

Eppure esempi di buone pratiche – dalle esperienze di amministrazione condivisa allo strumento del Dibattito Pubblico, fino alle Case del Quartiere di Torino, esperienze che raccontiamo nel libro “Le nostre città: dalla corruzione alla democrazia partecipativa” – e approcci diversi, pragmatici, fondati sul buon senso, improntati all’ascolto e all’apprendimento reciproco, sono disponibili.

La possibilità a Camerino di andare avanti in questo progetto dipende proprio dalla capacità di farvi riferimento. Sapremo, dopo il prossimo incontro con l’Ufficio per la Ricostruzione della Regione Marche e con la nuova Commissaria Straordinaria, Paola De Micheli, quante chance ci sono.

 

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Di pubblica utilità

11/10/2017
di Marianella Sclavi
Questa intervista a Marianella Sclavi è stata realizzata dalla Fondazione Symbola, durante il Festival della Soft Economy, a Treia, nel luglio...
Questa intervista a Marianella Sclavi è stata realizzata dalla Fondazione Symbola, durante il Festival della Soft Economy, a Treia, nel luglio 2017.  Ascolto Attivo era a Treia per presentare il percorso di progettazione partecipata condotto a Camerino con MCArchitects e Sos School of Sustainability, per la ricostruzione del centro storico della città dopo il sisma dell’autunno... Read more »

Questa intervista a Marianella Sclavi è stata realizzata dalla Fondazione Symbola, durante il Festival della Soft Economy, a Treia, nel luglio 2017.  Ascolto Attivo era a Treia per presentare il percorso di progettazione partecipata condotto a Camerino con MCArchitects e Sos School of Sustainability, per la ricostruzione del centro storico della città dopo il sisma dell’autunno precedente.
L’intervista è uscita sul sito del Festival Pubblica Utilità che si terrà ad ottobre 2017.

 

In base alla sua esperienza e alle sue competenze, come definirebbe, oggi, il concetto di “pubblica utilità”? 

Mi occupo di come si costruiscono contesti di mutuo apprendimento e co-progettazione creativa. Il nemico fondamentale di queste pratiche è una abitudine di pensiero che Gregory Bateson nella introduzione di Verso una Ecologia della mente, definisce “soporifera”.

Esempi di spiegazione soporifera sono:
1. “ Non è portato per…” ( gli studi, le lingue, gli sport, la leadership, l’impegno sociale, la cittadinanza attiva, ecc.)
2. “la colpa è della..” (burocrazia, casta, dirigenza, natura umana, il ministero, le istituzioni, ecc).

Bateson, per illustrare il concetto di “spiegazione soporifera” sopra esposto ricorre ad un episodio tratto da una commedia di Molière dove tre accademici medioevali chiedono al candidato “Perché l’oppio fa dormire?” e quello trionfante: “Perché esso possiede un principio soporifero, una virtus dormitiva .”

Sembra che questa scenetta ai tempi di Molière, ovvero nel XVIImo secolo, facesse sbellicare dal ridere le platee per le quali era evidente che la spiegazione del candidato era “finta”, tautologica: “fa dormire perché fa dormire!!”. Ebbene, le platee del XXImo secolo -a quanto mi risulta- non trovano niente di strano né di umoristico nella risposta del candidato. La prendono per buona. La mia conclusione è che siamo talmente assuefatti al pensiero soporifero che ci appare come l’unico possibile. Che altro modo di ragionare c’è?

Il ricorso al pensiero soporifero, che “assume che la causa di un comportamento sia una parola astratta derivata dal comportamento stesso” (G. Bateson), è ormai endemico. Ed è un problema epistemologico fondamentale in quanto impedisce la raccolta di conoscenze necessarie a dirigere il cambiamento.

Il dibattito pubblico attualmente in Italia è dominato da questo approccio che è il contrario del professionista riflessivo, della capacità di imparare dagli incidenti di percorso e dalle buone pratiche; è la negazione di quella epistemologia dei mondi possibili sulla quale si incardina l’attività di progettazione e naturalmente anche quella di co-progettazione creativa.

Senza sconfiggere questa abitudine di pensiero e i campi conversazionali che la sostengono, non è neppure il caso di parlare di “pubblica utilità.”

 

Quali possono essere le caratteristiche e gli ambiti che associa all’idea di “pubblica utilità”? Quali le loro peculiarità?

Qualsiasi contesto dialogico, nel quale le differenze vengono accolte come risorse e trasformate dai partecipanti in occasioni di co-progettazione creativa, è in quanto tale potenzialmente di “pubblica utilità”.

Le due principali palestre di allenamento nelle capacità di base necessarie per familiarizzarsi con una epistemologia dei mondi possibili e imparare a muoversi con scioltezza ed efficacia nella complessità, sono l’HUMOR E L’INTERCULTURA. Più precisamente: le dinamiche sociali dell’umorismo e quelle della buona comunicazione interculturale. In entrambi i casi la correzione di una interpretazione data per scontata avviene grazie alla capacità di vedere le cose anche da un altro punto di vista in precedenza escluso. In entrambi i casi la trasformazione della smentita/fallimento interpretativo in moltiplicazione dei punti di vista, fa approdare a una comprensione più adeguata della situazione di partenza.

Perché la dimensione di pubblica utilità di questo habitat epistemologico sia riconosciuta è necessario potenziare in Italia circuiti autorevoli, capaci di far sì che esso diventi il tratto qualificante in particolare delle istituzioni educative (famiglia, scuola, spazi di socialità) e della Pubblica Amministrazione all’interno di una concezione post-moderna della governance.

Si tratta di abituarsi a raccogliere “incidenti critici”, a possedere una vasta aneddotica di modalità “inusuali” di interpretare/affrontare le questioni spinose, che paiono irresolvibili. Come aveva ben capito Wittgenstein: “Non è vero che l’eccezione conferma la regola. L’eccezione fa emergere possibilità in precedenza escluse.”

 

In base alla sua esperienza, ci sono settori/ambiti emergenti che possono essere oggi collegati al concetto di pubblica utilità?

Il libro Facilitiamoci! (2016) scritto da tre giovani donne neo laureate rispettivamente in ingegneria elettronica, architettura e comunicazione internazionale, è interessante per discutere quali sono i bisogni psicosociali dei giovani d’oggi per tre sue caratteristiche.

1.La denuncia di partenza: “Abbiamo vissuto sulla nostra pelle abusi di chi, in un gruppo, ha più potere, e lo usa esclusivamente per il proprio tornaconto. Conosciamo bene le conseguenze di conflitti rimasti nascosti sotto i tappeti o esplosi in contesti poco sicuri. Abbiamo partecipato ad innumerevoli riunioni estenuanti, dove le decisioni sono state prese per sfinimento o senza un vero consenso dei partecipanti”.

  1. La diagnosi: “Per risolvere questi problemi bisogna cambiare l’humus sociale e culturale che li perpetua”. ( Estensione della famosa citazione di Einstein: “Non si possono risolvere i problemi con le stesse forme di pensiero che li hanno provocati “) 3 Il metodo adottato: usare tutti gli strumenti che il XXI secolo mette a disposizione, da Internet e social network, ai voli low cost, ai programmi europei sulla iniziativa e imprenditorialità giovanile, per osservare personalmente le “buone pratiche” in giro per il pianeta, imparare come si organizzano contesti di mutuo apprendimento e di confronto creativo e incominciare a metterli in atto ovunque sia possibile. Quello che scoprono è che fra sistemi complessi che funzionano e quelli che non funzionano vi è una discontinuità epistemologica radicale che non può essere sottaciuta, che va dichiarata e vissuta con auto-riflessività, mettendo in gioco le proprie emozioni e le proprie storie.

 

Quali sono, secondo lei, i soggetti che si muovono nel perimetro della pubblica utilità e quale il loro ruolo? 

In generale si muovono nel perimetro della pubblica utilità tutti i soggetti, individuali e collettivi – che operano nei settori più diversi – con spirito di innovazione e  secondo dinamiche di dialogo e creatività.

Le sfide perché la pubblica utilità del loro operato sia riconosciuta e valorizzata sono di tre tipi.

In primo luogo, una maggiore consapevolezza delle dinamiche epistemologiche e di gruppo che stanno alla base di queste esperienze. Ascolto attivo, auto-consapevolezza emozionale, gestione alternativa dei conflitti , sono tutti atteggiamenti e comportamenti apprendibili , la cui efficacia e ampiamente verificabile. La dinamica bisociativa della stessa “creatività” (nella vita quotidiana, nell’invenzione scientifica, nelle arti) è stata ampiamente dimostrata dai tempi in cui Arthur Koestler scriveva L’atto creativo , a metà degli anni ’60 .

In secondo luogo la sostituzione delle assemblee organizzate per file di sedie rivolte al palco con una spazialità che consente l’alternanza di lavori in plenaria e in piccoli gruppi e  la presenza di facilitatori garanti di spazi/tempi dedicati all’ascolto reciproco e alla moltiplicazione delle opzioni . Ovvero: sostituire alle  dinamiche di gruppo funzionali al “dibattito” e “argomentazione” (chi ha ragione, chi torto), dinamiche dialogiche e di esplorazione congiunta di mondi possibili.

In terzo luogo e assolutamente fondamentale: dedicare tempo, eventi, ricerche, incontri allo studio ed evidenziazione di “gli spazi della innovazione, del dialogo e creatività nella e con la Pubblica Amministrazione.”  La PA è il nodo in cui la concezione dell’autorità e del potere e la creatività entrano in collisione in Italia più che in altri Paesi, a scapito di queste ultime. Il difetto principale della cultura italiana, la vera “lotta di classe” incompiuta, sta nell’incapacità di sbellicarsi dalle risate rispetto alla subalternità, ai regolamenti e gerghi di un diritto pubblico pretenzioso e parruccone.

 

Guardando al prossimo futuro, come immagina che si evolverà l’idea di pubblica utilità? Quali dinamiche interesseranno questo ambito?

Sono molto interessanti le esperienze di “democrazia sperimentale” in atto in vari Paesi europei, in Canada, negli Usa e in alcuni Paesi della America Latina.  Sono esperienze che mettono radicalmente in discussione l’impianto epistemologico della modernità (vedi Foucault).  In particolare richiedono una redifinizione dei seguenti concetti:

  • “interesse generale”: (da una posizione al di sopra delle parti, all’esito di un processo partecipativo inclusivo e trasparente). Lo slogan alternativo: “tutto il mondo nella stanza”;
  • “maggioranza e minoranza”: (da una concezione dei processi decisionali legittimi basata sull’irrigimentazione del singolo/ della minoranza a una basata sul diritto di ascolto dei singoli e delle minoranze). Slogan alternativo: “Niente per noi senza di noi/ Nothing for us without us”;
  • “terreni comuni” : (da valori e legami ereditati e scontati vs costruiti congiuntamente). Slogan alternativo: “Dalla paura del diverso alla paura dello stesso”;
  • “Partiti”:  (da incanalatori della volontà dei cittadini vs garanti del gioco dell’ascolto). Slogan: gli abitanti e non i partiti sono i principali city makers.

In sintesi: un nuovo senso della politica.

 

In base alla sua esperienza, ci racconti dei ‘casi virtuosi’ che operano negli ambiti che ha segnalato come afferenti all’idea di pubblica utilità (domanda 2)

Un’esperienza recente non diretta da me, ma da Susan E. George , Presidente (custode dello spazio dialogico) della Associazione Italiana di Partecipazione Pubblica – Associazione Italiana di Partecipazione Pubblica  è un corso di formazione per i dirigenti del Comune di Livorno, teso alla attuazione di una Amministrazione 4.0.   L’approccio è quello  promosso in tutto il mondo dal ricercatore e studioso del MIT, Carl Otto Scharmer, che sta “attecchendo” in varie parti del mondo, in particolare nella PA scozzese. Il caso di Livorno è incredibilmente interessante in quanto si è verificata una vera conversione  sia all’interno della Giunta Comunale (M5S) che fra la dirigenza tecnico/amministrativa del Comune.

Poi potrei elencare tutta una serie di esperienze virtuose, sia in Italia che all’estero. Ultimamente come Ascolto Attivo srl, assieme alle mie socie, mi sono occupata del processo di recupero e riqualificazione del complesso di SS Trinità delle Monache (ex ospedale militare) a Napoli e della ricostruzione partecipata di Camerino, accanto al gruppo di lavoro di Mario Cucinella.

In precedenza come Ascolto Attivo srl, abbiamo affiancato un gruppo di cittadini di Pavia che in modo autonomo e auto-finanziato (la consulenza di Ascolto Attivo è stata pagata di tasca loro, cosa abituale negli Usa, ma molto rara in Italia) si sono costituiti in “Arsenale creativo”. Ecco il loro programma (che stanno perseguendo nonostante lo scarso entusiasmo e collaborazione delle istituzioni comunali e politiche). Proposta del percorso partecipativo: “La città che desideriamo. Coinvolgimento della cittadinanza nella progettazione partecipata e creativa dell’area dell’ex Arsenale”

La città di Pavia si trova di fronte a un’occasione unica: nel giro di pochi mesi (quelli previsti dal decreto Sblocca-Italia) i muri dell’ex Arsenale verranno abbattuti e il centro della città si troverà ampliato di circa 140.000 mq (un terzo dell’attuale estensione), con la possibilità di creare un nuovo circuito di spazi e luoghi che dialogano con il resto della città e la potenziano, diventano occasione per un rilancio complessivo della iniziativa sociale, economica e culturale della intera città.

In questa contingenza, un gruppo composito e deciso di cittadini hanno fondato Arsenale Creativo, sulla base della convinzione che l’esito positivo di tale intervento è oggigiorno strettamente dipendente  da un approccio  di progettazione partecipata e creativa, in sintonia con i metodi di democrazia partecipativa cui ricorrono sempre più spesso le amministrazioni delle più importanti città del mondo (vedi fra gli altri, a Parigi, i 23 progetti ReinventerParis e i 20 milioni di euro stanziati nel 2014 per il Bilancio Partecipativo, a New York l’intervento su Ground Zero, a Milano il progetto partecipato Garibaldi e l’Isola Partecipata in atto dal 2012 e i 9 milioni di euro stanziati per il Bilancio Partecipativo del 2015).

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