Occhio all’Orecchio

Il blog di Ascolto Attivo. Spunti, interrogativi, riflessioni su progettazione partecipata, democrazia deliberativa, mediazione, gestione dei conflitti. Quotidianità, concrete fatiche e sorprendenti scoperte del facilitatore di sistemi complessi.

Cittadinanza sociale e territorio

09/09/2019
di Marianella Sclavi
Un’iniziativa di democrazia partecipata nel quartiere Libertà di Benevento.

La situazione attuale del rione Libertà di Benevento è per molti versi sintomatica della crisi della convivenza e della politica nel nostro Paese. Il quartiere Libertà è il più popoloso della città ed è un quartiere popolare ricco di associazioni che operano in molti ambiti tenendo vivo (nello sport, nella cura dei disabili, nel doposcuola, nella mobilitazione dei senza casa, nella promozione di occasioni di socialità e di lotta contro il degrado, ecc.) il rapporto fra dimensione comunitaria e qualità della vita. E tuttavia la sensazione è di muoversi nelle sabbie mobili, di provare a porre riparo “privatamente” a un deficit di cittadinanza sempre più grave. Si vorrebbe promuovere la capacità della intera comunità di avere voce in capitolo sul proprio futuro, e invece ci si sente ridotti a delle piccole oasi di civismo e di solidarietà dentro un sempre più invasivo processo di desertificazione. Per compiere il salto dal coltivare le oasi a trasformare il deserto in un giardino accogliente, non è sufficiente che le diverse associazioni della società civile si mettano in rete, che stabiliscano fra loro dei collegamenti più sistematici; è necessario che ognuna di loro e tutte assieme, affrontino, accanto ai temi in cui sono già impegnate, anche il problema più generale del ruolo degli abitanti, dei cittadini, nel governo del territorio.

Nei laboratori di progettazione partecipata rivolti ai dirigenti di queste associazioni abbiamo deciso che per iniziare col piede giusto, bisognava chiedere agli abitanti stessi quali sono secondo loro i punti di forza e le criticità del quartiere. Riporto qui (in attesa di rendere interamente pubblica la loro narrazione polifonica) un paio di testimonianze.

“Questo rione essendo nato al di là del fiume e con scarsi collegamenti con la città, è stato sempre vissuto dai suoi abitanti come un corpo staccato dalla città di Benevento, come un villaggio a sé stante. La gente diceva “vado a Benevento” per dire vado in centro. Ancora oggi non di rado si dice così.”

“Io ci abito dagli anni ’60. Come sta cambiando: fino agli anni ’80 era un quartiere abbandonato, ma con un forte senso di comunità, di appartenenza. Poi si è gradualmente perso il senso di comunità, lo spirito di quartiere. Adesso a sentirsi abbandonate sono le persone e le famiglie che ci vivono.”

“Il quartiere ha bisogno di una scossa. Tutti gli investimenti fatti negli anni scorsi, la Spina Verde e il resto non hanno migliorato la vita della gente. I problemi sono sempre gli stessi: primo il lavoro, i redditi bassi sono peggiorati; secondo, i giovani sono lasciati senza prospettive e per reagire alla noia c’è chi cerca “l’avventura” nel vandalismo, chi si butta a scassare l’auditorium, a scassare gli spazi pubblici, senza un perché. Lo spaccio e criminalità trovano terreno fertile.”

“Anche la recente inaugurazione dei nuovi ponti sul fiume Sabato, quello di Torre della Catena e quello ciclopedonale, che migliorano i collegamento fra il rione e il centro città, non aiutano a ricostruire quei momenti di comunità, di stare assieme.”

Il crescente impoverimento e percezione dell’aumento delle diseguaglianze economiche, sociali, culturali, vengono ulteriormente acuiti, nel rione Libertà, dalla devastazione di due importanti strutture, la “Mediateca” e la “Casa della Musica”, che invece di esser attive e a disposizione della comunità e dell’intera città, sono state lasciate alla mercé degli atti vandalici. Avere sotto gli occhi ogni giorno lo spreco di investimenti di più di 40 milioni di euro ricevuti dai Fondi Europei per la rigenerazione urbana, provoca indignazione e sconforto, ma anche la convinzione che il co-protagonismo degli abitanti nella cura del territorio e nelle decisioni di sviluppo e riqualificazione dello stesso, non sono più rimandabili. L’idea che sta alla base della esperienza di democrazia partecipativa che ha preso il via per iniziativa delle associazioni e comitati di cittadinanza attiva del rione Libertà è che i problemi dell’aumento dei posti di lavoro, dei redditi bassi e del futuro dei giovani possono e debbono essere affrontati in connessione con quelli del restauro e della gestione della Mediateca e della Casa della Musica. Il quartiere deve poter aver voce in capitolo sia su cosa significa far funzionare queste strutture al pieno delle loro potenzialità, sia sulle ricadute in termini d’iniziativa economica e culturale che questo renderebbe possibile nel tessuto sociale del territorio circostante.

Questo implica una svolta nella concezione della rappresentanza politica e della democrazia, che nel Laboratorio abbiamo chiamato: “un salto dal XIX al XXI secolo”. È infatti anche troppo chiaro che le procedure della rappresentanza e decisione politica elaborate nella prima metà dell’800 (in corrispondenza alla invenzione del telegrafo) e ancor oggi in vigore, non sono più adatte alla complessità di una società globalizzata e dominata dalla comunicazione digitale.

Il tipo di cambiamento da attuare lo possiamo ricavare (se sappiamo ascoltare) proprio dalle seguenti testimonianze di due giovani del quartiere:

“Fino a 14 anni anche io me ne stavo seduto sui muretti, diffidente e ostile verso tutti e sfottevo chi cercava di migliorare il quartiere, chi lavorava per dare un’alternativa al rione. Da un lato avevo solo la voglia di sfogare la rabbia, dall’altro ero consapevole che correvo il rischio di fare una brutta fine. Vedevo il vuoto davanti a me. Io so per esperienza che è molto difficile cambiare, uscire da questo atteggiamento di vendetta. Se “passi dall’altra parte”, se ti metti a costruire invece che distruggere, sei visto dai tuoi vecchi compagni come un traditore, come uno che si fa addomesticare dagli speculatori, dai nemici.”

“Quello che mi ha aiutato a trovare il coraggio di cambiare è stato che i membri di questa associazione di cui adesso faccio parte, che si chiama CARL, Cittadinanza Attiva Rione Libertà, mi hanno chiesto di dar loro una mano. Hanno detto che avevano bisogno del mio aiuto. Se avessero offerto di aiutarmi avrei rifiutato, ma mi hanno chiesto di aiutare gli altri ed io avevo bisogno di fare delle cose che resistono nel tempo, invece di distruggere.

Questa frase di questo ragazzo ventenne del quartiere Libertà andrebbe assunta come slogan della riforma dei servizi sociali e di una concezione partecipata, deliberativa, della vita democratica. Tutti noi abbiamo bisogno per dare un senso alla nostra vita “di fare cose che resistono nel tempo“, e di una rappresentanza politica abbastanza saggia da sapere che “ha bisogno del nostro aiuto” sia per fare delle diagnosi meno superficiali, sia per co-progettare interventi e soluzioni efficaci. Oggigiorno questo approccio partecipativo, a differenza dalla epoche passate, è diventato necessario anche per problemi complessi che riguardano ampie fasce di popolazione e territori vasti ( fino all’intero pianeta). La buona notizia è che non solo è necessario, ma anche possibile. Infatti oggi grazie alla comunicazione digitale tutti hanno almeno virtualmente a disposizione le informazioni sulle buone pratiche in atto altrove e grazie agli studi sulle dinamiche di gruppo sappiamo come organizzare degli incontri che evitano la polarizzazione delle posizioni e lasciano emergere la intelligenza collettiva.

L’epoca dei “regolamenti che non lo permettono”, dei servizi sociali incapaci di tener conto delle esigenze locali e delle contingenze personali, dei politici chiusi nei bunker delle “stanze dei bottoni”, della certezza del diritto garantita da regolamenti avulsi dalla realtà e non da una effettiva trasparenza di tutti i passaggi decisionali è finita. Si apre quella dei giovani accompagnati ad esplorare la molteplicità delle opzioni che il mondo attuale offre loro e di una società che non ha paura di uscire dalle attuali paralisi per progettare un futuro più equo, saggio e desiderabile per tutti. Finora il Consiglio Comunale e la Giunta della città di Benevento, che dovrebbero essere alla testa di un cambiamento di questa portata, non si sono fatti vivi. Noi l’invito ufficiale l’abbiamo inviato. Sappiamo che è faticoso passare da una concezione della partecipazione basata sugli schieramenti, sul “noi contro loro”, a una concezione in cui la diversità – anche quella antagonista – diventa risorsa. È una faticosa conversione antropologica, quella in atto. Ma migliora da subito la qualità della vita e vale la pena provarci. E perché no – al Sud – a partire proprio da Benevento?

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Giocare sul serio

18/07/2019
di Agnese Bertello
Riflessioni a margine del Serious Game condotto durante il Débat Public sul Piano Nazionale per la Gestione delle Materie e...

Quando si avvia un percorso di progettazione partecipata in merito alla realizzazione di un qualche progetto infrastrutturale, la prima cosa che dicono i cittadini che partecipano è: “bisognava cominciare prima”. Quale che sia il momento in cui si avvia la fase di dialogo con il territorio, e per quanto questo sia aperto, c’è sempre un punto a monte, nell’asse temporale, in cui sarebbe stato meglio avviare il processo.

Questo “prima” è una dichiarazione di intenti: esprime una volontà, un bisogno di discutere di strategie, di scenari, di ricadute e implicazioni, prima di passare a ragionare con cognizione di causa degli aspetti relativi al singolo progetto. Il Dibattito Pubblico sul Piano Nazionale per la Gestione delle materie e dei rifiuti radioattivi è un dibattito che comincia “prima”, che vuole accogliere questa sfida.

C’è un rischio. Quando parliamo di strategie, di temi che evocano aspetti etici, esistenziali, siamo portati affrontare i temi a partire da quelle che riteniamo essere le nostre “posizioni”, le idee in cui ci riconosciamo, e soprattutto attraverso le quali vogliamo che gli altri ci riconoscano; posizioni che hanno un forte valore identitario e a cui difficilmente siamo disposti a rinunciare. Se si rimane su un piano esclusivamente teorico e ideale, quello che più spesso accade è che ciascuno resti dalla sua parte della barricata: così, però, il dialogo non è possibile e lo scambio non avviene. Come fare allora?

 

L’antropologo Gregory Bateson definiva soporifera quella modalità di pensiero che ci porta a rispondere in maniera tautologica a una domanda. “L’oppio fa dormire perché possiede una virtù dormitiva”, recitano i protagonisti di una pièce di Molière ripresa da Bateson nel suo “Verso un’ecologia della mente”. Nell’affrontare un tema generale, il rischio di lasciarsi cullare nel pensiero soporifero esiste; se non creiamo condizioni in cui è possibile uscire dai nostri schematismi, e restiamo, invece, intrappolati nei nostri modi di pensare e attaccati alle nostre posizioni, alle nostre “idées reçues”, l’elaborazione sarà soporifera: ne usciremo senza aver acquisito nuovi elementi di conoscenza e di elaborazione progettuale.
L’unico modo per evitare di finire in questa trappola, ci dice Bateson, è calarsi nella concretezza delle situazioni specifiche, partire da casi concreti e provare a immaginare come, in quella specifica situazione, sarebbe possibile intervenire. “Che cosa succede se?” è la domanda che attiva un pensiero non soporifero. Se poi nell’indagine sono coinvolti attori diversi, allora, è l’intelligenza collettiva che si mette in moto.

Proprio per scongiurare di cadere in questa trappola, la Commissione particolare che organizza il Débat Public sul Piano Nazionale per la Gestione delle Materie e dei rifiuti radioattivi, ha scelto di sperimentare modalità del tutto nuove di dialogo e confronto e ha proposto a laureati, laureandi in discipline legate a questi temi, sia scientifiche che umanistiche, di partecipare a un gioco di simulazione, chiamato Serious Game, messo a punto da un team internazionale attraverso un progetto europeo.

In maniera ardita, il Seriuos game colloca la riflessione su un tema da tutti percepito come iper-tecnico su un terreno concreto dove, a patire da una mappa iniziale definita, legata a uno scenario tecnologico e temporale specifico, a seconda delle carte prescelte, possono venire a crearsi una molteplicità di scenari alternativi, tutti realistici, rispetto ai quali i partecipanti sono invitati a condividere le loro valutazioni e considerazioni, le loro domande e i loro dubbi.

Il Serious game ha il pregio dei giochi di simulazione, ma, a differenza di questi, non obbliga i partecipanti ad assumere un ruolo in maniera definitiva, al contrario spinge a mettere in discussione il proprio punto di vista che è messo sotto pressione da una parte dai punti di vista “altri” espressi dai partecipanti al gioco, dall’altra dall’intrecciarsi di situazioni e casi concreti, definiti dalle carte e imprevedibili. La posizione o la visione più o meno approfondita, anche a seconda della dimestichezza con la tematica, con cui ciascuno dei partecipanti è entrato nel gioco è stata via via messa alla prova della realtà.

L’aver scelto come protagonisti di questo laboratorio studenti provenienti da percorsi di studi diversi – umanistico e scientifico – e originari di diverse regioni francesi è stato essenziale per la qualità dell’esperienza, perché ha fornito gli indispensabili elementi di complessità e di realtà e ha rivelato a tutti come anche un tema apparentemente iper-tecnico, come questo, sia in realtà sempre anche, se non soprattutto, sociale.

Nel corso della simulazione, che ho seguito per intero da osservatrice, i partecipanti hanno dimostrato una bella disponibilità a mettersi in gioco e una grande flessibilità mentale. L’entusiasmo che loro stessi hanno raccontato, anche nel momento finale di restituzione, è direttamente proporzionale al protagonismo che hanno potuto sperimentare. Ascoltarsi, interrogarsi insieme sulle questioni, vedere sotto diverse prospettive scenari di volta in volta nuovi, esplorare diverse ipotesi evitando di andare alla ricerca immediata della soluzione giusta: tutto questo è il contrario di un pensiero soporifero, è un reale processo di elaborazione di competenze e conoscenze.

L’atelier ha consentito di sensibilizzare e allenare alla complessità un target importante (futuri professionisti del settore), ha coinvolto, forse conquistato, i partecipanti che potranno essere megafono dell’iniziativa e continuare a dare il loro contributo. Obiettivi centrali. Oggi il compito più difficile è quello che aspetta la Commissione Particolare del DP. In che modo, infatti, si potrà valorizzare all’interno del Bilancio del DP un’esperienza così ricca e positiva e un’elaborazione così sfaccettata? Come tradurla in un contributo concreto all’elaborazione di una riflessione sulla gestione dei rifiuti radioattivi in Francia?

Il laboratorio si è concluso con un questionario individuale di valutazione dell’esperienza, poi condiviso nei tavoli di lavoro, in cui ai partecipanti è stato chiesto di indicare quali erano, a loro avviso, i punti di attenzione più importanti relativamente a questo tema, cosa sentivano di avere imparato e cosa li aveva maggiormente sorpresi. Nei gruppi, senza la presenza del facilitatore, i partecipanti hanno inoltre risposto a due domande precise: Qual è il processo ideale di costruzione di una decisione sulle materie e i rifiuti radioattivi? Quale contributo pensi che possa apportare la tua formazione specifica a questo tema?

Una lettura attenta di questo materiale sicuramente fornirà moltissimi stimoli, nello stesso tempo, personalmente, al fine di tradurre questo grande lavoro in un contributo concreto, credo sarebbe stato importante dotarsi di strumenti e modalità di analisi dei temi emersi scenario per scenario, dell’importanza che veniva loro assegnata e dalle sfaccettature che via via emergevano. In che modo, per esempio, di scenario in scenario cambiava il ruolo che veniva attribuito ai cittadini? E perché cambiava? Reagendo a quali sollecitazioni?

Un’ultima riflessione riguarda l’Italia. Ho cominciato questa esperienza da osservatrice per un interesse personale verso il tema della costruzione condivisa di conoscenza su temi scientifici complessi, perché credo sia il nodo di molte questioni sul tavolo oggi, e anche con l’intenzione di capire se, come, con quali adeguamenti, quest’esperienza del Dibattito Pubblico sui rifiuti radioattivi possa essere applicata al contesto italiano.

Nel nostro paese, la scelta di rinunciare al nucleare, come fonte di energia, ha trasformato il tema in un tabù: eppure i rifiuti radioattivi ci sono e vanno gestiti in sicurezza. Negli ultimi anni, l’attenzione è stata focalizzata sull’individuazione del sito per il Deposito Unico in cui collocare i rifiuti radioattivi. In questo contesto, credo che sarebbe di vitale importanza, invece, avviare un processo che puntasse a costruire una base conoscitiva condivisa – non solo informazioni, ma conoscenze, competenze condivise – prima di discutere della localizzazione del Deposito Unico. Vista dall’Italia, questa esperienza rappresenta un’occasione eccezionale per riflettere sul tipo di processo che potrebbe essere avviato: aprire un canale di confronto con i giovani, e i futuri professionisti, con una modalità così ricca, come il Serious Game, potrebbe essere molto interessante soprattutto se adottata con continuità.

 

In questa immagine, il gruppo di studenti e giovani professionisti che hanno partecipato al serious game. Tutte le immagini pubblicate a corredo dell’articolo sono tratte dal sito del Dibattito Pubblico PNGMDR e rappresentano alcuni momenti dei diversi incontri tenutisi tra aprile e luglio in tutta la Francia. 

Conflitti ambientali. Affrontarli con la mediazione per essere efficaci

15/03/2019
di Stefania Lattuille
E’ indubbiamente il tema del momento: come tutelare l’ambiente? Come invertire la rotta e salvare il pianeta? Come prevenire i...

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E’ indubbiamente il tema del momento: come tutelare l’ambiente? Come invertire la rotta e salvare il pianeta? Come prevenire i disastri ambientali?Tante le competenze in gioco, tanti i possibili interventi per affrontare lo spinoso problema e promuovere reali cambiamenti nei tanti settori coinvolti.

In materia di conflittualità in ambito ambientale, da anni è allo studio e sperimentazione prima, ora in fase di espansione e consolidamento, l’idea di gestire i conflitti ambientali con lo strumento della mediazione.

Un professionista terzo –neutrale- facilitatore del dialogo e del negoziato tra le varie parti coinvolte dal conflitto in materia ambientale interviene così per creare uno spazio di confronto in cui la questione viene analizzata sentendo tutte le voci ed affrontata con spirito collaborativo, al fine di reperire soluzioni concrete che pongano fine al contenzioso, ovvero lo delimitino o anche solo a fare chiarezza e creare simmetria informativa tra le parti.

Nei mesi scorsi, è uscito su questo tema un e-book che fa il punto a partire da alcune esperienze significative: “Conflitti ambientali: mediazioni, transazioni, accordi”. Gli autori affrontano la materia portando le loro diverse competenze ed esperienze, approfondendo temi specifici connessi: cosa intendiamo per conflitti ambientali? Quali sono gli strumenti tradizionali per affrontarli? Come funziona e perché funziona bene la mediazione in ambito ambientale? Quali le criticità e le questioni aperte?

Stefania Lattuille, in chiusura, racconta nel dettaglio – a ciò autorizzata dalle parti avute in mediazione – il caso reale che ha seguito come mediatrice e che si è concluso con il primo accordo conciliativo tra due enti pubblici in seno alla sperimentazione effettuata con la Camera Arbitrale di Milano.

Per acquistare il libro: https://shop.wki.it/Wolters_Kluwer_Italia/eBook

Progettare uno stadio a Roma o a Parigi: governance a confronto

14/06/2018
di Marianella Sclavi
Marianella Sclavi a colloquio con Ilaria Casillo Questo articolo è uscito su “Una città” Ilaria – Questo colloquio nasce dallo stupore nell’apprendere...

Marianella Sclavi a colloquio con Ilaria Casillo
Questo articolo è uscito su “Una città”

Ilaria – Questo colloquio nasce dallo stupore nell’apprendere dai giornali italiani della vicenda dello stadio di Roma e della maniera con la quale è stato deciso. Vivendo in Francia e lavorando in un’istituzione – la Commissione nazionale del dibattito pubblico (CNDP) – che gestisce la partecipazione dei cittadini alle decisioni che riguardano grandi progetti di infrastrutture, mi è venuto naturale interrogarmi sul modo in cui (non) sono stati presi in considerazione i cittadini e i diversi portatori di interesse in un progetto cosi importante per una città capitale.

Il caso di Roma mi è apparso tanto più strano se si considerano le analogie che presenta con un progetto simile sul quale la Commissione ha lavorato. Infatti, negli stessi anni (2013-14) due grandi istituzioni sportive, la Associazione sportiva Roma Spa (AS Roma) in Italia e la Federazione Francese di Rugby (FFR ) in Francia, hanno deciso di perseguire la costruzione di un proprio “grande stadio” in linea con le esigenze sportive più moderne. Il primo di 60.000 posti, il secondo di 80.000, finanziati entrambi totalmente con fondi privati, comprese gran parte delle opere di adeguamento del sistema dei trasporti e di urbanizzazione e “riqualificazione” dei territori e quartieri circostanti. In entrambi i casi si è finito col scegliere come localizzazione dello stadio la zona di un ex ippodromo, una nel dipartimento di Essonne, a 33 km a sud dal centro di Parigi e l’altra nel quartiere Tor di Valle, a sud-ovest della città, tra il Grande raccordo anulare (GRA) e l’autostrada per l’aeroporto internazionale di Fiumicino. Quindi due importantissime “grandi opere” che avendo preso il via alla fine del 2013 / inizio del 2014 con la presentazione dei rispettivi piani di fattibilità alle autorità politiche locali e nazionali, hanno poi seguito percorsi di deliberazione e di partecipazione completamente diversi.

Marianella – La prima cosa che mi sorprende favorevolmente, leggendo i documenti illustrativi dei vari passaggi del procedimento di Dibattito Pubblico (DP) relativo allo stadio del Rugby è che sono redatti in linguaggio corrente supportato da foto, disegni, mappe tridimensionali, tabelle; in breve tutto ciò che serve per rendere più accessibile una tematica decisamente complessa. Questo richiede una specifica professionalità, una capacità comunicativa non comune, ad hoc. Da dove viene? Come è stata coltivata?

Ilaria – Nel caso dello stadio del Rugby, come in tutti i casi nei quali la Commissione indice un Dibattito pubblico, l’incarico di organizzare nel dettaglio tutta la procedura del Dibattito compresi i resoconti degli incontri e gli esiti finali del dibattito è stato assegnato a una particolare commissione, chiamata CPDP Commissione Particolare del Dibattito pubblico. In questo caso la commissione era formata da 7 persone: un presidente, tre donne e tre uomini, tutti esponenti della società civile. Nello specifico si trattava di una giornalista, un prefetto onoraria, una direttrice di agenzia a sostegno della imprenditorialità, un membro del Comitato Nazionale del Dibattito Pubblico (CNDP), un vice presidente del CNDP, un esperto in Agricoltura e politiche locali, un consulente nel campo della mediazione e concertazione. La CPDP non ha il diritto di redigere nulla riguardo al progetto. La particolarità consiste nel fatto che il Dossier di presentazione del progetto (chiamato DMO) è redatto dal proponente, ma è la CPDP prima, e poi la CNDP in seduta plenaria, che devono approvarlo se lo ritengono sufficientemente chiaro, e se presenta il progetto in maniera accessibile, intelligibile e completa. Questo significa che concretamente si fa un lavoro in concerto col proponente affinche rediga un buon documento. Il DP risponde a una logica precisa: aprire ai cittadini ogni aspetto del progetto e discuterne attraverso un metodo che è stato elaborato e che è gestito da un terzo che non è parte in causa, cioè né cittadino interessato né il proponente né il decisore politico

Marianella – Quindi possiamo affermare che le persone che fanno parte dei comitati particolari e del comitato nazionale dovrebbero avere fra le loro competenze quella di saper comunicare situazioni complesse in un linguaggio corrente, comprensibile ai normali cittadini

Ilaria – Hai fatto bene a dire “dovrebbero” perché in realtà non è sempre così, il dominio degli specialisti e relativi gerghi è duro a morire anche in Francia. Ma nel caso dello stadio del Rugby ha funzionato direi molto bene.

Marianella – Però, stante che lo scopo è coinvolgere i normali cittadini, chi si impegna nella chiarezza espositiva non potrà essere accusato – come non di rado avviene da noi – di sminuire l’autorevolezza dei rituali, di voler fare “il maestrino o la maestrina”.

Ilaria – Infatti nel DP chi non sa usare un linguaggio più comprensibile tende a sentirsi colpevole, piuttosto che colpevolizzare. Ma vediamo di mettere le cose in prospettiva. Istituita con la legge Barnier del 1995, la Commissione Nazionale del Dibattito Pubblico è diventata con la legge sulla democrazia di prossimità del 2002 un’Autorità Amministrativa Indipendente formata da una pluralità di rappresentanze della società civile e degli Enti Pubblici, dagli ambientalisti ai sindacati ai rappresentanti delle diverse Corti (Consiglio di Stato, Cassazione, dei Conti.) La sua missione è garantire la partecipazione dei cittadini affinché il loro punto di vista sia preso in considerazione nei processi decisionali riguardanti i grandi progetti infrastrutturali e le grandi opere di interesse nazionale, prima che la decisione definitiva sia presa. Questo ha tre implicazioni fondamentali dal punto di vista della governance: primo che il potere politico si astiene dal decidere fino a completamento del percorso del dibattito pubblico, secondo che il processo è gestito da un organismo indipendente, neutrale e sottratto al prevalere di gerghi specialistici anche grazie a una forte presenza di esponenti della società civile e terzo che una amministrazione aperta, capace di dialogo è la risposta ai conflitti e alle crisi di legittimità che accompagna la decisione politica. Il principio che sottintende queste varie procedure partecipative è che più la decisione pubblica è condivisa con i cittadini e più essa è legittima. In questa visione, il potere pubblico non è più il solo depositario e interprete dell’interesse generale, ma lo deve negoziare di volta in volta insieme ai cittadini e portatori di interesse.

Marianella – Vediamo se capisco. Nel processo deliberativo vengono distinte due fasi, la prima focalizzata sulla partecipazione aperta, pubblica, sistematica, di tutti gli interessati. In questa fase le rappresentanze del potere economico, politico, finanziario, insomma le elites del potere, non solo possono, ma debbono intervenire come parti in causa fianco a fianco e faccia a faccia con i comuni cittadini interessati, associazioni, enti e tutti gli altri. Questo è importante perché nei processi partecipativi che si svolgono correntemente in Italia, i poteri forti si guardano bene dal partecipare sullo stesso piano di tutti gli altri. Terminata questa fase, e poi vedremo con quali passaggi e modalità, si apre quella più strettamente decisionale in cui i poteri forti, le elites del potere, con al centro il potere politico, prendono le relative decisioni.

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Ilaria – Il DP è – al fondo – un incontro dialogico diretto fra poteri forti e comuni cittadini promosso dal potere politico e garantito da una autorità terza. I poteri forti se vogliono mettere in atto un progetto di grande opera devono proporlo non solo ai rappresentanti del potere politico, ma direttamente anche a coloro le cui vite verranno toccate dal progetto. Al termine del percorso, la commissione redige e trasmette a tutti il “Rapporto finale del dibattito pubblico” accompagnato da alcune raccomandazioni che sottolineano gli aspetti critici emersi dal dibattito stesso, e a questo punto i decisori sono liberi di prendere decisioni anche diverse da quelle emerse dal DP, purché ne motivino le ragioni.

Marianella – Nel caso del grande stadio del rugby, come si è sviluppato questo percorso?

Ilaria – La Commissione Nazionale ha nominato la sottocommissione alla quale ho accennato in precedenza, la quale ha preso contatto in prima istanza con tutti i decisori già mobilitati, la FFR , l’imprenditore e costruttore, gli enti locali che si erano offerti di ospitare lo stadio.

Marianella – In che senso “si erano offerti “?

Ilaria – Per definire la localizzazione la FFR ha emesso un avviso pubblico con richiesta ai territori della grande cintura di Parigi interessati ad ospitare lo stadio di farsi avanti e fra le nove proposte emerse, ha scelto la zona dell’ex ippodromo nel dipartimento di Essonne. Questa scelta ha comportato incontri con le amministrazioni locali interessate e scambio dei reciproci desiderata e vincoli di cui tener conto nella elaborazione del progetto.

Marianella – In italia una impresa privata (come la Roma Spa) con un progetto che non prevede il finanziamento pubblico non può ricorrere a un bando pubblico per manifestazione di interesse. In questo caso l’impresa ha dato l’incarico a uno studio specializzato per una analisi comparativa delle possibili localizzazioni e alla fine, guarda caso, l’area prescelta è di proprietà di uno dei proponenti del progetto, il costruttore Luca Parnasi .

Ilaria – In Francia il proponente o proponenti del progetto, sapendo che questo dovrà passare per l’esame critico del Dibattito Pubblico è costretto a una estrema trasparenza e chiarezza fin dalla fase istruttoria. Solo una volta che il documento di progetto è stato approvato dalla commissione particolare e da quella nazionale, si può avviare il dibattito. Poi – come già detto – si tratta di organizzare gli incontri tra i cittadini, il proponente e tutti gli altri attori coinvolti (in base al progetto discusso: attori economici, politici, culturali, associativi, sindacali etc.), di chiedere, se è il caso, degli studi di fattibilità o previsionali alternativi rispetti a quelli presentati dal proponente etc. I membri della commissione particolare hanno il dovere di fissare l’attenzione sulle “zone di incertezza” del progetto che emergono dal dibattito, di prefigurarne le alternative e la massima trasparenza e discussione di tutti i vincoli e le caratteristiche del progetto: finanziari, giuridici, urbanistici, ambientali. Tutto questo crea molto spesso un clima di ascolto, sereno, autentico e attivo tra i cittadini, l’autorità che gestisce il processo partecipativo e il proponente

Marianella – L’espressione “ ascolto sereno, autentico e attivo”, trasposta nel contesto italiano, mi fa sorridere. Da noi il processo decisorio è quanto di più ansiogeno si possa immaginare. Dalle interviste ad alcuni dei decisori implicati nella faccenda dello stadio della Roma, ho avuto l’impressione che si sentissero in continuo pericolo di essere colti in fallo, di aver trascurato qualche “previo” passaggio che bloccherebbe tutto. La dimensione progettuale che è dominante nel DP francese, da noi è totalmente subalterna alla logica dei regolamenti giuridici e alla molteplicità di fonti di autorizzazione che operano in modo ampiamente indipendente fra loro. In questo clima di costante insicurezza, ogni decisore (sindaco o assessore) ha bisogno di un proprio circuito amicale, di persone e professionisti di cui si fida (i famosi “cerchi magici”) e di non inimicarsi i guardiani dei “regolamenti”. L’idea che la governance possa funzionare meglio se sottratta a questi “gate-keepers” è assente e c’è un vuoto di idee su procedure alternative. Nel caso dello stadio di rugby, come si è proseguito?

Ilaria – La sotto-commissione in accordo con tutti gli interessati ha stabilito un calendario di incontri. Le riunioni fondamentali sono state sette ognuna in una località diversa del territorio interessato all’intervento. Ogni riunione si è aperta con una presentazione generale del progetto e ha proseguito con l’approfondimento di una tematica specifica, particolare. La maggior parte di queste riunioni si possono seguire anche in streaming su Internet e vengono trascritte sull’apposito sito internet del dibattito, dove chi è interessato può aggiungere commenti, domande, proposte. Le tematiche hanno riguardato i rapporti fra grande stadio e il territorio circostante, la quantità e complementarietà degli stadi già esistenti nell’Ile de France, la varietà di attività che lo stadio potrebbe/dovrebbe offrire, il sistema dei trasporti, chi paga cosa, l’economia del grande stadio e gli impegni degli enti pubblici, il ruolo del gioco del rugby in Francia, il tessuto urbano circostante e i risvolti ambientali del progetto. A questi sette incontri se ne sono affiancati parecchi altri su iniziativa di associazioni locali e studentesche.

Marianella – Una obbiezione ricorrente in Italia è che i processi partecipativi durano troppo, fanno perdere tempo ai decisori.

Ilaria – Innanzitutto si pensa troppo spesso al tempo speso per la partecipazione e non a quello perso per dover recuperare dei vuoti partecipativi che poi finiscono per bloccare i progetti a causa di opposizioni forti e radicali. La partecipazione in questo senso, permette di guadagnare tempo perché alcuni conflitti vengono anticipati e gestiti. Un Dp dura in media dai 4 ai 6 mesi, durante i quali “si fermano i giochi”, nel senso che nessuna decisione politica e amministrativa può essere presa sul progetto. Nel caso dello stadio del rugby, il dibattito pubblico è iniziato ufficialmente il 28 novembre 2013 e il “Rapporto finale del dibattito pubblico” è stato consegnato il 21 febbraio 2014. E i decisori hanno comunicato e argomentato la loro decisione definitiva prima della fine del 2014. Quindi abbastanza celermente.

Marianella. In Italia, a Roma, dove un processo partecipativo analogo per ora non ce lo sogniamo neppure,i tempi sono stati tre volte più lunghi, da fine 2013 a marzo 2017 (ma ho seri dubbi che sarà l’ultimo step) e specialmente tutto è proceduto in modo molto più intricato, pasticciato, nonché oneroso. Il progetto “definitivo” è stato consegnato al commissario di Roma Capitale e alla Regione Lazio a fine maggio 2016 ed è composto di una relazione di 7041 pagine corredata da 567 allegati e 50.000 pagine di relazioni specialistiche. La quantità e peso delle carte prodotte è inversamente proporzionale al loro effettivo peso politico. Italia Nostra in una sua denuncia sostiene che le carte occupano una stanza di 25 mq.

Ilaria – Chiedo: a chi spetta l’incarico (per non dire chi ha il tempo) di leggere ed esaminare tutte queste carte?

Marianella – Come disse Flaiano, “La situazione politica in Italia è grave, ma non è seria”. Nessuno ha mai letto quei documenti e a parte forse qualche tesi di laurea, nessuno li leggerà. Si potrebbe sostenere che l’iter deliberativo romano è stato penalizzato da tre passaggi di mano del governo della città: giunta Marino dal 2013 ad ottobre 2015, poi commissario prefettizio dal 2015 al giugno 2016 e quindi l’attuale giunta 5 stelle con Raggi sindaca. Però i quintali di carte sono la conseguenza di come la giunta Marino ha affrontato il problema, per cui, nel sancire il pubblico interesse per l’insediamento dello stadio a Tor di Valle poco prima della defenestrazione del sindaco, ha elencato una tale quantità di condizioni / cambiamenti al progetto iniziale che, seppure negoziate in precedenza con i proponenti, hanno richiesto ognuna una incredibile quantità di ulteriori attestati e studi specialistici per ovviare possiibli ulteriori obiezioni delle varie branche burocratiche, conferenza dei servizi, ecc. Poi con la giunta Raggi la discussione è rimasta su un piano da spot pubblicitari: stadio sì, stadio no, a Tor di Valle sì, a Tor di Valle no e così via, in un turbinio di opinioni la cui autorevolezza dipende unicamente dal peso politico di chi la sostiene. Alla fine gli stessi “grillini” romani, la base organizzativa dei 5 stelle, erano divisi in vari schieramenti e la sindaca dice: “Basta, mi avete votato, adesso decido io.” E ha negoziato con i proponenti una serie di modifiche alle modifiche proposte dalla giunta precedente sulle quali non mi soffermo, ma che comunque devono ancora passare al vaglio della Conferenza dei Servizi della Regione Lazio, per cui niente è ancora sicuro. Si vedrà.

Ilaria – Direi che questo taglia le gambe a chi sostiene che i processi patecipativi fanno perdere tempo!

 

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Marianella – In mancanza di una validazione partecipativa, in Italia il circuito decisionale rimane impigliato e prigioniero da un lato della litigiosità delle parti politiche e dall’altro del moltiplicarsi degli accertamenti burocratici. Questo, oltre tutto, fa sì che quando si arriva al momento di prendere delle decisioni, per esempio nei Consigli Comunali, queste sono espresse in un linguaggio retorico completamente avulso dal mondo attuale, che viene vissuto come strumento di elevazione al di sopra delle parti e dimostrazione di autorevolezza del potere. La domanda è: una decisione presa sulla scorta di un processo partecipativo come il DP, comporta un cambiamento anche del linguaggio più strettamente giuridico degli organi decisori politici? Per farti capire cosa intendo ti faccio un esempio. Quelle che seguono sono le prime sette righe del documento (Deliberazione n. 48) col quale la Giunta Capitolina, in data 30/03/2017, ha dichiarato di pubblico interesse la realizzazione dell’intervento urbanistico denominato “progetto Nuovo Stadio della Roma”. Eccole:

“Premesso che in data 1mo gennaio 2014 è entrata in vigore la legge 27 dicembre 2013 n 147 che stabilisce al comma 304, quanto segue:

Al fine di consentire, per gli impianti di cui alla lettera c) del presente comma, il più efficace utilizzo, in via esclusiva, delle risorse del Fondo di cui al comma 303, come integrate dal medesimo comma, nonché di favorire comunque l’ammodernamento o la costruzione di impianti sportivi, con particolare riguardo alla sicurezza degli impianti e degli spettatori, attraverso la semplificazione delle procedure amministrative e la previsione di modalità innovative di finanziamento” ( sottolineature mie )

e così via per le seguenti 11 pagine, che precedono la delibera vera e propria. È la sopravvivenza di rituali comunicativi che Italo Calvino 50 anni fa ha chiamato “l’anti-lingua” e che come si vede non sono molto mutati nel frattempo.

Ilaria – Sono assolutamente d’accordo con te. La pratica in Francia è completamente diversa perché il proponenete entro tre mesi dalla chiusura del DP deve pubblicare una decisione motivata ma soprattutto chiara e comprensibile che spieghi cosa si è deciso e perché.

Marianella – Un’altra obbiezione tipica italiana è relativa ai costi: quanto è costato il percorso di Dibattito Pubblico per lo stadio del Rugby?

Ilaria – Le commissioni particolari per il loro impegno non ricevono uno stipendio, ma delle indennità calcolate in base al numero di riunioni organizzate, al tempo dedicato alla preparazione del dibattito e alla redazione del rapporto finale. Nel caso dello stadio di Rugby a fronte ad un investimento totale, complessivo previsto che si aggirava sui 600 Milioni di euro, le spese complessive per informazione e organizzazione della partecipazione sono state 870.000 di cui 383.000 euro per informazioni e comunicazione e mobilizzazione, compresi 170.000 euro per le indennità e spese della commissione. Il resto era destinato alla logistica, al funzionamento delle permanenze e dei punti di informazione, agli streaming, al sito internet, etc. Infine va sottolineato che sono i proponenti economici del progetto che si fanno carico della gran parte dei costi del processo partecipativo.

Marianella – Personalmente mi sembra un costo molto equo, anzi un grande affare per chi ci tiene davvero al bene pubblico. È possibile fare un bilancio delle principali esperienze di Dp praticate in Francia negli ultimi 20 anni?

Ilaria – La legge del DP stabilisce che tutti i progetti che rientrano nel codice dell’ambiente e che hanno un costo uguale o superiore a 300 milioni di € devono essere obbligatoriamente segnalati e presentati a un’Autority indipendente (la Commissione Nazionale del Dibattito Pubblico – Cndp) che decide se attivare una procedura di dibattito pubblico (DP) o un’altra procedura di partecipazione dei cittadini, come la concertazione. Da quando è stata creata nel 1995 la Cndp, ha disposto e oganizzato 78 dibattiti pubblici su casi relativi a infrastrutture ferroviarie o stradali, centrali elettriche e nucleari e anche numerosi progetti di impianti sportivi.

Marianella – Come si è conclusa la decisione relativa allo stadio del rugby?

Ilaria – In questo caso alla fine il proponente alla luce di quanto emerso ha deciso di rinunciare alla realizzazione dell’opera. Una decisione che è stata presa sulla base di informazioni e considerazioni molto articolate e approfondite rese possibili proprio dal processo di partecipazione e di coinvolgimento dei cittadini.

Marianella – Puoi farci una sintesi di queste considerazioni?

Ilaria – Le indicazioni che questa esperienza di DP ha fornito ai decisori riguardano quattro tematiche che hanno catalizzato l’interesse dei cittadini e che sono state spesso indicate come problematiche. La localizzazione: lo stadio avrebbe dovuto essere impiantato alla periferia della città di Ivry, si sarebbe dovuto investire, con fondi pubblici, in modo serio sull’ampliamento del trasporto ferroviario, in particolare della linea RER D (il che avrebbe comportato la sua interruzione per un tempo troppo lungo se si pensa alla sua altissima frequentazione). L’accessibilità e la reale disponibilità dei poteri pubblici a finanziare l’ampliamento della rete di trasporti hanno rappresentato una vera questione cruciale. Il dibattito ha permesso di porsi la domanda: la localizzazione alla periferia della città di Ivry è davvero quella giusta? Sviluppo economico e turistico: lo stadio così come proposto sarebbe stato impiantato troppo fuori dal centro città che dunque non avrebbe potuto beneficiare delle ricadute economiche e turistiche dei visitatori, in particolare stranieri (i due terzi del pubblico delle partite di rugby in Francia è composta dalle squadre avversarie straniere). In UK ad esempio gli stadi sono quasi tutti in centro città. In questo caso, non ci sarebbe stato quindi quasi nessun aumento dell’attrattività di Ivry, nessuna riflessione è stata condotta dal proponente e dai suoi partner su come trasformare un oggetto sportivo in un oggetto turistico e un volano di sviluppo. Soglia di rendimento dello stadio: il dibattito ha mostrato meglio come lo stadio fosse destinato soprattutto a un pubblico di fascia medio-alta. La capitalizzazione degli investimenti inoltre era di difficile dimostrazione. Bisogno di un secondo stadio: i giocatori di rugby utilizzano già lo stadio di Saint-Denis, i cittadini si sono chiesti quindi se non si potevano migliorare le condizioni di affitto e di uso dello stadio già esistente piuttosto che di costruirne uno nuovo con diversi inconvenienti. Il bisogno reale di un secondo stadio è stato quindi davvero rimesso in discussione.

Marianella – Sia che si decida a favore di un progetto che contro, un grande vantaggio di un metodo come il DP è che fornisce solide basi alla decisione, sganciate da contrapposizioni ideologiche. Se la giunta Marino (Pd) avesse adottato un approccio del genere, sarebbe stato molto più difficile per la giunta successiva (5 stelle) pretendere di ricominciare da zero per poi arrivare a una decisione che ricopia il progetto precedente dimezzandolo. Inoltre l’assessore all’urbanistica della giunta Marino, Caudo, aveva favorito la nascita di un Osservatorio composto dai comitati dei quartieri più direttamente interessati i quali avevano svolto un ruolo prezioso di traduzione in linguaggio corrente dell’intero progetto e di raccolta di critiche e proposte integrative. Anche questo Osservatorio è stato totalmente ignorato dalla nuova giunta, che evidentemente lo vede come la lunga mano di quella precedente.

Ilaria – Le esperienze a confronto del dibattito pubblico sullo stadio di rugby e sulla mancata partecipazione dei cittadini sullo stadio di Roma invitano a due considerazioni in particolare: prima di tutto che dietro a un’infrastruttura turistica sportiva di trasporti etc. si gioca ben altro che il “semplice progetto”. Ci sono di mezzo le interazioni col territorio, e delle concezioni dello sviluppo economico e sociale e progetti di mobilità. Si tratta di esplicitare le ricadute territoriali del progetto nel medio e lungo periodo, alle quali i cittadini possono non aderire. Un’infrastruttura in questo senso è un “atto politico” di cui i cittadini, e questa è la seconda considerazione, hanno il diritto di discutere. La mancanza di un confronto serio coi cittadini sulle grandi opere rinvia quindi non solo a un vuoto di legittimità della decisione ma prima di tutto a un vuoto democratico destinato ad allargarsi e a toccare altre sfere della vita pubblica.

 

casillo_pillonIlaria Casillo con Andrea Pillon a Forum PA 

Ilaria Casillo, dal 2015 è vicepresidente della Commissione Nazionale del Dibattito Pubblico francese (CNDP). è professore associato alla Facoltà di Urbanistica Università Paris Est Marne-la-Vallée. È stata membro dell’Autorità di garanzia e promozione della partecipazione della Regione Toscana in Italia.

Marianella Sclavi, fondatrice di Ascolto Attivo, ha insegnato Etnografia Urbana al Politecnico di Milano dal 1993 al 2008. È  una pioniera delle esperienze di democrazia partecipativa. Su questo tema ha pubblicato vari testi, fra i quali con Lawrence Susskind (MIT): Confronto creativo. (2011/2016).