Occhio all’Orecchio

Il blog di Ascolto Attivo. Spunti, interrogativi, riflessioni su progettazione partecipata, democrazia deliberativa, mediazione, gestione dei conflitti. Quotidianità, concrete fatiche e sorprendenti scoperte del facilitatore di sistemi complessi.

Il Débat Public sui rifiuti radioattivi

02/03/2020
di Agnese Bertello
La gestione dei rifiuti radioattivi è un tema complesso che genera conflitti e proteste da parte dei cittadini: il modello...

Quest’articolo è uscito sul numero 1/2020 di Qual Energia

Nel novembre scorso, si è concluso a Parigi, il Débat Public sul Piano Nazionale per la Gestione delle Materie e dei Rifiuti Radioattivi (PNGMDR).

Redatto ogni tre anni dalla Divisione Generale Energia e Clima del Ministero della Transizione Ecologica e dall’Autorità per la Sicurezza Nucleare (ASN), il piano censisce i rifiuti radioattivi presenti sul territorio, per tipologia e quantità, definisce gli obiettivi generali da raggiungere, individua le modalità di trattamento e stoccaggio sulla base delle caratteristiche di ciascuna tipologia di rifiuto.

Fino al 2016, la stesura del Piano era di esclusiva competenza degli esperti e degli organi del governo. La storia di questa edizione, invece, è diversa: per la prima volta, infatti, il Piano è stato l’oggetto di uno strutturato percorso di dialogo con i cittadini: il Débat Public. Nell’arco di sei mesi, attraverso una serie di incontri e workshop organizzati su tutto il territorio nazionale da una Commissione indipendente, cittadini comuni hanno avuto modo di entrare nel merito dei contenuti del piano, anche di quelli più tecnici, di discuterne apertamente e di esprimere il proprio punto di vista.

Strumento per l’ascolto e il dialogo con gli abitati in merito alle grandi opere, il Débat Public è stato introdotto nel corpus legislativo francese con la Legge Barnier del 1995, come risposta ai conflitti che erano nati intorno alla realizzazione del TGV Mediterraneo, e progressivamente messo a punto con successivi interventi legislativi. Da allora ne sono stati condotti quasi un centinaio su progetti di grandi opere e infrastrutture di varia natura, dagli impianti eolici agli stadi, dalle interconnessioni ferroviarie ai centri commerciali. La riforma del 2016 ha previsto la possibilità di farvi ricorso anche per discutere di programmi e piani nazionali, a carattere strategico: per questa ragione, sia il Piano Pluriennale per l’Energia, nel 2018, sia il Piano Nazionale per la Gestione delle Materie e dei Rifiuti radioattivi, nel 2019, hanno dovuto affrontare un Débat Public.

Come funziona il Débat Public
L’obiettivo del DP è informare in maniera trasparente e completa su tutti gli aspetti e gli impatti legati alla realizzazione di una specifica opera, consentire a tutti coloro che sono interessati di esprimere la loro opinione al riguardo, organizzare contesti in cui è possibile discutere nel merito il progetto. A indire il DP è un’autorità indipendente e autonoma, la Commissione Nazionale Dibattito Pubblico (CNDP), garante del dialogo. Il processo, inoltre, si apre su un progetto preliminare, sufficientemente dettagliato da consentire di parlare di cose concrete, ma ancora modificabile. Ciascun DP è condotto da una Commissione Particolare, nominata da quella nazionale, che si assume la responsabilità della sua organizzazione, a partire dal design del percorso per arrivare agli aspetti logistici e di comunicazione. La società o l’ente che propone il progetto finanzia il DP, ma è escluso dalle scelte su come condurlo.

Il DP si sviluppa attraverso tre fasi: una fase preparatoria, il dibattito pubblico vero e proprio e una fase conclusiva. Nella fase preparatoria, la Commissione Particolare affianca il proponente il progetto nel redigere il Dossier di presentazione dello stesso e incontra tutti gli stakeholder coinvolti a vario titolo dal progetto, per comprendere appieno tutte le implicazioni del progetto e definire i contenuti da trattare.

Nella fase pubblica del dibattito, si susseguono incontri, workshop, tavole rotonde, sopralluoghi aperti a tutti; a questi momenti pubblici, è sempre affiancata un’intensa attività on line.

La fase conclusiva prevede un ultimo appuntamento durante il quale la Commissione presenta la Relazione finale: nel documento vengono evidenziati tutti i punti di vista, le questioni dibattute, le le proposte emerse durante il percorso. Entro un lasso di tempo di 3 mesi, l’azienda o l’ente promotore del progetto è chiamato a rispondere pubblicamente, specificando in che modo terrà conto di quanto emerso, quali considerazioni e proposte vengono accolte e quali invece no, e perché, precisando di conseguenza se e in che modo intende modificare il progetto.

Il dibattito sul PNGMDR
Preceduto da una fase preparatoria della durata di un anno, il Dibattito sul PNGMDR è stato inaugurato il 17 aprile 2019 e si è concluso il 25 novembre 2019, quando la Commissione Particolare, presieduta da Isabelle Hariel-Dutirou (giurista), ha presentato la sua Relazione finale.

Nell’arco di questi sei mesi, si sono tenuti 23 incontri in altrettante città del paese.

Oltre agli incontri per la presentazione e discussione del piano da un punto di vista generale, il calendario ha previsto incontri e laboratori dedicati all’approfondimento di temi specifici. Questo approccio ha consentito di affrontare gli aspetti squisitamente tecnici trattati nel Piano, ma ha anche permesso di dedicare un tempo ad hoc a quei temi di carattere più sociale, etico e strategico che stavano particolarmente a cuore ai partecipanti.

Agli incontri dedicati al tema del trasporto delle sostanze radioattive, o alla distinzione tra materie e rifiuti radioattivi, o ancora alla filiera dei rifiuti a bassa radioattività, solo per citarne alcuni, si sono affiancati incontri sui rischi, ambientali e sanitari, sugli aspetti economici (a partire da un documento della Corte dei Conti), sulla governance e sulla fiducia.

Molta attenzione è stata data al confronto sugli aspetti etici, in particolare al tema dell’eredità che si lascerà alle generazioni che verranno; un tema di complessa elaborazione, se consideriamo che l’arco di tempo nel quale ci si pone è di milioni di anni. Come porsi di fronte a un futuro così lontano da non essere immaginabile?

Proprio su questo tema, per esempio, hanno autonomamente scelto di esprimersi i cittadini che hanno partecipato al Groupe Miroir, laboratorio che si è sviluppato nell’arco di tre week end durante i quali i partecipanti (un campione di 14 persone, rappresentativo per quanto possibile della composizione demografica del paese) hanno avuto la possibilità di approfonditre i vari aspetti del tema, confrontarsi con tecnici ed esperti sui temi in gioco e al termine del quale hanno elaborato un documento in cui hanno espresso le loro considerazioni e il loro parere informato sulla materia.

Per far fronte alla complessità tecnica, e alla difficoltà di coinvolgere nel Dibattito un pubblico giovane, la Commissione ha introdotto strumenti che rappresentano alcuni dei risultati più netti dell’intero processo.

Ancora nella fase preparatoria, per esempio, la Commissione ha coinvolto gli attori del processo – associazioni ambientaliste, enti di ricerca, produttori – in un confronto serrato sui punti controversi in materia di gestione dei rifiuti radioattivi con l’obiettivo di individuare “un accordo sui punti di disaccordo”. Il risultato è la pubblicazione di un documento intitolato “Chiarimenti dei punti controversi” (Clarification des controverses techniques), condiviso e approvato da tutti gli attori, che ha avuto il merito di creare una base comune di discussione ed evitare che gli incontri si trasformassero in sterili battaglie di numeri.

Con il laboratorio “Seriuos Game”, messo a punto da un progetto di ricerca europeo, Sitex, in collaborazione con l’IRSN (Istituto di Radioprotezione e Sicurezza Nucleare) si è invece cercato di coinvolgere in maniera attiva una quarantina di giovani laureati e laureandi, sia delle facoltà scientifiche direttamente attinenti, sia delle facoltà umanistiche. Attraverso questo gioco di ruolo, basato su due scenari – uno sulla gestione dei rifiuti ad alta radioattività e l’altro sui rifiuti a bassa radioattività – è stato possibile, per i partecipanti, vedere evolvere gli scenari in più direzioni, per effetto delle scelte di ciascun giocatore, valutandone di volta in volta tutte le complesse implicazioni a più livelli di analisi.

Un tema spinoso
Quello sul PNGMDR non è il primo DP che si occupa di nucleare. Nel 2005, se ne tenne uno in merito ai rifiuti a media e alta radioattività, seguito nel 2013 da quello sul progetto Cigéo, il deposito geologico definitivo per i rifiuti nucleari. L’uno e l’altro furono molto contestati; il secondo, in particolare, poté tenersi soltanto on line. Un primo risultato positivo, rivendicato dalla Commissione, è dunque che questo processo ha potuto svolgersi dall’inizio alla fine: su 23 incontri solo uno ha dovuto essere interrotto, mentre in altri 4 casi, le contestazioni hanno inciso sull’andamento dell’incontro e sul tema, senza però impedirne lo svolgimento. È certo però che questo DP paga una mancanza di fiducia che, al di là di un fattore strutturale delle nostre società, è certamente collegata alla mancata presa in carico da parte del Governo degli esiti dei dibattiti pubblici prima citati. Forse per questo il DP sul PNGMDR non è riuscito a raggiungere i cittadini comuni, che sono il target specifico di ogni DP; gli incontri sono stati seguiti, con passione, soprattutto da persone che già si occupano del tema: militanti delle associazioni ambientaliste (Greenpeace, Wise Paris, Global Chance), ricercatori di ambito scientifico ed economico (CNRS), lavoratori dell’intera filiera industriale del nucleare (Orano, EDF, Andra), rappresentanti delle istituzioni locali e nazionali. Buona la qualità del confronto: il dialogo tra chi portava punti di vista diversi e opposti è stato possibile, grazie anche alla disponibilità della Commissione a discutere e confrontarsi anche su temi spinosi portati dai cittadini. Per esempio, sebbene in due distinte Leggi (2006 e 2016) lo stoccaggio geologico profondo sia indicato come la tecnologia scelta per la gestione definitiva dei rifiuti ad alta e media attività di lunga durata per il Paese, uno degli incontri è stato formalmente dedicato a discutere delle alternative a quel progetto ed è stato chiesto all’IRSN di presentare un documento che indicasse le opzioni possibili.

Recuperabilità dei rifiuti stoccati e reversibilità delle scelte sembrano essere il cuore della questione. Occorre garantirsi la possibilità di cambiare strada e di recuperare i rifiuti radioattivi stoccati, confidando che la ricerca scientifica giunga a mettere a punto processi che consentano di eliminare i rifiuti radioattivi, per esempio attraverso la separazione e trasmutazione.

Ciò che i partecipanti hanno chiaramente espresso è la difficoltà, o impossibilità, di sviluppare una riflessione coerente sul tema dei rifiuti radioattivi senza avere la possibilità di discutere del nucleare tout court: parlare di mono e multiriciclaggio del combustibile, di rifiuti dalla dismissione delle centrali, di saturazione delle disponibilità di stoccaggio, ha necessariamente a che fare con la strategia energetica nucleare.

Molti contributi significativi hanno riguardato il tema delle Governance del Piano; in questo caso, i partecipanti hanno sottolineato la necessità di coinvolgere in maniera continuativa e concreta i cittadini perché possano esprimere il loro parere ed esercitare una vigilanza sugli sviluppi del Piano; la necessità di dedicare una maggiore attenzione ai territori, poiché le scelte inserite nel piano si traducono poi in progetti, impianti, infrastrutture che incidono su specifici territori; di dedicare una parte del Piano alle questioni della salute pubblica e di coordinare in maniera efficace con i piani strategici sull’energia e sui trasporti.

Entro il 25 febbraio 2020, il Ministero della Transizione Economica dovrà comunicare le sue scelte. Chantal Jouanno, presidente della Commissione Nazionale (CNDP), ha evidenziato l’importanza di questo passaggio e la necessità che le risposte del Ministero si facciano effettivamente carico di quanto emerso dal percorso.

Dalla Francia all’Italia
Che insegnamenti possiamo trarre, noi, da questa esperienza? Nel nostro paese di energia nucleare non se ne produce più, i rifiuti radioattivi, però, li abbiamo anche noi, e parlarne non sembra essere più semplice che oltralpe. Per ottemperare agli obblighi previsti dalla Legislazione europea (Direttiva 2011/70/EURATOM), anche l’Italia ha redatto un Programma Nazionale per la Gestione dei Rifiuti Radioattivi. Il documento è stato sottoposto a VAS nel luglio 2017. La versione definitiva del documento è stata poi pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale il 30 ottobre 2019 e inviata alla Commissione Europea.

Il programma prevede anche la realizzazione Deposito Nazionale per i Rifiuti Radioattivi. Dopo il caso di Scanzano Jonico, è apparso chiaro che non è possibile procedere alla individuazione del sito per il Deposito senza un confronto serio con i cittadini. Per questo, per disciplinare le modalità di consultazione pubblica sul Deposito, esattamente 10 anni fa, nel febbraio 2010, è stato pubblicato un Decreto Legge ad hoc (D. L. 31/2010). Il Decreto stabilisce che la fase di dialogo con i territori debba avvenire in seguito alla pubblicazione della Carta Nazionale delle Aree Potenzialmente Idonee (CNAPI), che debba procedere attraverso 4 mesi di consultazione pubblica e un Seminario Nazionale, per giungere all’individuazione del sito idoneo attraverso autocandidatura. La CNAPI esiste dal 2015 e dal 2015 si attende il nulla osta da parte del Ministero dell’Ambiente e dal Mise per poter procedere alla sua pubblicazione e dare il via così alla consultazione.

L’approccio descritto nel Decreto sembra essere poco coerente, considerando che da una parte spinge verso l’autocandidatura, adottando un modello innovativo, sperimentato con successo, per esempio, in Canada; dall’altra, sceglie di avviare il percorso con la pubblicazione di una Carta che indica già quali sono le aree potenzialmente idonee, tagliando le gambe a qualsiasi autocandidatura e alimentando, invece, la conflittualità. Il Decreto non indica né strumenti né modalità specifiche di coinvolgimento e ascolto dei cittadini, la fase di consultazione e il seminario di cui parla devono ancora essere riempiti di contenuti. Varrebbe senz’altro la pena rivederne l’approccio, tenendo conto delle molteplici esperienze deliberative che si sono tenute, anche nel nostro paese, negli ultimi dieci anni. Lo stesso Dibattito Pubblico, per esempio, a partire dal 2009, è stato applicato in più occasioni – per esempio, per la Gronda di Genova, il Passante autostradale di Bologna, il Porto di Livorno e i Navigli a Milano – e finalmente, attraverso il DPCM 76/2018, è stato ufficialmente introdotto nel nostro ordinamento.

Pubblico è il Dibattito – Qual Energia 1/2020

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Perché serve un Dibattito Pubblico sul nuovo stadio di Milano?

18/12/2019
di Agnese Bertello
In questi mesi il futuro dello stadio di San Siro è al centro dell'attenzione; Inter e Milan hanno bisogno di...

Quest’articolo è uscito il 18 dicembre su Arcipelago Milano.

 

Nell’articolo pubblicato su Arcipelago Milano l’11 novembre, Donatella De Con citava una presentazione da me fatta, nel 2017, in Commissione Affari Istituzionali al Comune di Milano, relativamente al Dibattito Pubblico.

In quella presentazione, parlavo della partecipazione del Comune di Milano, in una cordata con molteplici attori, a un bando Life sul tema dei conflitti ambientali che prevedeva di avviare una prima sperimentazione del Dibattito Pubblico in città su un progetto pilota. Il bando non fu vinto, il Dibattito Pubblico ha visto comunque una prima applicazione a Milano sul tema dei Navigli nel 2018, ma la proposta avanzata da Donatella De Con nel suo articolo, quella cioè di sottoporre la realizzazione dello stadio a Dibattito Pubblico resta valida e opportuna.

Del resto, è stato lo stesso Sala, in un articolo apparso su La Repubblica l’8 settembre, a sollecitare Inter e Milan affinché avviassero un percorso di partecipazione vero e proprio in merito alla realizzazione del nuovo stadio. Il sindaco citava le esperienze del PGT e dei Navigli e invitava le due squadre a seguire questi esempi. Insomma, diceva Sala, “fare vedere il progetto ai cittadini” non basta più.

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Nei giorni successivi alla pubblicazione dell’articolo, le due società hanno effettivamente organizzato momenti di confronto con gli abitanti; gli strumenti adottati però non sembrano rispondere in maniera adeguata all’esigenza di trasparenza e approfondimento che una questione complessa, come quella dello stadio, meriterebbe.

Una delle prime attività proposte è stato un sondaggio on line. Su www.nuovostadiomilano.com il parere dei tifosi e dei cittadini viene raccolto attraverso la presentazione di 43 affermazioni a cui si risponde indicando il proprio gradimento (da 1 a 5 stelle). Andiamo da “Il nuovo stadio e l’area circostante dovranno essere moderni e innovativi”, “ecosostenibili” “sicuri per le famiglie”, “facilmente accessibili” a “La costruzione dello stadio rigenererà l’intera area di San Siro”, “Il nuovo stadio porterà benefici alla comunità”.

Ci sono stati poi consigli comunali aperti sia nel Municipio 7 (all’interno del quale si trova lo stadio) sia nel Municipio 8 (che confina con l’area dello stadio). Agli incontri, i cittadini presenti, già organizzati in comitati contro e comitati pro, hanno espresso il loro punto di vista, nettamente diverso da quelle dei tifosi: si è parlato di rigenerazione del quartiere, di viabilità, rumore, del pericolo di una speculazione edilizia e di una conseguente colata di cemento. Durante il consiglio comunale aperto del 18 novembre nel municipio 7, secondo quanto riporta Il Corriere della Sera, il presidente del Milan, Alessandro Antonello, ha concluso sottolineando disponibilità al dialogo delle due società: «Cercheremo di recepire le vostre osservazioni. Non siamo qui a imporre nulla ma a sentire le vostre esigenze, e farle nostre per aiutare ad aggiustare il progetto».

Il 13 dicembre, infine, in Municipio 8 si è tenuto un incontro aperto della Commissione Territorio convocata per “approfondire una soluzione alternativa alla demolizione, ovvero il recupero e la riqualificazione dell’attuale stadio: ciò al fine di consentire un confronto tra le due ipotesi sul tavolo (demolizione e ricostruzione, oppure rigenerazione dello stadio attuale) sotto un profilo tecnico/economico per una valutazione preliminare costi/benefici di ogni singola opzione”. Quella del Municipio 8 è stata un’iniziativa del tutto autonoma con l’obiettivo di coinvolgere e informare i cittadini: i vertici delle due squadre non erano tra i relatori previsti e nessun rappresentante dei club ha partecipato. I medesimi relatori – ing. Mascheroni, ing. Mola e arch. Aceti – che hanno presentato progetti di recupero del Meazza, sono poi stati convocati per un’audizione alla Commissione sport del Comune di Milano, il 16 dicembre.

Le iniziative sono di fatto scollegate tra di loro, non è chiaro quale sia l’obiettivo, e il fatto che non fossero mai presenti insieme tutte gli attori coinvolti – Comune, Municipi, Milan e Inter, cittadini, progettisti, tifosi – depotenzia gli incontri stessi che appaiono occasioni di informazione importanti ma fine a se stesse.

La disponibilità ad ascoltare, che sembra emergere dalle dichiarazioni delle due squadre, e il bisogno di esprimere il proprio punto di vista e le proprie preoccupazioni dei cittadini trovano in questi strumenti una reale opportunità di incontrarsi. Il dialogo non è possibile.

Il sondaggio d’opinione non può che registrare opinioni individuali, più o meno informate, mentre nell’assemblea di stampo tradizionale, i punti di vista si susseguono in un contraddittorio nella maggior parte dei casi volto più alla polemica che alla comprensione dei molteplici aspetti in gioco e dei molteplici interessi. Né nell’uno né nell’altro caso, si creano le condizioni perché i partecipanti possano elaborare un pensiero nuovo, analizzando l’insieme delle questioni, discutendo sui diversi progetti in campo, confrontando punti di vista differenti, in un percorso di apprendimento reciproco.

Adottando questi modelli, la riflessione sul progetto – sugli aspetti positivi e negativi della realizzazione di un nuovo stadio per il quartiere, sul suo impatto globale sulla città – è rimasta confinata territorialmente, derubricata a questione di secondo piano, bloccata su schieramenti opposti del tutto prevedibili, senza poter indagare, collettivamente, scenari alternativi.

Ci sono altri strumenti, molto più efficaci. Organizzare un Dibattito Pubblico significherebbe, invece, esattamente questo: aprirsi a un confronto trasparente, coordinato da un organismo terzo, che è garante della qualità del dialogo, in cui il proponente è chiamato a discutere pubblicamente le ragioni del progetto. Un confronto, che si sviluppa attraverso più incontri, cadenzati nel tempo, con il sussidio di materiali e documenti chiari, che coinvolte tutti gli attori, gli esperti, le istituzioni, che discute del senso del progetto prima ancora che delle sue caratteristiche architettoniche e infrastrutturali, che ascolta e si interroga sulle ragioni di chi vivrà e frequenterà quello spazio, che affronta tutti gli aspetti, riservando particolare attenzione a quelli più critici, che indaga possibilità diverse.

Scegliere un modello molto strutturato, com’è il DP, che fissa a monte, e in maniera chiara, obiettivi, ruoli, modalità, tempi di svolgimento, avrebbe innanzitutto il pregio di portare chiarezza, in una situazione molto confusa.

Adottato nel 1995 in Francia, il Dibattito Pubblico è applicabile a qualunque tipo di impianto e infrastruttura che superi una certa soglia di investimento (300 milioni di euro) e che abbia un impatto significativo sul territorio: dai parchi eolici agli impianti di trattamento rifiuti, dai centri commerciali agli stadi sportivi. Nei vent’anni di sperimentazione è stato applicato in circa 90 casi diversi. Nella maggior parte di questi, alla fine, chi ha proposto il progetto ha scelto di modificarlo, in maniera più o meno importante, accogliendo alcune delle osservazioni e delle riflessioni emerse e motivando le sue decisioni.

In Italia, è stato introdotto con la riforma del Codice degli appalti del 2016 e nell’agosto 2018, dopo l’approvazione dei decreti applicativi, la riforma è stata pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale. Già prima di questo passaggio, nel nostro paese c’erano state sperimentazioni importanti, dovute, sì, alla presenza di leggi regionali sulla partecipazione in Emilia Romagna e in Toscana che già lo prevedevano, ma non solo: vedasi per esempio il caso della Gronda di Genova e lo stesso caso Navigli a Milano. In nessuno di questi casi italiani ci si è occupati in Italia di un’infrastruttura sportiva. In Francia, invece, sì.

In un articolo, uscito su “Una città”, e oggi disponibile anche in questo blog – “Progettare uno stadio a Roma o a Parigi: governance a confronto” – Marianella Sclavi, sociologa, e Ilaria Casillo, vice presidente della Commissione Nazionale Dibattito Pubblico francese, si confrontano in merito al processo decisionale relativo alla realizzazione di due progetti, uno in Italia e uno in Francia, che si sviluppano a partire dallo stesso anno (2014): lo stadio della Roma Calcio (ancora in corso e di cui si legge nelle pagine della cronaca giudiziaria), e lo stadio della Federazione Francese di Rugby, sottoposto a Dibattito Pubblico e risolto senza strascichi né polemici né giudiziari nel corso di un anno.

L’articolo si conclude con un intervento di Ilaria Casillo che riassume il significato profondo di un’esperienza innovativa come quella del Dibattito Pubblico: “Le esperienze a confronto del dibattito pubblico sullo stadio di rugby e sulla mancata partecipazione dei cittadini sullo stadio di Roma invitano a due considerazioni in particolare: prima di tutto che dietro a un’infrastruttura turistica sportiva di trasporti etc. si gioca ben altro che il “semplice progetto”. Ci sono di mezzo le interazioni col territorio, e delle concezioni dello sviluppo economico e sociale e progetti di mobilità. Si tratta di esplicitare le ricadute territoriali del progetto nel medio e lungo periodo, alle quali i cittadini possono non aderire. Un’infrastruttura in questo senso è un “atto politico” di cui i cittadini, e questa è la seconda considerazione, hanno il diritto di discutere. La mancanza di un confronto serio con i cittadini sulle grandi opere rinvia quindi non solo a un vuoto di legittimità della decisione, ma prima di tutto a un vuoto democratico destinato ad allargarsi e a toccare altre sfere della vita pubblica.”

Aggiungo a queste considerazioni un invito rivolto direttamente a Inter e Milan: scegliendo di confrontarsi con il territorio, adottando un modello che si fonda sulla trasparenza e sul dialogo, sarebbero, infatti, proprio le squadre ad averne un diretto giovamento, nella veste di portatrici di uno stile agonistico coraggioso e innovativo.

Mediazione ambientale: il caso della vasca di laminazione del Seveso

14/11/2019
di Stefania Lattuille
Nel settembre scorso Regione Lombardia, Comune di Milano, Comune di Bresso, MM Spa e Parco Nord hanno siglato un documento che dà...

Nel settembre scorso Regione Lombardia, Comune di Milano, Comune di Bresso, MM Spa e Parco Nord hanno siglato un documento che dà conto di quanto discusso, approfondito e concordato nella mediazione ambientale sulla realizzazione di una vasca di laminazione per le esondazioni del fiume Seveso.

Le parti presenti al tavolo della mediazione hanno ritenuto opportuno rendere pubblico questo documento –reperibile anche sui siti istituzionali degli enti citati, con i relativi allegati- a beneficio di tutti gli stakeholder.

In questa mediazione, al primo incontro è stato condivisa dalle parti la circostanza che il progetto della vasca Milano Parco Nord era ormai pressoché esecutivo, quindi non più modificabile o procrastinabile, e che l’obiettivo del tavolo sarebbe quindi stato quello di fare chiarezza sul progetto, di rispondere alle numerose domande e rilievi dei cittadini e del Comune di Bresso e di valutare insieme quanto potesse essere concesso e concordato, in particolare con riferimento agli indennizzi e compensazioni.

Nell’incipit di tale documento, gli enti partecipanti hanno dichiarato l’apprezzamento per il dialogo tenutosi in seno alla mediazione ambientale e l’auspicio che “si favorisca l’utilizzo di strumenti operativi quali la mediazione ambientale, la progettazione partecipata e il dibattito pubblico al fine di creare sempre più contesti di confronto tra cittadini ed enti pubblici e di intervenire tempestivamente per prevenire e risolvere i conflitti ambientali”.

I documenti relativi alla mediazione sono disponibili sul sito del Comune di Milano.

Conflitti ambientali tra mediazione e facilitazione

14/11/2019
di Agnese Bertello
La mediazione è un’opzione da prendere in considerazione per la gestione delle controversie ambientali? Intervista a Stefania Lattuille

La mediazione è un’opzione da prendere in considerazione per la gestione delle controversie ambientali? Quali possono le concrete possibilità in questo specifico settore?
Intervista a Stefania Lattuille, pubblicata su Blogmediazione

Le controversie ambientali si prestano ad essere gestite in mediazione?
Assolutamente sì. Si tratta di vicende complesse ed è opportuno conoscere le peculiarità del settore e le particolari criticità per sapere come affrontarle, ma percorsi di confronto e negoziato sono in realtà l’ideale per gestire i conflitti in materia ambientale. Nei vari casi che ho seguito, è stata sempre salutata con favore, e poi decisamente apprezzata, l’apertura di un tavolo di scambio di informazioni, dialogo costruttivo e tentativo di risoluzione della controversia. In due casi radicati da parecchi anni in sede giudiziaria civile, penale e amministrativa, al primo o secondo incontro i partecipanti si sono proprio chiesti come mai non si fosse organizzato prima di allora un tavolo di confronto. Tavolo che, nella prassi, non si apre ‘spontaneamente’ per varie ragioni e che comunque necessita, a mio avviso, di un facilitatore/organizzatore, fosse solo per il rilevante numero delle persone/enti coinvolti e per la complessità delle fattispecie e della materia trattata.

La tua esperienza come facilitatrice quanto pesa nel gestire questo genere di vicende?
Occupandomi, con Ascolto Attivo, anche di progettazione partecipata (ossia di quei percorsi in cui gli enti pubblici coinvolgono i cittadini nelle decisioni relative al loro territorio, che si tratti di riqualificazione di stabili o quartieri o di realizzazione di impianti invisi) ho indubbiamente portato nelle mediazioni ambientali principi e metodologie proprie di quella che viene chiamata, in tali ambiti, ‘facilitazione’. I compiti di un bravo facilitatore sono parecchi: saper gestire gli incontri con un numero rilevante di persone ‘in lite’, preoccuparsi che agli incontri ci siano tutte le voci che devono essere ascoltate, fare il giro completo del tavolo per sentirle quelle voci e dare risposte a tutte le domande, facilitare il confronto in presenza e la comunicazione anche tra un incontro e l’altro, mantenere l’attenzione sulla simmetria informativa, sulla concretezza e sulla verifica dello stato dei luoghi in compresenza, coinvolgere i tecnici a vario titolo incaricati quali consulenti della procedura, riuscire a fare convergenza nonostante le tante voci e le molte questioni… Insomma è un gran bel lavoro, che dà frutti preziosi, e quindi grande soddisfazione, anche per l’importanza degli interessi in gioco e dei valori sottesi da perseguire. Peraltro è possibile attrezzarsi e acquisire competenze e tecniche in materia di facilitazione. A Milano c’è un Master Facilitatori –che coordino con Gerardo de Luzenberger- in partenza ora con la nuova edizione a gennaio prossimo; più in breve, proprio in CAM, sono programmate per i primi di dicembre due giornate di formazione su questi temi.

Molte di queste situazioni conflittuali coinvolgono enti pubblici. Quali sono le specifiche necessità di queste parti?
E’ un tema che meriterebbe ben altro spazio. Lo stereotipo più comune è che il pubblico amministratore faccia poco e crei problemi inesistenti. Nella mia esperienza ho incontrato pubblici amministratori fattivi e desiderosi di risolvere le questioni portate in mediazione ma costretti, da una parte, dai lacci e lacciuoli di una burocrazia e legislazione davvero faticosa; dall’altra, dal peso dell’assunzione di responsabilità derivante dal siglare una transazione che regga al controllo dell’ente e della cittadinanza che rappresentano e al vaglio della giustizia contabile. Uno degli aspetti positivi delle procedure di mediazione ambientale è proprio che tutte le parti che vi partecipano hanno così modo di comprendere e verificare dove siano i problemi e le esigenze degli “altri”, superare gli stereotipi e quindi confrontarsi efficacemente e collaborare per trovare soluzioni legittime e di mutuo gradimento.

L’obiettivo di una mediazione ambientale è sempre l’accordo?
No, come peraltro in tutte le mediazioni, anche in quelle ambientali si persegue l’ipotesi di accordo e intanto succedono tante altre cose, che vanno dall’essere ascoltati e informati con conseguente diminuzione/venir meno dell’avversarialità, al raggiungimento di soluzioni provvisorie (ma necessarie nel breve periodo anche per limitare i danni mentre prosegue il contenzioso), ad accordi parziali o relativi a vicende connesse e parallele. Ogni caso sta a sé e ho avuto modo di raccontare, in un recente articolo, un caso in cui i due enti pubblici hanno trovato un accordo davvero creativo e assolutamente inimmaginabile all’inizio della mediazione, che ha permesso non solo di chiudere il contenzioso in atto tra i due enti, ma anche di ottenere migliori vantaggi, per la collettività, a livello ambientale rispetto alla mera restituzione di denaro oggetto della controversia. In altri casi, il tavolo parte con la premessa condivisa che l’obiettivo del tavolo è altro rispetto a un accordo conciliativo tombale. Proprio nei giorni scorsi Regione Lombardia, Comune di Milano, Comune di Bresso, MM Spa e Parco Nord hanno siglato un documento che dà conto di quanto discusso, approfondito e concordato nella mediazione ambientale sulla realizzazione di una vasca di laminazione per le esondazioni del fiume Seveso. Ne posso parlare perché le parti hanno ritenuto opportuno rendere pubblico questo documento –reperibile sui siti istituzionali degli enti citati, con i relativi allegati- a beneficio di tutti gli stakeholder. In questa mediazione, al primo incontro è stato condivisa dalle parti la circostanza che il progetto della vasca Milano Parco Nord era ormai pressoché esecutivo, quindi non più modificabile o procrastinabile, e che l’obiettivo del tavolo sarebbe quindi stato quello di fare chiarezza sul progetto, di rispondere alle numerose domande e rilievi dei cittadini e del Comune di Bresso e di valutare insieme quanto potesse essere concesso e concordato, in particolare con riferimento agli indennizzi e compensazioni. Nell’incipit di tale documento, gli enti partecipanti hanno dichiarato l’apprezzamento per il dialogo tenutosi in seno alla mediazione ambientale e l’auspicio che “si favorisca l’utilizzo di strumenti operativi quali la mediazione ambientale, la progettazione partecipata e il dibattito pubblico al fine di creare sempre più contesti di confronto tra cittadini ed enti pubblici e di intervenire tempestivamente per prevenire e risolvere i conflitti ambientali”.

E’ pensabile agire nel contesto ambientale in un’ottica preventiva?
E’ auspicabile direi. Va da sé che sia preferibile agire con gli strumenti di ADR e metodologie partecipative –mediazione ambientale, dibattito pubblico, progettazione partecipata, appunto- quando gli interventi ambientali possono essere co-progettati o sono ancora modificabili e si può quindi tener conto dei rilievi e delle esigenze degli stakeholder, quando il conflitto non è incancrenito ed esacerbato anche per le ingenti risorse spese in annose vicende giudiziarie. Ci sono delle difficoltà e criticità che vanno conosciute ed affrontate, non vi è dubbio, ma ormai da anni anche in Italia si stanno realizzando varie esperienze di successo utilizzando tali strumenti nel settore ambientale e il vento soffia proprio in tale direzione. Io sono ottimista.

Cittadinanza sociale e territorio

09/09/2019
di Marianella Sclavi
Un’iniziativa di democrazia partecipata nel quartiere Libertà di Benevento.

La situazione attuale del rione Libertà di Benevento è per molti versi sintomatica della crisi della convivenza e della politica nel nostro Paese. Il quartiere Libertà è il più popoloso della città ed è un quartiere popolare ricco di associazioni che operano in molti ambiti tenendo vivo (nello sport, nella cura dei disabili, nel doposcuola, nella mobilitazione dei senza casa, nella promozione di occasioni di socialità e di lotta contro il degrado, ecc.) il rapporto fra dimensione comunitaria e qualità della vita. E tuttavia la sensazione è di muoversi nelle sabbie mobili, di provare a porre riparo “privatamente” a un deficit di cittadinanza sempre più grave. Si vorrebbe promuovere la capacità della intera comunità di avere voce in capitolo sul proprio futuro, e invece ci si sente ridotti a delle piccole oasi di civismo e di solidarietà dentro un sempre più invasivo processo di desertificazione. Per compiere il salto dal coltivare le oasi a trasformare il deserto in un giardino accogliente, non è sufficiente che le diverse associazioni della società civile si mettano in rete, che stabiliscano fra loro dei collegamenti più sistematici; è necessario che ognuna di loro e tutte assieme, affrontino, accanto ai temi in cui sono già impegnate, anche il problema più generale del ruolo degli abitanti, dei cittadini, nel governo del territorio.

Nei laboratori di progettazione partecipata rivolti ai dirigenti di queste associazioni abbiamo deciso che per iniziare col piede giusto, bisognava chiedere agli abitanti stessi quali sono secondo loro i punti di forza e le criticità del quartiere. Riporto qui (in attesa di rendere interamente pubblica la loro narrazione polifonica) un paio di testimonianze.

“Questo rione essendo nato al di là del fiume e con scarsi collegamenti con la città, è stato sempre vissuto dai suoi abitanti come un corpo staccato dalla città di Benevento, come un villaggio a sé stante. La gente diceva “vado a Benevento” per dire vado in centro. Ancora oggi non di rado si dice così.”

“Io ci abito dagli anni ’60. Come sta cambiando: fino agli anni ’80 era un quartiere abbandonato, ma con un forte senso di comunità, di appartenenza. Poi si è gradualmente perso il senso di comunità, lo spirito di quartiere. Adesso a sentirsi abbandonate sono le persone e le famiglie che ci vivono.”

“Il quartiere ha bisogno di una scossa. Tutti gli investimenti fatti negli anni scorsi, la Spina Verde e il resto non hanno migliorato la vita della gente. I problemi sono sempre gli stessi: primo il lavoro, i redditi bassi sono peggiorati; secondo, i giovani sono lasciati senza prospettive e per reagire alla noia c’è chi cerca “l’avventura” nel vandalismo, chi si butta a scassare l’auditorium, a scassare gli spazi pubblici, senza un perché. Lo spaccio e criminalità trovano terreno fertile.”

“Anche la recente inaugurazione dei nuovi ponti sul fiume Sabato, quello di Torre della Catena e quello ciclopedonale, che migliorano i collegamento fra il rione e il centro città, non aiutano a ricostruire quei momenti di comunità, di stare assieme.”

Il crescente impoverimento e percezione dell’aumento delle diseguaglianze economiche, sociali, culturali, vengono ulteriormente acuiti, nel rione Libertà, dalla devastazione di due importanti strutture, la “Mediateca” e la “Casa della Musica”, che invece di esser attive e a disposizione della comunità e dell’intera città, sono state lasciate alla mercé degli atti vandalici. Avere sotto gli occhi ogni giorno lo spreco di investimenti di più di 40 milioni di euro ricevuti dai Fondi Europei per la rigenerazione urbana, provoca indignazione e sconforto, ma anche la convinzione che il co-protagonismo degli abitanti nella cura del territorio e nelle decisioni di sviluppo e riqualificazione dello stesso, non sono più rimandabili. L’idea che sta alla base della esperienza di democrazia partecipativa che ha preso il via per iniziativa delle associazioni e comitati di cittadinanza attiva del rione Libertà è che i problemi dell’aumento dei posti di lavoro, dei redditi bassi e del futuro dei giovani possono e debbono essere affrontati in connessione con quelli del restauro e della gestione della Mediateca e della Casa della Musica. Il quartiere deve poter aver voce in capitolo sia su cosa significa far funzionare queste strutture al pieno delle loro potenzialità, sia sulle ricadute in termini d’iniziativa economica e culturale che questo renderebbe possibile nel tessuto sociale del territorio circostante.

Questo implica una svolta nella concezione della rappresentanza politica e della democrazia, che nel Laboratorio abbiamo chiamato: “un salto dal XIX al XXI secolo”. È infatti anche troppo chiaro che le procedure della rappresentanza e decisione politica elaborate nella prima metà dell’800 (in corrispondenza alla invenzione del telegrafo) e ancor oggi in vigore, non sono più adatte alla complessità di una società globalizzata e dominata dalla comunicazione digitale.

Il tipo di cambiamento da attuare lo possiamo ricavare (se sappiamo ascoltare) proprio dalle seguenti testimonianze di due giovani del quartiere:

“Fino a 14 anni anche io me ne stavo seduto sui muretti, diffidente e ostile verso tutti e sfottevo chi cercava di migliorare il quartiere, chi lavorava per dare un’alternativa al rione. Da un lato avevo solo la voglia di sfogare la rabbia, dall’altro ero consapevole che correvo il rischio di fare una brutta fine. Vedevo il vuoto davanti a me. Io so per esperienza che è molto difficile cambiare, uscire da questo atteggiamento di vendetta. Se “passi dall’altra parte”, se ti metti a costruire invece che distruggere, sei visto dai tuoi vecchi compagni come un traditore, come uno che si fa addomesticare dagli speculatori, dai nemici.”

“Quello che mi ha aiutato a trovare il coraggio di cambiare è stato che i membri di questa associazione di cui adesso faccio parte, che si chiama CARL, Cittadinanza Attiva Rione Libertà, mi hanno chiesto di dar loro una mano. Hanno detto che avevano bisogno del mio aiuto. Se avessero offerto di aiutarmi avrei rifiutato, ma mi hanno chiesto di aiutare gli altri ed io avevo bisogno di fare delle cose che resistono nel tempo, invece di distruggere.

Questa frase di questo ragazzo ventenne del quartiere Libertà andrebbe assunta come slogan della riforma dei servizi sociali e di una concezione partecipata, deliberativa, della vita democratica. Tutti noi abbiamo bisogno per dare un senso alla nostra vita “di fare cose che resistono nel tempo“, e di una rappresentanza politica abbastanza saggia da sapere che “ha bisogno del nostro aiuto” sia per fare delle diagnosi meno superficiali, sia per co-progettare interventi e soluzioni efficaci. Oggigiorno questo approccio partecipativo, a differenza dalla epoche passate, è diventato necessario anche per problemi complessi che riguardano ampie fasce di popolazione e territori vasti ( fino all’intero pianeta). La buona notizia è che non solo è necessario, ma anche possibile. Infatti oggi grazie alla comunicazione digitale tutti hanno almeno virtualmente a disposizione le informazioni sulle buone pratiche in atto altrove e grazie agli studi sulle dinamiche di gruppo sappiamo come organizzare degli incontri che evitano la polarizzazione delle posizioni e lasciano emergere la intelligenza collettiva.

L’epoca dei “regolamenti che non lo permettono”, dei servizi sociali incapaci di tener conto delle esigenze locali e delle contingenze personali, dei politici chiusi nei bunker delle “stanze dei bottoni”, della certezza del diritto garantita da regolamenti avulsi dalla realtà e non da una effettiva trasparenza di tutti i passaggi decisionali è finita. Si apre quella dei giovani accompagnati ad esplorare la molteplicità delle opzioni che il mondo attuale offre loro e di una società che non ha paura di uscire dalle attuali paralisi per progettare un futuro più equo, saggio e desiderabile per tutti. Finora il Consiglio Comunale e la Giunta della città di Benevento, che dovrebbero essere alla testa di un cambiamento di questa portata, non si sono fatti vivi. Noi l’invito ufficiale l’abbiamo inviato. Sappiamo che è faticoso passare da una concezione della partecipazione basata sugli schieramenti, sul “noi contro loro”, a una concezione in cui la diversità – anche quella antagonista – diventa risorsa. È una faticosa conversione antropologica, quella in atto. Ma migliora da subito la qualità della vita e vale la pena provarci. E perché no – al Sud – a partire proprio da Benevento?