Occhio all’Orecchio

Il blog di Ascolto Attivo. Spunti, interrogativi, riflessioni su progettazione partecipata, democrazia deliberativa, mediazione, gestione dei conflitti. Quotidianità, concrete fatiche e sorprendenti scoperte del facilitatore di sistemi complessi.

La nuova leadership del Black Lives Matter e il cambiamento sistemico nell’assetto sociale e politico in atto negli USA

02/07/2020
di Marianella Sclavi
Le proteste BLM che hanno attraversato gli USA in questi ultimi mesi sono diverse da quelle che il movimento ha...

Questo articolo è uscito su sbilanciamoci.info il 30 giugno 2020

Mentre erano in corso le elezioni che avrebbero visto JF Kennedy vincitore su Richard Nixon io stavo frequentando l’ultimo anno di liceo alla John Hopkins High School di Minneapolis. Nel corso di quell’anno, grazie principalmente a mio padre americano, che era un editor del Minneapolis Star and Tribune (1), ho avuto modo di visitare la democrazia americana nelle sue varie sfaccettature, dall’incontro con i giovani impegnati nel nascente movimento dei diritti civili che rischiando la pelle, andavano al sud a convincere i neri a iscriversi alle liste per avere il diritto di voto, al sistema di governo locale in cui i cittadini pagando le tasse decidevano anche largamente come sarebbero state spese, per es: se costruire un nuovo edificio scolastico o ampliarne uno esistente, quali attrezzature sportive e quale cura del verde, oltre al finanziamento della polizia locale e la definizione dei suoi compiti nello statuto della città, anch’esso discusso in varie sedi e alla fine approvato attraverso referendum.
Praticamente, a 16-17 anni conoscevo molto meglio il funzionamento della democrazia americana di quella italiana. L’élite intellettuale che la mia famiglia Usa frequentava considerava in generale il Minnesota (noto come “la terra dei mille laghi”), ma in particolare la città di Minneapolis, come quella in assoluto più open minded, più “socialdemocratica” degli Usa, abitata com’era da una grossa fetta della immigrazione dal nord Europa e in particolare dalla Svezia, polpettine svedesi ogni domenica.
Tutto questo per dire che quando quattro agenti della polizia di Minneapolis hanno ucciso per soffocamento George Floyd mentre era sotto la loro custodia, la cosa mi ha toccato personalmente in molti modi. Accanto all’orrore e al dispiacere, anche un senso di meraviglia, e invece nessuno stupore quando il consiglio comunale delle Twin Cities, Minneapolis e Saint Paul (MSP) ha deciso alla unanimità di sciogliere il corpo della polizia locale e il suo sindacato. Meraviglia: perché la polizia di Minneapolis è una con più fondi stanziati per addestramento in approcci e tecniche tese ad evitare episodi del genere. Nessuno stupore sul suo scioglimento: perché essere accusati di essere “i più razzisti” quando tutta la retorica identitaria è basata sulla fierezza dell’opposto, provoca facilmente una reazione del tipo: “Vi facciamo vedere noi”, di cosa siamo capaci.
Tutto questo ha fatto scattare il desiderio di capire meglio cosa sta succedendo, di contestualizzare questo episodio, raffrontandolo con situazioni analoghe in altre città e specialmente capire meglio le differenze fra questa particolare esplosione di indignazione e di rabbia e le precedenti rivolte contro la violenza della polizia, l’evoluzione in corso nel movimento Black Lives Matter e le implicazioni sulla vita politica nonché sulle elezioni presidenziali di novembre.
Elenco e illustro qui sotto un paio di cose che ho scoperto e che non mi sembrano sufficientemente sottolineate nel dibattito pubblico italiano ed europeo.

Una premessa sulle fonti: quella principale è ovviamente Internet, grazie alla quale è possibile riascoltare il discorso del giovane sindaco di MSP e i commenti dei vari consiglieri comunali sulla decisione di smantellare il corpo di polizia locale, leggere le recenti interviste del New Yorker o del Rolling Stone Magazine alle fondatrici di BLM e ad altri attivisti sulle caratteristiche del movimento durante il Covid 19, ecc.
Ma la prima “scoperta” l’ho messa a fuoco in particolare cercando gli approfondimenti su questi temi forniti da due fonti alle quali ricorro abitualmente che sono le TED Talks (2) e i notiziari del Brookings Institut (3). Si tratta di due istituzioni non for profit profondamente diverse (la prima centrata sulla comunicazione, la seconda sulla raccolta sistematica di dati, ricerche e commentari politici nonpartisan) che però hanno in comune una inusuale volontà e capacità di promuovere idee pragmatiche e innovative su come risolvere i problemi più annosi della società.
Entrambi questi canali di informazione hanno dedicato specialmente dalla emergenza del Covid 19 in poi uno spazio straordinario a questi temi e nella abbondanza e pluralità di contributi, la cosa che più mi ha colpito è stata la percentuale di esperti prestigiosi di colore. Grosso modo: su cinque contributi quattro sono di studiosi e attivisti neri. Si tratta di persone giovani, sui trent’anni, che quasi sempre hanno frequentato università prestigiose e non di rado insegnano e dirigono centri di “African-American-Studies” in altre università altrettanto prestigiose e in ogni caso svolgono ricerche sul campo sui problemi dei quartieri in crisi, del razzismo strutturale, delle diseguaglianze e discriminazioni che minano la democrazia americana di cui si pongono come combattivi fautori. Non pochi di loro lavorano come “mediatori” dei conflitti che sorgono fra polizia e comunità locali e come esperti e consulenti sui problemi della equità e giustizia sociale. Le conferenze (TED talks) di alcuni di loro raggiungono 6 milioni e più di “views”, il che da una idea di quanto fondamentali e incisive – direi prive di concorrenza – siano diventate queste forme di comunicazione.

Quando nel 2016 sono stata ospite al Program on Negotiation della Harvard Law School, ho avuto occasione di parlare con alcuni degli insegnanti di Obama e di ricostruire in che modo questa istituzione ha funzionato come predellino di lancio per la sua futura carriera politica. Ha contato moltissimo che il precedente lavoro come organizzatore di comunità a Chicago sia stato valutato positivamente ai fini delle borse di studio e che le sue singolarità siano state premiate facendolo assurgere a primo direttore nero della Harvard Law Review, la prestigiosa rivista gestita dagli studenti della scuola di Legge. Da cui articoli sul New York Times, copertine di Journal prestigiosi e la proposta di scrivere la propria autobiografia. Guardando e ascoltando questi giovani che parlavano con cognizione di causa sia scientifica che auto-biografica di razzismo strutturale, mi sono resa conto che in questi anni, dalla elezione di Obama in poi (2009), questo meccanismo di formazione di una nuova classe dirigente espressione degli strati sociali più marginalizzati, è andata avanti alla grande, senza che molti di noi, accecati e spaventati da Trump, ce ne rendessimo pienamente conto. Più precisamente: un nuovo tipo di formazione per una nuova classe dirigente. Per tutti loro, il rapporto fra riflessione e accumulo di conoscenze e l’attivismo sul campo risultano assolutamente centrali. In altre parole sembra proprio che si sia verificata quella “moltiplicazione degli Obama” da lui stesso auspicata ai tempi della sua prima intervista al NY Times (4). Un cambiamento del genere, quando si incrocia con l’emergenza Covid e il BLM, diventa una sfaccettatura di un possibile cambiamento sistemico di cui questi “change agents”, questi veri e propri “intellettuali organici” (5) gramsciani si dimostrano per- fettamente consapevoli.

In questa sede mi propongo di illustrare questo cambiamento sistemico in atto attraverso le testimonianze provenienti da tre fonti: le riflessioni di Opal Tometi, una delle tre donne nere che sette anni fa hanno inventato e lanciato l’hashtag “Black Lives Matter”, quelle dei membri del consiglio comunale di Minneapolis che hanno proposto lo scioglimento del corpo di polizia locale, e l’input di un paio di nuovi intellettuali organici che da tempo si occupa di come instaurare dialogo e collaborazione fra forze di polizia e abitanti delle comunità più disagiate.

 

(Photo by David Cliff/NurPhoto via Getty Images)

 

Le proteste seguite alla uccisione di George Floyd hanno raggiunto immediatamente una estensione e una drammaticità mai viste nei cinquant’anni precedenti. In una intervista sul New Yorker del 3 giugno 2020 (6), Opal Tometi si sofferma sulle differenze fra questo movimento e quelli precedenti. “Queste proteste sono differenti perché sono segnate da un periodo che è stato profondamente personale per milioni di americani e di residenti degli Usa, che li ha resi più emozionalmente attenti e sensibili agli accadimenti.” Un piccolo elenco: la percentuale di decessi per Covid 19 nella comunità nera dalle due alle tre volte superiori a quelli dei bianchi; l’aumento della disoccupazione senza le risorse economiche per farvi fronte, il pericolo di rimanere senza luce, gas e senza un tetto; la consapevolezza di svolgere una serie di occupazioni assolutamente essenziali (riconosciute come tali unanimemente durante l’emergenza sanitaria) assurdamente sottopagate. Dentro questa catastrofe, da un lato entrano in circolazione una valanga di dati, di statistiche, di ricerche, di testimonianze (grazie alla “moltiplicazione degli Obama”) che dimostrano l’uso distorto del denaro pubblico a tutti i livelli e che “la colpa” non è della comunità nera (come il potere dominante tenta di far credere), dall’altra: “Le persone che normalmente erano assillate dal lavoro, adesso hanno tempo di andare a una manifestazione, hanno tempo di riflettere sui motivi del loro disagio, della loro emarginazione. Cresce la consapevolezza che tutto questo è profondamente ingiusto, e che adesso ho la possibilità di mettere i miei problemi al centro della scena. “Non è dunque solo una questione di quantità di rivendicazioni e di volume di mobilitazione. “A me pare – continua Opal Tometi – che quello a cui stiamo assistendo è prima di tutto un aprirsi della immaginazione, dove le persone stanno incominciando a pensare in modo più circostanziato, città per città, quartiere per quartiere, a quali possono essere le soluzioni. Abbiamo le nostre soluzioni.” Nessuno può più dire non ci sono i soldi. “Sappiano esattamente quanti soldi sono stanziati, città per città, nelle forze e attività di polizia e di incarcerazione (7), e chiediamo che la stragrande maggioranza di questo malloppo venga distolto dalla polizia per essere impiegato in iniziative di riqualificazio- ne della vita urbana delle comunità nere.”
La seconda “scoperta” nel corso di questa ricerca è che lo slogan “Defund Police” (Definanziare la Polizia) divenuto senza alcun dubbio identificativo della attuale svolta del BLM, è l’espressione della emersione nelle comunità nere di un americanismo radicale da manuale. Praticamente oggi i neri del BLM si pongono e si propongono come gli unici veri americani. Infatti il leitmotif che ritroviamo ovunque può essere riassunto nei seguenti punti: 1. l’86% del finanziamento della polizia proviene dalle tasse locali; 2. nonostante che questo finanziamento sia cresciuto in questi ultimi anni fino a coprire non di rado un quarto del bilancio municipale, il senso di sicurezza delle comunità nere è andato drammatica- mente peggiorando; 3. questo uso dei “nostri tax-dollars” non riflette le priorità dei “Black tax payers” e delle loro comunità. Priorità che invece riguardano i livelli di occupazione, il funzionamento delle scuole, l’accesso alle cure mediche; 4. in quanto “tax payers” e so- stenitrici dei poteri del governo locale, le comunità nere esigono di aver voce in capitolo sull’impiego dei loro soldi.La quantità di dati, di interesse e di tempo che sta prendendo la discussione su quanti “nostri soldi” le singole municipalità impiegano per la polizia e su come differentemente potrebbero essere utilizzati, e anche su quali impedimenti legislativi e burocratici un tale programma deve prepararsi ad affrontare è decisamente un salto di qualità rispetto le idealità più generali del movimento dei diritti civili e si riflette sulle modalità di leadership: da pochi grandi leader a livello nazionale a una molteplicità di leader locali (8), dalla retorica tipica dei sermoni pastorali, alle doti di organizzatori di comunità alla Saul Alinsky (9). Si potrebbe chiamare “democrazia coi piedi a terra” e Tocqueville vi scriverebbe un capitolo aggiuntivo del suo libro.
Un aspetto complementare di questo salto di qualità sono i “principi ispiratori” posti alla base di questa rete di movimenti e organizzazioni, declinati in termini di rispetto e valorizzazione delle diversità, globalismo, empatia, giustizia restaurativa, intergenerazionalità e così via (10). L’idea che le rivendicazioni debbono discendere dalla costruzione congiunta di una “vision” di società desiderabile, non era finora così diffusa nemmeno nella società americana.

 

 

Il cambiamento di ottica, dal muoversi nel quadro dell’esistente, al cambiare questo quadro, è epitomizzato proprio dal caso di Minneapolis. Infatti sia nei discorsi dei consiglieri comunali che hanno proposto la mozione di scioglimento del corpo di polizia da sostituire con un “Nuovo Dipartimento di Sicurezza di Comunità e Prevenzione della Violenza”, che nei commenti a livello nazionale, viene messo in luce che “decenni di interventi di riforma hanno dimostrato che il Dipartimento di Polizia di Minneapolis non è riformabile e non sarà mai responsabile delle sue azioni.”
Philip V. McHarris and Thenjiwe McHarris, scrivono sul New York Times: “La moltiplicazione dei corsi di formazione, l’assunzione di agenti di diverse etnie e neppure il licenziamento di singoli agenti sono in grado di mettere fine alla brutalità della polizia. Guardate il Dipartimento di Polizia di Minneapolis, che è considerato un modello di riforma progressista.
Questo Dipartimento offre servizi di “giustizia procedurale”, basata sull’ascolto delle parti e la ricerca di soluzioni condivise, training contro i bias impliciti, corsi di mindfulness e deescalation dei conflitti. Prevede la presenza di poliziotti di comunità, possibilmente della stessa etnia degli abitanti dei quartieri in cui operano, vieta ogni approccio “militaresco”, fa ricorso a videocamere per monitorare il comportamento degli agenti e identificare quelli problematici, offre corsi su come intervenire in casi di persone con problemi mentali ed è disponibile ad iniziative di “riconciliazione” con le popolazioni delle comunità di colore.(..) E’ l’intero sistema di giustizia criminale che dà agli agenti di polizia il potere e l’opportunità di molestare e uccidere in modo sistematico. La soluzione per porre fine alla violenza della polizia e garantire un Paese più sicuro va trovata nella riduzione del potere della polizia e dei suoi contatti con la gente. Possiamo farlo reinvestendo i 100 miliardi di dollari spesi a livello nazionale per sostenere la polizia in programmi alternativi, come hanno chiesto le persone scese in piazza a Minneapolis.” (11)
A questo elenco aggiungo che l’attuale capo della polizia di Minneapolis si chiama Medaria Arradondo, ed è un nero. Aggiungo anche che decisioni analoghe di drastica riduzione dei poteri della polizia sono state prese in questi anni, sotto l’onda delle proteste, in altre città americane e che in ogni caso sono richiesti oltre al voto del consiglio comunale una serie di altri passaggi. Le tre principali barriere ad un processo di “sicurezza pubblica trasformativa” ha dichiarato un membro del consiglio comunale di MSP, sono: la riforma dello statu- to, l’opposizione del sindacato degli agenti di polizia, e l’approvazione della assemblea le- gislativa a livello statale. Una strada irta di ostacoli che il movimento mi pare attrezzato e maturo ad affrontare.

Come ultimo punto, per capire meglio che aria tira, mi pare utile uno sguardo dall’interno del funzionamento del corpo di polizia. Faccio riferimento prevalentemente a due fonti, una discussione fra quattro ospiti organizzata dagli editor delle TED talks il 3 giugno 2020 (12), e un articolo del 11 giugno firmato da quattro ricercatori del Metropolitan Policy Program al Brookings Institute (13). In entrambi i casi si tratta di giovani che oltre a fare ricerca scientifica, lavorano come consulenti delle istituzioni e forze di polizia locali per indivi- duare ed eliminare le radici della violenza e razzismo strutturale e promuovere il dialogo e la cooperazione fra i vari soggetti della comunità. Dei primi quattro quello che più mi interessa in questo caso è il Dr. Phillip Atiba Goff che lavora direttamente con i Dipartimenti di Polizia ed è co-fondatore del Center for Policing Equity (CPE), un centro di ricerca univer- sitario che a quanto pare possiede l’osservatorio dei comportamenti della polizia più ricco e sistematico degli Usa. Il centro opera a partire dalla definizione di “razzismo” come una serie di dinamiche comportamentali misurabili e cambiabili e non come un difetto di carattere. Goff ha studiato a Harvard e Stanford e fra le altre cose ha fatto parte della Task Force di Obama sulla Polizia del 21mo secolo. E’ interessante che sulla base di tutti questi titoli, ricerche ed esperienze professionali, la diagnosi che egli propone non differisca da quelle che ho sintetizzato sopra. Non c’è altra via che sottrarre fondi dai bilanci della poli- zia per investirli direttamente in risorse pubbliche per le comunità, in modo tale che la po- polazione possa fare a meno della polizia per la propria sicurezza. “Quello che stiamo vedendo – sostiene Goff – è la presentazione del conto scaduto per i debiti non pagati che gli Stati Uniti devono ai loro residenti neri.”
Nell’articolo “To add value to Black communities, we must defund the police and prison systems”, gli autori, nel sintetizzare i risultati delle ricerche sul funzionamento della polizia, aggiungono una serie di informazioni tese a dimostrare che ormai il fenomeno è talmente sotto le lenti della pubblica opinione e così riccamente documentato, che gli stessi dirigenti e agenti della polizia non cercano neppure di negarlo. Ecco alcuni stralci:
“Nel corso del tempo, gli agenti di polizia e di correzione sono stati gravati di una serie di responsabilità – dal monitoraggio delle scuole e dei campus alla risposta alle crisi di salute mentale – in cui gli agenti non hanno né formazione né esperienza. Una drastica ristrutturazione delle responsabilità della polizia aprirebbe posti di lavoro che non bloccano la mobilità economica dei residenti neri. Le comunità nere hanno bisogno di un maggior numero di posti di lavoro nel settore pubblico che offrano benefici simili, ma che offrano un miglior rendimento per le nostre tasse. (..) L’infrastruttura per assorbire nuovi posti di lavoro nelle economie locali c’è già. Ci sono consulenti e programmi per le vittime di violenza sessuale, servizi per le persone senza fissa dimora o che soffrono di dipendenze e dipartimenti che rispondono agli abusi domestici. Questi programmi esistono, ma non sono adeguatamente finanziati. Ridurre la carcerazione e il budget gonfiato del dipartimento di polizia ci permet- terà di sostenere questi servizi e di alleviare l’onere che grava sulla polizia e sulle carceri.” Esiste dunque fra le forze di polizia la speranza che un alleggerimenti dei loro compiti permetta di migliorare le statistiche disastrose sul loro operato in tema di crimini violenti: circa il 38% degli omicidi, il 66% degli stupri, il 70% delle rapine e il 47% delle aggressioni aggravate non risolti ogni anno. Come sostiene Opal Tometi: “E’ come ricevere uno schiaffo in faccia quando il governo locale vede cosa succede nei loro distretti di polizia e dintorni e reagisce dicendo: ‘Dobbiamo dare loro più soldi perché chiaramente al momento non funziona!’ Se uno sul lavoro si dimostra non in grado di farvi fronte con perfino degli esiti letali, va licenziato. Quello che noi abbiamo capito è che non ha senso continuare su questa strada.”
Questo mi pare il quadro complessivo oggi, un quadro in cui è in gioco la riscoperta e rilancio della democrazia americana per opera “degli ultimi” che si sono costruiti una intellighenzia di prim’ordine, in grado di esercitare una influenza e forse una egemonia su una ampia parte della società. Cosa significa “controllo della comunità” sui “nostri tax dollars” è tutto da decidere, ma di questo si sta discutendo, mentre Trump che di tutto ciò non capi- sce niente, si allontana con tutti i suoi dollari (non tassati) e la coda fra le gambe. E su questo si deciderà dentro il partito democratico, da qui a novembre.

 

NOTE

1. Ero negli Usa con una borsa di studio di scambi culturali della American Field Service, oggi in Italia, Intercultura

2. Le TED Taks hanno origine nel 1984 in California, come lancio di una modalità comunicativa basata sulla convergenza di Technology, Entertainment and Design capace di rendere comprensibili e attraenti i temi più svariati del sapere, dalla scienza alla economia, dalle ecologia alla educazione e globalizzazione, sempre con precisi riferimenti alla autobiografia del narratore, “in che modo questo interesse è nato e come si è svi- luppato nella mia vita”. La selezione è fatta in base al criterio di “ideas worth spreading” e il successo è stato tale che oggi queste conferenze di max 18 minuti sono tradotte in più di 100 lingue e il format è imitato e ri- prodotto un po’ ovunque, anche se non sempre con la stessa efficacia.

3. Brookings è un Think Tank fondato a Washington DC nel 1916 come centro di ricerca e di educazione indi- pendente, teso a studiare proposte per il miglioramento della vita sociale per tutti gli americani e dei rapporti internazionali. Nel 1948 quando le fu chiesto di presentare un piano per la gestione del programma europeo di recupero, lo schema organizzativo che presentò divenne noto come “il Piano Marshall”. Dal 2008 risulta al primo posto nei vari indici di classifica dei Think Tank negli Usa e nel mondo.

4. Intervista messa in rete recentemente: https://www.nytimes.com/1990/02/06/us/first-black-elected-to-head- harvard-s-law-review.html

5. Praticamenti tutta questa nuova intellighenzia Usa conosce Gramsci, il quale da anni è molto più letto e citato nelle università statunitensi che non in quelle italiane.

6. https://www.newyorker.com/news/q-and-a/a-black-lives-matter-co-founder-explains-why-this-time-is-diffe- rent

7. Rinuncio a riportare in questo articolo la valanga di dati sui fondi destinati al finanziamento della polizia e delle carceri in paragone a quelli per le cure mediche, abitazioni e servizi sociali. Mi limito a un esempio: la percentuale (39%) di persone incarcerate che invece dovrebbero trovare assistenza in centri comunitari che esistono ma sono sotto-finanziati, perchè sono nonviolente, hanno compiuto piccoli reati, o hanno già scon- tato gran parte della pena. Si tratta di circa 600.000 persone che, liberate, permetterebbero di risparmaire circa 20 miliardi di dollari all’anno, sufficienti per gli stipendi di 327.000 insegnanti. Vedi: https://www.brookings.edu/blog/how-we-rise/2020/06/11/to-add-value-to-black-communities-we-must-defund-the-police-and-prison-systems/

8. Come ha sottolineato uno dei principali teorici del “Defund Police”, Frederick C Harris di Yale University: il nuovo modello di leadership “centrato sui lavori di gruppo” si è sostituito a quello basato sulla “leadership carismatica” delle organizzazione dei diritti civili come la Rainbow PUSH Coalition di Jesse Jsckson e la National Action Network di Sharpton.

9. La figura dell’organizzatore di comunità negli Stati Uniti è indissolubilmente legata al suo inventore e teorico nonché primo geniale praticante: Saul Alinsky (1909 -1972). Per un approfondimento in particolare sul rapporto con Obama: “LA MADRE, CHICAGO, HARVARD” Intervista a Marianella Sclavi di Barbara Bertoncin, Una Città 167 / 2009

10. Vedi i 13 principi guida del BLM, sul loro sito.

11. “No More Money for the Police. Redirect it to emergency response programs that don’t kill black people”.By Philip V. McHarris and Thenjiwe McHarris, New York Times, 30 maggio 2020

12. Gli ospiti sono: Dr. Phillip Atiba Goff, Rashad Robinson, Dr. Bernice King and Anthony D. Romero

13. https://www.brookings.edu/blog/how-we-rise/2020/06/11/to-add-value-to-black-communities-we-must-de- fund-the-police-and-prison-systems/ by Andre M. Perry, David Harshbarger, Carl Romer, and Kristian Thy- mianosThursday, June 11, 2020

A cosa servono i cittadini di fronte alla crisi COVID 19?

18/05/2020
di Ilaria Casillo
Nella gestione dell'emergenza COVID, i governi si sono affidati esclusivamente al sapere scientifico, senza coinvolgere né i cittadini, né gli...

Ilaria Casillo è vice presidente della Commissione Nazionale Dibattito Pubblico
Traduzione dal francese di Marco Galiero

La versione originale, in francese, di questo articolo è stata pubblicata dal quotidiano on line AOC – Analyse Opinion Critique il 30 aprile 2020 ed è disponibile qui

 

Da qualche mese, il mondo intero è confrontato alla crisi sanitaria legata al Covid-19. Pur trattandosi di una crisi banale, nel senso epidemiologico del termine, questa crisi, le sue presunte cause, la sua gestione e le sue conseguenze hanno messo in discussione in vari paesi i modelli di sviluppo, di mobilità, la pianificazione del territorio e d’urbanizzazione associati alla globalizzazione e al capitalismo.

Vari slogan circolati recentemente nella sfera pubblica e mediatica riassumono questa tendenza : “Non si tornerà alla normalità perché il problema è la normalità”; “Niente sarà più come prima”. Allo stesso modo, si moltiplicano le iniziative e gli appelli a pensare collettivamente e con i cittadini “il giorno” e “il mondo di dopo”. Lo stesso Presidente Macron ha dichiarato, durante il suo discorso ai francesi del 13 aprile scorso : “starà a noi preparare il dopo. Dovremo costruire una strategia nella quale ritroveremo il lungo termine”.

Questa crisi e la sua gestione hanno anche provocato un’inquietudine rispetto a dei provvedimenti presi per far fronte all’epidemia e che hanno come effetto la restrizione delle libertà personali e dei diritti individuali dei cittadini, e più in generale l’imposizione delle risposte e delle misure adottate.

Da questo punto di vista, il Covid-19 conferma la sua triste banalità nella misura in cui rivela la tendenza propria dei decisori quando si tratta di affrontare una situazione d’emergenza: reagire presto, consultare esclusivamente gli esperti per elaborare una risposta che in linea di principio si vuole a breve termine, rivolgersi poi ai cittadini con soluzioni già pronte, elaborate a porte chiuse con gli esperti. Se questa tendenza, questa etica della responsabilità propria della politica, è comprensibile, è comunque possibile metterla discussione.

Se il Primo ministro Édouard Philippe il 28 aprile ha dichiarato di voler affrontare un tema particolarmente controverso, quello del ricorso all’applicazione Stop-Covid, tramite “un dibattito e un voto specifico”, tale dibattito è stato al tempo stesso ritenuto “prematuro” e destinato, per il momento, al Parlamento.

Eppure, gli appelli della settimana precedente a un coinvolgimento dei cittadini nell’elaborazione delle prime misure relative alla fuoriuscita dalla crisi – in particolare del Piano di rilancio – sono chiari. Tali appelli sono stati espressi tanto dalla società civile (i cittadini tirati a sorte che partecipano alla  Convention citoyenne pour le Climat) quanto da deputati, associazioni e sindacati (firmatari dell’appello NousLesPremiers).

Di fronte a queste numerose richieste di partecipazione e agli ultimi annunci del governo, ci si può porre la seguente domanda: nelle nostre società decisamente marcate da una svolta collaborativa, in sistemi politici che sempre più spesso di rivolgono ai cittadini per chiedere la loro opinione al di là delle scadenze elettorali, di fronte a dispositivi inediti di produzione e diffusione della conoscenza, è veramente possibile relegare i cittadini al semplice ruolo di destinatari e esecutori delle consegne governative?

 

Emmanuel Macron, presidente francese, durante una video conferenza dell’OMS, all’Eliseo. EPA/LUDOVIC MARIN / POOL MAXPPP OUT

Covid-19, fra rottura e continuità
Quando si verifica una catastrofe (terremoto, uragano, pandemia ecc.), essa segna innanzitutto una rottura dell’equilibrio fra il tempo reversibile – quello che si può chiamare normalità – e il tempo irreversibile – quello della rottura, in seguito alla distruzione o alla morte, per esempio (De Spuches, 2008). Questo scarto creato dall’evento stesso produce una discontinuità la cui gestione è cruciale. Innanzitutto, si tratta per il potere di organizzare la risposta logistica alla catastrofe-rottura, e in seguito di organizzarne l’accettazione collettiva.

Le analisi delle esperienze di gestione dei terremoti e della successiva ricostruzione in Italia negli ultimi decenni (il Belice nel 1968; l’Irpinia nel 1980; l’Abruzzo nel 2009) mostrano il limite degli approcci che consistono nell’identificare in maniera standardizzata e tecnocratica i bisogni e gli obiettivi della ricostruzione post-sismica, scartando qualsiasi riflessione, analisi e decisione della società direttamente interessata (Badami, 2008). Alcuni studi sottolineano persino la correlazione, addirittura la causalità, che esiste fra la gestione del rischio e della catastrofe e il deficit democratico; identificano, inoltre, l’inclusione degli abitanti nell’elaborazione di politiche pubbliche come chiave del successo per una gestione efficace del rischio e delle catastrofi (Calandra, 2012).

In realtà, troppo sistematicamente, nelle ricostruzioni che hanno fatto seguito ai terremoti, la logica del tetto (soluzione logistica di un problema d’alloggio) ha potuto prevalere su quella dell’abitazione (riattivazione dell’atto multidimensionale dell’abitare); la logica degli agglomerati urbani ha avuto la meglio su quella della produzione sociale della città; la logica del gesto e del determinismo architetturale ha relegato in secondo piano l’ascolto degli abitanti, delle loro pratiche di società, di mobilità e di socializzazione delle comunità direttamente coinvolte.

A ben guardare, questo approccio, pur mirando alla protezione dei cittadini, si rivela sistematicamente poco efficace in quanto basato su due rilevanti semplificazioni. La prima consiste nel fatto di trattare materialmente i cittadini come semplici recettori di politiche, di consegne o di misure da rispettare. La seconda consiste nel considerare che tutti i recettori si equivalgano, cioè che la particolarità delle società, il loro grado di coinvolgimento o di marginalità nelle decisioni pubbliche, il loro livello d’informazione e di conoscenza, il loro diritto d’essere informati e di partecipare alle scelte che li riguardano non sono pertinenti, e che questi elementi non vanno presi in conto nell’organizzazione delle risposte a una crisi. Queste due semplificazioni spiegano perché, per i decisori, una gestione partecipata della crisi non ha alcun aspetto interessante: considerato in tal modo, il cittadino non ha in effetti nessun valore aggiunto da apportare a una decisione.

Getty Images

 

Eppure, queste semplificazioni mostrano tutti i loro limiti non solamente in termini d’efficacia (la maggior parte delle ricostruzioni post-terremoto che non hanno associato i cittadini alla loro concezione si sono avverate fallimentari), ma anche in termini di qualità e credibilità della risposta fornita (le gestioni di crisi non partecipative producono una diffidenza maggiore rispetto alla politica). Le catastrofi dunque – di qualunque natura esse siano – finiscono per creare un regime d’emergenza durante il quale conta solamente la capacità dei decisori a reagire in fretta sulla base di dati tecnico-scientifici. Quanto alla società, questa non ha che da adattarsi.

Responsiveness o responsibility? Il giorno dopo o il giorno stesso?
Di fronte all’emergenza, questa tendenza della politica a reagire “presto e sola” risponde all’esigenza, più che legittima, d’essere reattiva in tempi rapidi e preservare i cittadini, il territorio e tutto ciò che è danneggiato dal fenomeno catastrofico. Le emergenze, per definizione, non lasciano molto tempo per pensare e ben preparare l’azione. Allo stesso tempo, esse si caratterizzano spesso per il fatto di produrre una sovrapposizione degli ambiti d’azione che dovrebbe mettere in discussione la tendenza dei decisori a escludere i cittadini dalla gestione dell’urgenza. Si tratta della sovrapposizione fra responsiveness, che possiamo qui definire come la capacità di reagire nell’immediato e nella pratica a un problema non previsto (seppur prevedibile); e responsibility, concepita non nel senso weberiano del termine, ma piuttosto come capacità di assumersi la responsabilità di una risposta di fronte all’emergenza che mette in discussione la sua prevedibilità, la sua gestione sul lungo termine, le sue implicazioni etiche e societali, e che pone la questione di ciò che la crisi legata all’emergenza deve portare a cambiare nei principi, nelle strutture e nelle organizzazioni di un sistema politico, sociale ed economico.

L’esempio dei provvedimenti da prendere di fronte al Covid-19, e in particolare dei provvedimenti che riguardano le applicazioni che localizzano i cittadini, o che limitano fortemente le loro libertà, è in tal senso illuminante. Se certi provvedimenti provocano reazioni più vivaci rispetto ad altri, è proprio a causa della sovrapposizione di questi due livelli di responsabilità che essi comportano. Ora, tale sovrapposizione induce in errore i decisori (così come tutti coloro che chiamano i cittadini a riflettere solamente al dopo): l’errore consiste nel pensare che “l’oggi” (e la responsiveness) non possa essere aperto a una discussione coi cittadini, che non meriti uno scambio e una collaborazione ampia con i principali interessati dalle scelte fatte, per il semplice motivo che  queste ultime dipenderebbero da un ambito d’azione ristretto e limitato. Ora, il virus Covid-19, la sua propagazione, i provvedimenti che comporta mostrano ancora una volta come l’articolazione fra il giorno dopo e “il giorno stesso”, fra la responsiveness e la responsibility, è al contrario il cuore stesso della sfida che si pone alla politica in tali circostanze.

Non riflettere sul ruolo dei cittadini nella gestione dell’emergenza equivale a pensare che ci sono temi che si possono – e che si devono, addirittura – sottrarre alla partecipazione. Tutto avviene come se il rischio non fosse una costruzione sociale, come se una società informata e collaborativa non fosse un punto di forza per far fronte a una grande crisi. Eppure, svariati esempi recenti mostrano che l’inclusione dei cittadini, delle comunità, degli stakeholder più esposti è un vero vantaggio per fronteggiare l’epidemia, hic et nunc.

Basti pensare alla città di Seattle e alla maniera in cui essa ha mobilitato e ha lavorato con i suoi “consigli di quartiere” per definire l’insieme dei siti nei quali ospitare le persone in quarantena – il che ha permesso di evitare le reazioni di rifiuto di tali centri provvisori da parte dei residenti che sono state osservate altrove nel Paese. Si può pensare anche alla politica messa in campo dalla città di Prato, basata su una collaborazione stretta fra la comunità cinese, il comune e il resto della popolazione. A Prato risiede e lavora la più grande comunità cinese in Europa rispetto alla popolazione autoctona: 21 000 persone su una popolazione di 195 000 abitanti (quasi l’11% della popolazione), 6 500 imprese cinesi.
Alla fine di febbraio, in seguito al ritorno di più di 1 500 Cinesi dal Capodanno cinese, il comune, senza imporre alcuna restrizione, ha continuato a lavorare, come prima della crisi Covid-19, in maniera molto partecipativa con le associazioni, i rappresentanti dei commercianti e la comunità cinese. Risultato: Prato è la provincia italiana con uno dei più bassi livelli di contagio. Un impegno costante e continuo nell’elaborazione delle risposte logistiche ha permesso di contenere il contagio e, soprattutto, d’evitare l’emergere di episodi di rifiuto o d’aggressività nei confronti della comunità cinese.

Basti pensare, in maniera più generale, a tutte le iniziative di mobilitazione d’attori della salute animale, d’aiuto reciproco tra vicini, di solidarietà, di condivisione di buone idee per famiglie monoparentali, che costituiscono altrettante strategie per gestire collettivamente un periodo e un mondo incerti. Varie questioni relative alla gestione della crisi Covid-19 illustrano come il setting democratico della decisione in regime d’emergenza meriterebbe di essere rivisitato: Quale didattica a distanza mettere in campo? Come bisogna procedere alla riapertura del Paese? A quali condizioni il ricorso alle app di geo-localizzazione può essere legittimo? Quali uscite si possono autorizzare? C’è veramente bisogno di sanzioni? Dove si situa il limes[1] delle eccezioni alle nostre libertà?

Da questo punto di vista, la crisi del Covid-19 può essere l’occasione di una vera discontinuità nella maniera di decidere in regime d’emergenza, tanto più che, così come numerosi esempi suggeriscono, più una decisione è co-costruita, meglio essa s’inscrive nei territori interessati e nei comportamenti di coloro che sono chiamati a metterla in pratica o a rispettarla.

 

 

Sapere, Credere, Decidere
Scienziati ed esperti sono chiamati a rivestire un ruolo di primo piano nella gestione di tutte le emergenze e le catastrofi. In tal senso, la crisi legata al Covid-19 è gestito nel segno della continuità. Non si tratta affatto di mettere in discussione l’importanza dei saperi scientifici e tecnici in circostanze come quelle che viviamo attualmente: la questione non è quella di sostituire o di limitare il ruolo degli esperti o di sostenere che i loro contributi non siano pertinenti nel momento di prendere una decisione. La questione è, ancora una volta, piuttosto d’ordine democratico. Due elementi sono particolarmente interessanti dal punto di vista della relazione fra saperi scientifici e democrazia in regime d’emergenza: il ruolo dei saperi dei cittadini e del diritto all’informazione di questi ultimi; e il peso dei saperi tecnico-scientifici nella legittimazione della decisione e nella sua giustificazione (tanto dal punto di vista tecnico-giuridico quanto dal punto di vista retorico).

Sul primo punto, una vasta letteratura scientifica e numerose esperienze di terreno hanno mostrato la diversità dei saperi presenti in seno alla società e il loro valore aggiunto (Netz, 2013; Sintomer, 2008). È appurato che l’inclusione dei cittadini nella fabbricazione dei dati e dei saperi scientifici produca una società più resiliente e delle scelte politiche maggiormente reversibili.  In questo senso, ci si può chiedere quali sono i saperi presi in considerazione oggi dai comitati scientifici e task force e perché, per esempio “non ci s’immagina nemmeno di nominarvi un’infermiera, un medico di pronto soccorso, un caposervizio di rianimazione […] quella competenza professionale pratica, quella capacità di prendere decisioni operative nell’urgenza” (Bertho, 2020).

Sul secondo punto, il rischio, anch’esso individuato dalla ricerca (Pellizzoni, 2020), è che le tecnoscienze divengano sempre più degli attori politici a pieno titolo poiché esse si approprierebbero delle nostre democrazie favorendo un’iper-legittimità del discorso puramente tecnico-scientifico alla base di qualsiasi decisione pubblica. È quindi importante chiedere ai cittadini come vanno orientate, oggi e in futuro, le questioni di ricerca, e meglio esplicitare il legame fra natura e società alla radice di questa epidemia, per esempio. La società ha diritto di sapere quale scienza consiglia i decisori, considerata l’influenza politica che gli esperti e i ricercatori possono avere in queste emergenze. Quale etica, se non è più quella della convinzione (Hottois, 1996), guida oggi l’expertise e la ricerca?

In certi discorsi recenti d’uomini e donne del mondo politico e scientifico, i cittadini sono presenti solo in quanto responsabili, quando non colpevoli, della propagazione del virus. Al contrario, il loro diritto di avere a disposizione dati chiari, trasparenti, facilmente accessibili non viene riconosciuto, né considerato come una strategia efficace per renderli più coscienti e collaborativi. La sola cosa che viene chiesta ai cittadini sembra essere di fidarsi delle “autorità”, di credere a ciò che viene detto loro, nel nome di una divisione fra “quelli che sanno”, che consigliano “quelli che decidono”, e i semplici cittadini, che non fanno parte né degli uni né degli altri. Ci si potrebbe quindi porre la seguente domanda: si può gestire un’emergenza, sanitaria o non, escludendo la società da qualunque forma di costruzione della decisione?

“Fino a nuovo ordine…”
Come abbiamo visto, in regime d’emergenza, lo spazio di dialogo fra cittadini e decisori si limita alla trasmissione unilaterale di consegne, ordini, comunicazioni ufficiali, il che è, in una certa misura, comprensibile. L’assenza di dibattito pubblico invita a concentrarsi di più sul seguito: “il dopo” diventa così la promessa, fatta da più parti, d’un recuperodemocratico. Attraverso questa breve e incompleta analisi del ruolo dei cittadini in regime d’emergenza, abbiamo messo l’accento sulla questione democratica che si nasconde dietro la necessità di pensare collettivamente l’emergenza stessa, la sua gestione, la sua immediatezza. Abbiamo così avanzato l’ipotesi che una revisione del setting democratico di gestione di crisi sia inevitabile per accettare la rottura che l’emergenza porta con sé, e per meglio far fronte alla dose d’irreversibilità che essa comporta.

Ancor prima di porsi la domanda – giusta, legittima, lodevole – di come pensare insieme il giorno e il mondo di dopo, è possibile fare diversamente di fronte all’emergenza? Includendo oggi i cittadini nell’individuazione di ciò che è necessario e insostituibile (e non soltanto dal punto di vista logistico), sarà più facile domani dar vita a un dibattito pubblico sul modello di società che desideriamo. Tanto più  che rispetto al Covid-19 i cittadini già producono nuove spazialità e socialità, nuove risposte, nuovi gesti e pratiche supplementari al fine di proteggere meglio se stessi, e di proteggere meglio gli altri. Il Covid-19, ancor più di altre situazioni d’emergenza e di crisi, ha rimesso in discussione le nostre abitudini, le nostre pratiche spaziali e sociali, le nostre conquiste democratiche, i nostri stili di consumo. Ha sconvolto l’ordine di priorità delle nostre conoscenze, dei nostri strumenti di lavoro. Avrà il potere di rimettere in discussione il modo di dibattere e decidere?

 

Ilaria Casillo interviene durante l’incontro di lancio del Débat Public “ImPactons” sulle politiche agricole.
Foto – Sacha Lenormand

 

 

NOTE

[1] Limes: termine latino per indicare una frontiera mobile, una linea di demarcazione cangiante.

 

BIBLIOGRAFIA

Badami, A., Schilleci, F., & Picone, M. (2008), Città nell’emergenza. Progettare e costruire tra Gibellina e lo ZEN, Palermo, Palumbo.

Calandra L. (2012) -“Rischio, politica, geografia: il caso del terremoto dell’Aquila”, in A. Di Somma, V. Ferrari (dir.), L’analisi del rischio ambientale. La lettura del geografo, Valmar, Roma, pp. 125-140.

Callon M., Lascoumes P., Barthe Y. (2001), Agir dans un monde incertain. Essai sur la démocratie technique, Paris, Le Seuil.

Casillo I. ,Rousseaux D. (2018( Démocratie participative et quartiers prioritaires : réinvestir l’ambition politique des conseils citoyens, Rapport aux minsitres de la cohesion des territoires, Paris, Cndp.

Casillo I. (2018), “Ce que les conflits environnementaux et d’aménagement donnent à voir de la démocratie contemporaine”, Révue L’ENA Hors les murs, Dossier Le Dialogue, pp. 11-14.

De Spuches G., Picone M. (2008), « Ghibellina/Ghibellina nuova : quarant’anni di rappresentazioni e narrazioni », in Badami, A., Schilleci, F., & Picone, M. (2008), Città nell’emergenza. Progettare e costruire tra Gibellina e lo ZEN, Palermo, Palumbo, 149-164.

Hottois, G. (1996). « Éthique de la responsabilité et éthique de la conviction ». Laval théologique et philosophique, 52 (2), 489–498. https://doi.org/10.7202/401006ar
https://www.academia.edu/7777312/Rischio_politica_geografia_il_caso_del_terremoto_dell_Aquila

Nez H. (2013), « Savoir d’usage «, in CASILLO I. et aii. (dir.), Dictionnaire critique et interdisciplinaire de la participation, Paris, GIS Démocratie et Participation, 2013, ISSN : 2268-5863. URL : http://www.dicopart.fr/fr/dico/savoir-dusage.

Pellizzoni L. (2020), « La sfide del Covid alle sienze umane. Alcune piste di riflessione », in Le parole e le cose,http://www.leparoleelecose.it/?p=38050&fbclid=IwAR06wO5AhWFi1PdWyXKLLM4rcTZ2JGBSaEZk4M2eZynfg6j8-jUIsSKYHL4

Sintomer Y. (2008) « Du savoir d’usage au métier de citoyen ?, Raisons politiques, vol. 31, no. 3, 2008, pp. 115-133.

Il Débat Public sui rifiuti radioattivi

02/03/2020
di Agnese Bertello
La gestione dei rifiuti radioattivi è un tema complesso che genera conflitti e proteste da parte dei cittadini: il modello...

Quest’articolo è uscito sul numero 1/2020 di Qual Energia

Nel novembre scorso, si è concluso a Parigi, il Débat Public sul Piano Nazionale per la Gestione delle Materie e dei Rifiuti Radioattivi (PNGMDR).

Redatto ogni tre anni dalla Divisione Generale Energia e Clima del Ministero della Transizione Ecologica e dall’Autorità per la Sicurezza Nucleare (ASN), il piano censisce i rifiuti radioattivi presenti sul territorio, per tipologia e quantità, definisce gli obiettivi generali da raggiungere, individua le modalità di trattamento e stoccaggio sulla base delle caratteristiche di ciascuna tipologia di rifiuto.

Fino al 2016, la stesura del Piano era di esclusiva competenza degli esperti e degli organi del governo. La storia di questa edizione, invece, è diversa: per la prima volta, infatti, il Piano è stato l’oggetto di uno strutturato percorso di dialogo con i cittadini: il Débat Public. Nell’arco di sei mesi, attraverso una serie di incontri e workshop organizzati su tutto il territorio nazionale da una Commissione indipendente, cittadini comuni hanno avuto modo di entrare nel merito dei contenuti del piano, anche di quelli più tecnici, di discuterne apertamente e di esprimere il proprio punto di vista.

Strumento per l’ascolto e il dialogo con gli abitati in merito alle grandi opere, il Débat Public è stato introdotto nel corpus legislativo francese con la Legge Barnier del 1995, come risposta ai conflitti che erano nati intorno alla realizzazione del TGV Mediterraneo, e progressivamente messo a punto con successivi interventi legislativi. Da allora ne sono stati condotti quasi un centinaio su progetti di grandi opere e infrastrutture di varia natura, dagli impianti eolici agli stadi, dalle interconnessioni ferroviarie ai centri commerciali. La riforma del 2016 ha previsto la possibilità di farvi ricorso anche per discutere di programmi e piani nazionali, a carattere strategico: per questa ragione, sia il Piano Pluriennale per l’Energia, nel 2018, sia il Piano Nazionale per la Gestione delle Materie e dei Rifiuti radioattivi, nel 2019, hanno dovuto affrontare un Débat Public.

Come funziona il Débat Public
L’obiettivo del DP è informare in maniera trasparente e completa su tutti gli aspetti e gli impatti legati alla realizzazione di una specifica opera, consentire a tutti coloro che sono interessati di esprimere la loro opinione al riguardo, organizzare contesti in cui è possibile discutere nel merito il progetto. A indire il DP è un’autorità indipendente e autonoma, la Commissione Nazionale Dibattito Pubblico (CNDP), garante del dialogo. Il processo, inoltre, si apre su un progetto preliminare, sufficientemente dettagliato da consentire di parlare di cose concrete, ma ancora modificabile. Ciascun DP è condotto da una Commissione Particolare, nominata da quella nazionale, che si assume la responsabilità della sua organizzazione, a partire dal design del percorso per arrivare agli aspetti logistici e di comunicazione. La società o l’ente che propone il progetto finanzia il DP, ma è escluso dalle scelte su come condurlo.

Il DP si sviluppa attraverso tre fasi: una fase preparatoria, il dibattito pubblico vero e proprio e una fase conclusiva. Nella fase preparatoria, la Commissione Particolare affianca il proponente il progetto nel redigere il Dossier di presentazione dello stesso e incontra tutti gli stakeholder coinvolti a vario titolo dal progetto, per comprendere appieno tutte le implicazioni del progetto e definire i contenuti da trattare.

Nella fase pubblica del dibattito, si susseguono incontri, workshop, tavole rotonde, sopralluoghi aperti a tutti; a questi momenti pubblici, è sempre affiancata un’intensa attività on line.

La fase conclusiva prevede un ultimo appuntamento durante il quale la Commissione presenta la Relazione finale: nel documento vengono evidenziati tutti i punti di vista, le questioni dibattute, le le proposte emerse durante il percorso. Entro un lasso di tempo di 3 mesi, l’azienda o l’ente promotore del progetto è chiamato a rispondere pubblicamente, specificando in che modo terrà conto di quanto emerso, quali considerazioni e proposte vengono accolte e quali invece no, e perché, precisando di conseguenza se e in che modo intende modificare il progetto.

Il dibattito sul PNGMDR
Preceduto da una fase preparatoria della durata di un anno, il Dibattito sul PNGMDR è stato inaugurato il 17 aprile 2019 e si è concluso il 25 novembre 2019, quando la Commissione Particolare, presieduta da Isabelle Hariel-Dutirou (giurista), ha presentato la sua Relazione finale.

Nell’arco di questi sei mesi, si sono tenuti 23 incontri in altrettante città del paese.

Oltre agli incontri per la presentazione e discussione del piano da un punto di vista generale, il calendario ha previsto incontri e laboratori dedicati all’approfondimento di temi specifici. Questo approccio ha consentito di affrontare gli aspetti squisitamente tecnici trattati nel Piano, ma ha anche permesso di dedicare un tempo ad hoc a quei temi di carattere più sociale, etico e strategico che stavano particolarmente a cuore ai partecipanti.

Agli incontri dedicati al tema del trasporto delle sostanze radioattive, o alla distinzione tra materie e rifiuti radioattivi, o ancora alla filiera dei rifiuti a bassa radioattività, solo per citarne alcuni, si sono affiancati incontri sui rischi, ambientali e sanitari, sugli aspetti economici (a partire da un documento della Corte dei Conti), sulla governance e sulla fiducia.

Molta attenzione è stata data al confronto sugli aspetti etici, in particolare al tema dell’eredità che si lascerà alle generazioni che verranno; un tema di complessa elaborazione, se consideriamo che l’arco di tempo nel quale ci si pone è di milioni di anni. Come porsi di fronte a un futuro così lontano da non essere immaginabile?

Proprio su questo tema, per esempio, hanno autonomamente scelto di esprimersi i cittadini che hanno partecipato al Groupe Miroir, laboratorio che si è sviluppato nell’arco di tre week end durante i quali i partecipanti (un campione di 14 persone, rappresentativo per quanto possibile della composizione demografica del paese) hanno avuto la possibilità di approfonditre i vari aspetti del tema, confrontarsi con tecnici ed esperti sui temi in gioco e al termine del quale hanno elaborato un documento in cui hanno espresso le loro considerazioni e il loro parere informato sulla materia.

Per far fronte alla complessità tecnica, e alla difficoltà di coinvolgere nel Dibattito un pubblico giovane, la Commissione ha introdotto strumenti che rappresentano alcuni dei risultati più netti dell’intero processo.

Ancora nella fase preparatoria, per esempio, la Commissione ha coinvolto gli attori del processo – associazioni ambientaliste, enti di ricerca, produttori – in un confronto serrato sui punti controversi in materia di gestione dei rifiuti radioattivi con l’obiettivo di individuare “un accordo sui punti di disaccordo”. Il risultato è la pubblicazione di un documento intitolato “Chiarimenti dei punti controversi” (Clarification des controverses techniques), condiviso e approvato da tutti gli attori, che ha avuto il merito di creare una base comune di discussione ed evitare che gli incontri si trasformassero in sterili battaglie di numeri.

Con il laboratorio “Seriuos Game”, messo a punto da un progetto di ricerca europeo, Sitex, in collaborazione con l’IRSN (Istituto di Radioprotezione e Sicurezza Nucleare) si è invece cercato di coinvolgere in maniera attiva una quarantina di giovani laureati e laureandi, sia delle facoltà scientifiche direttamente attinenti, sia delle facoltà umanistiche. Attraverso questo gioco di ruolo, basato su due scenari – uno sulla gestione dei rifiuti ad alta radioattività e l’altro sui rifiuti a bassa radioattività – è stato possibile, per i partecipanti, vedere evolvere gli scenari in più direzioni, per effetto delle scelte di ciascun giocatore, valutandone di volta in volta tutte le complesse implicazioni a più livelli di analisi.

Un tema spinoso
Quello sul PNGMDR non è il primo DP che si occupa di nucleare. Nel 2005, se ne tenne uno in merito ai rifiuti a media e alta radioattività, seguito nel 2013 da quello sul progetto Cigéo, il deposito geologico definitivo per i rifiuti nucleari. L’uno e l’altro furono molto contestati; il secondo, in particolare, poté tenersi soltanto on line. Un primo risultato positivo, rivendicato dalla Commissione, è dunque che questo processo ha potuto svolgersi dall’inizio alla fine: su 23 incontri solo uno ha dovuto essere interrotto, mentre in altri 4 casi, le contestazioni hanno inciso sull’andamento dell’incontro e sul tema, senza però impedirne lo svolgimento. È certo però che questo DP paga una mancanza di fiducia che, al di là di un fattore strutturale delle nostre società, è certamente collegata alla mancata presa in carico da parte del Governo degli esiti dei dibattiti pubblici prima citati. Forse per questo il DP sul PNGMDR non è riuscito a raggiungere i cittadini comuni, che sono il target specifico di ogni DP; gli incontri sono stati seguiti, con passione, soprattutto da persone che già si occupano del tema: militanti delle associazioni ambientaliste (Greenpeace, Wise Paris, Global Chance), ricercatori di ambito scientifico ed economico (CNRS), lavoratori dell’intera filiera industriale del nucleare (Orano, EDF, Andra), rappresentanti delle istituzioni locali e nazionali. Buona la qualità del confronto: il dialogo tra chi portava punti di vista diversi e opposti è stato possibile, grazie anche alla disponibilità della Commissione a discutere e confrontarsi anche su temi spinosi portati dai cittadini. Per esempio, sebbene in due distinte Leggi (2006 e 2016) lo stoccaggio geologico profondo sia indicato come la tecnologia scelta per la gestione definitiva dei rifiuti ad alta e media attività di lunga durata per il Paese, uno degli incontri è stato formalmente dedicato a discutere delle alternative a quel progetto ed è stato chiesto all’IRSN di presentare un documento che indicasse le opzioni possibili.

Recuperabilità dei rifiuti stoccati e reversibilità delle scelte sembrano essere il cuore della questione. Occorre garantirsi la possibilità di cambiare strada e di recuperare i rifiuti radioattivi stoccati, confidando che la ricerca scientifica giunga a mettere a punto processi che consentano di eliminare i rifiuti radioattivi, per esempio attraverso la separazione e trasmutazione.

Ciò che i partecipanti hanno chiaramente espresso è la difficoltà, o impossibilità, di sviluppare una riflessione coerente sul tema dei rifiuti radioattivi senza avere la possibilità di discutere del nucleare tout court: parlare di mono e multiriciclaggio del combustibile, di rifiuti dalla dismissione delle centrali, di saturazione delle disponibilità di stoccaggio, ha necessariamente a che fare con la strategia energetica nucleare.

Molti contributi significativi hanno riguardato il tema delle Governance del Piano; in questo caso, i partecipanti hanno sottolineato la necessità di coinvolgere in maniera continuativa e concreta i cittadini perché possano esprimere il loro parere ed esercitare una vigilanza sugli sviluppi del Piano; la necessità di dedicare una maggiore attenzione ai territori, poiché le scelte inserite nel piano si traducono poi in progetti, impianti, infrastrutture che incidono su specifici territori; di dedicare una parte del Piano alle questioni della salute pubblica e di coordinare in maniera efficace con i piani strategici sull’energia e sui trasporti.

Entro il 25 febbraio 2020, il Ministero della Transizione Economica dovrà comunicare le sue scelte. Chantal Jouanno, presidente della Commissione Nazionale (CNDP), ha evidenziato l’importanza di questo passaggio e la necessità che le risposte del Ministero si facciano effettivamente carico di quanto emerso dal percorso.

Dalla Francia all’Italia
Che insegnamenti possiamo trarre, noi, da questa esperienza? Nel nostro paese di energia nucleare non se ne produce più, i rifiuti radioattivi, però, li abbiamo anche noi, e parlarne non sembra essere più semplice che oltralpe. Per ottemperare agli obblighi previsti dalla Legislazione europea (Direttiva 2011/70/EURATOM), anche l’Italia ha redatto un Programma Nazionale per la Gestione dei Rifiuti Radioattivi. Il documento è stato sottoposto a VAS nel luglio 2017. La versione definitiva del documento è stata poi pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale il 30 ottobre 2019 e inviata alla Commissione Europea.

Il programma prevede anche la realizzazione Deposito Nazionale per i Rifiuti Radioattivi. Dopo il caso di Scanzano Jonico, è apparso chiaro che non è possibile procedere alla individuazione del sito per il Deposito senza un confronto serio con i cittadini. Per questo, per disciplinare le modalità di consultazione pubblica sul Deposito, esattamente 10 anni fa, nel febbraio 2010, è stato pubblicato un Decreto Legge ad hoc (D. L. 31/2010). Il Decreto stabilisce che la fase di dialogo con i territori debba avvenire in seguito alla pubblicazione della Carta Nazionale delle Aree Potenzialmente Idonee (CNAPI), che debba procedere attraverso 4 mesi di consultazione pubblica e un Seminario Nazionale, per giungere all’individuazione del sito idoneo attraverso autocandidatura. La CNAPI esiste dal 2015 e dal 2015 si attende il nulla osta da parte del Ministero dell’Ambiente e dal Mise per poter procedere alla sua pubblicazione e dare il via così alla consultazione.

L’approccio descritto nel Decreto sembra essere poco coerente, considerando che da una parte spinge verso l’autocandidatura, adottando un modello innovativo, sperimentato con successo, per esempio, in Canada; dall’altra, sceglie di avviare il percorso con la pubblicazione di una Carta che indica già quali sono le aree potenzialmente idonee, tagliando le gambe a qualsiasi autocandidatura e alimentando, invece, la conflittualità. Il Decreto non indica né strumenti né modalità specifiche di coinvolgimento e ascolto dei cittadini, la fase di consultazione e il seminario di cui parla devono ancora essere riempiti di contenuti. Varrebbe senz’altro la pena rivederne l’approccio, tenendo conto delle molteplici esperienze deliberative che si sono tenute, anche nel nostro paese, negli ultimi dieci anni. Lo stesso Dibattito Pubblico, per esempio, a partire dal 2009, è stato applicato in più occasioni – per esempio, per la Gronda di Genova, il Passante autostradale di Bologna, il Porto di Livorno e i Navigli a Milano – e finalmente, attraverso il DPCM 76/2018, è stato ufficialmente introdotto nel nostro ordinamento.

Pubblico è il Dibattito – Qual Energia 1/2020

Perché serve un Dibattito Pubblico sul nuovo stadio di Milano?

18/12/2019
di Agnese Bertello
In questi mesi il futuro dello stadio di San Siro è al centro dell'attenzione; Inter e Milan hanno bisogno di...

Quest’articolo è uscito il 18 dicembre su Arcipelago Milano.

 

Nell’articolo pubblicato su Arcipelago Milano l’11 novembre, Donatella De Con citava una presentazione da me fatta, nel 2017, in Commissione Affari Istituzionali al Comune di Milano, relativamente al Dibattito Pubblico.

In quella presentazione, parlavo della partecipazione del Comune di Milano, in una cordata con molteplici attori, a un bando Life sul tema dei conflitti ambientali che prevedeva di avviare una prima sperimentazione del Dibattito Pubblico in città su un progetto pilota. Il bando non fu vinto, il Dibattito Pubblico ha visto comunque una prima applicazione a Milano sul tema dei Navigli nel 2018, ma la proposta avanzata da Donatella De Con nel suo articolo, quella cioè di sottoporre la realizzazione dello stadio a Dibattito Pubblico resta valida e opportuna.

Del resto, è stato lo stesso Sala, in un articolo apparso su La Repubblica l’8 settembre, a sollecitare Inter e Milan affinché avviassero un percorso di partecipazione vero e proprio in merito alla realizzazione del nuovo stadio. Il sindaco citava le esperienze del PGT e dei Navigli e invitava le due squadre a seguire questi esempi. Insomma, diceva Sala, “fare vedere il progetto ai cittadini” non basta più.

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Nei giorni successivi alla pubblicazione dell’articolo, le due società hanno effettivamente organizzato momenti di confronto con gli abitanti; gli strumenti adottati però non sembrano rispondere in maniera adeguata all’esigenza di trasparenza e approfondimento che una questione complessa, come quella dello stadio, meriterebbe.

Una delle prime attività proposte è stato un sondaggio on line. Su www.nuovostadiomilano.com il parere dei tifosi e dei cittadini viene raccolto attraverso la presentazione di 43 affermazioni a cui si risponde indicando il proprio gradimento (da 1 a 5 stelle). Andiamo da “Il nuovo stadio e l’area circostante dovranno essere moderni e innovativi”, “ecosostenibili” “sicuri per le famiglie”, “facilmente accessibili” a “La costruzione dello stadio rigenererà l’intera area di San Siro”, “Il nuovo stadio porterà benefici alla comunità”.

Ci sono stati poi consigli comunali aperti sia nel Municipio 7 (all’interno del quale si trova lo stadio) sia nel Municipio 8 (che confina con l’area dello stadio). Agli incontri, i cittadini presenti, già organizzati in comitati contro e comitati pro, hanno espresso il loro punto di vista, nettamente diverso da quelle dei tifosi: si è parlato di rigenerazione del quartiere, di viabilità, rumore, del pericolo di una speculazione edilizia e di una conseguente colata di cemento. Durante il consiglio comunale aperto del 18 novembre nel municipio 7, secondo quanto riporta Il Corriere della Sera, il presidente del Milan, Alessandro Antonello, ha concluso sottolineando disponibilità al dialogo delle due società: «Cercheremo di recepire le vostre osservazioni. Non siamo qui a imporre nulla ma a sentire le vostre esigenze, e farle nostre per aiutare ad aggiustare il progetto».

Il 13 dicembre, infine, in Municipio 8 si è tenuto un incontro aperto della Commissione Territorio convocata per “approfondire una soluzione alternativa alla demolizione, ovvero il recupero e la riqualificazione dell’attuale stadio: ciò al fine di consentire un confronto tra le due ipotesi sul tavolo (demolizione e ricostruzione, oppure rigenerazione dello stadio attuale) sotto un profilo tecnico/economico per una valutazione preliminare costi/benefici di ogni singola opzione”. Quella del Municipio 8 è stata un’iniziativa del tutto autonoma con l’obiettivo di coinvolgere e informare i cittadini: i vertici delle due squadre non erano tra i relatori previsti e nessun rappresentante dei club ha partecipato. I medesimi relatori – ing. Mascheroni, ing. Mola e arch. Aceti – che hanno presentato progetti di recupero del Meazza, sono poi stati convocati per un’audizione alla Commissione sport del Comune di Milano, il 16 dicembre.

Le iniziative sono di fatto scollegate tra di loro, non è chiaro quale sia l’obiettivo, e il fatto che non fossero mai presenti insieme tutte gli attori coinvolti – Comune, Municipi, Milan e Inter, cittadini, progettisti, tifosi – depotenzia gli incontri stessi che appaiono occasioni di informazione importanti ma fine a se stesse.

La disponibilità ad ascoltare, che sembra emergere dalle dichiarazioni delle due squadre, e il bisogno di esprimere il proprio punto di vista e le proprie preoccupazioni dei cittadini trovano in questi strumenti una reale opportunità di incontrarsi. Il dialogo non è possibile.

Il sondaggio d’opinione non può che registrare opinioni individuali, più o meno informate, mentre nell’assemblea di stampo tradizionale, i punti di vista si susseguono in un contraddittorio nella maggior parte dei casi volto più alla polemica che alla comprensione dei molteplici aspetti in gioco e dei molteplici interessi. Né nell’uno né nell’altro caso, si creano le condizioni perché i partecipanti possano elaborare un pensiero nuovo, analizzando l’insieme delle questioni, discutendo sui diversi progetti in campo, confrontando punti di vista differenti, in un percorso di apprendimento reciproco.

Adottando questi modelli, la riflessione sul progetto – sugli aspetti positivi e negativi della realizzazione di un nuovo stadio per il quartiere, sul suo impatto globale sulla città – è rimasta confinata territorialmente, derubricata a questione di secondo piano, bloccata su schieramenti opposti del tutto prevedibili, senza poter indagare, collettivamente, scenari alternativi.

Ci sono altri strumenti, molto più efficaci. Organizzare un Dibattito Pubblico significherebbe, invece, esattamente questo: aprirsi a un confronto trasparente, coordinato da un organismo terzo, che è garante della qualità del dialogo, in cui il proponente è chiamato a discutere pubblicamente le ragioni del progetto. Un confronto, che si sviluppa attraverso più incontri, cadenzati nel tempo, con il sussidio di materiali e documenti chiari, che coinvolte tutti gli attori, gli esperti, le istituzioni, che discute del senso del progetto prima ancora che delle sue caratteristiche architettoniche e infrastrutturali, che ascolta e si interroga sulle ragioni di chi vivrà e frequenterà quello spazio, che affronta tutti gli aspetti, riservando particolare attenzione a quelli più critici, che indaga possibilità diverse.

Scegliere un modello molto strutturato, com’è il DP, che fissa a monte, e in maniera chiara, obiettivi, ruoli, modalità, tempi di svolgimento, avrebbe innanzitutto il pregio di portare chiarezza, in una situazione molto confusa.

Adottato nel 1995 in Francia, il Dibattito Pubblico è applicabile a qualunque tipo di impianto e infrastruttura che superi una certa soglia di investimento (300 milioni di euro) e che abbia un impatto significativo sul territorio: dai parchi eolici agli impianti di trattamento rifiuti, dai centri commerciali agli stadi sportivi. Nei vent’anni di sperimentazione è stato applicato in circa 90 casi diversi. Nella maggior parte di questi, alla fine, chi ha proposto il progetto ha scelto di modificarlo, in maniera più o meno importante, accogliendo alcune delle osservazioni e delle riflessioni emerse e motivando le sue decisioni.

In Italia, è stato introdotto con la riforma del Codice degli appalti del 2016 e nell’agosto 2018, dopo l’approvazione dei decreti applicativi, la riforma è stata pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale. Già prima di questo passaggio, nel nostro paese c’erano state sperimentazioni importanti, dovute, sì, alla presenza di leggi regionali sulla partecipazione in Emilia Romagna e in Toscana che già lo prevedevano, ma non solo: vedasi per esempio il caso della Gronda di Genova e lo stesso caso Navigli a Milano. In nessuno di questi casi italiani ci si è occupati in Italia di un’infrastruttura sportiva. In Francia, invece, sì.

In un articolo, uscito su “Una città”, e oggi disponibile anche in questo blog – “Progettare uno stadio a Roma o a Parigi: governance a confronto” – Marianella Sclavi, sociologa, e Ilaria Casillo, vice presidente della Commissione Nazionale Dibattito Pubblico francese, si confrontano in merito al processo decisionale relativo alla realizzazione di due progetti, uno in Italia e uno in Francia, che si sviluppano a partire dallo stesso anno (2014): lo stadio della Roma Calcio (ancora in corso e di cui si legge nelle pagine della cronaca giudiziaria), e lo stadio della Federazione Francese di Rugby, sottoposto a Dibattito Pubblico e risolto senza strascichi né polemici né giudiziari nel corso di un anno.

L’articolo si conclude con un intervento di Ilaria Casillo che riassume il significato profondo di un’esperienza innovativa come quella del Dibattito Pubblico: “Le esperienze a confronto del dibattito pubblico sullo stadio di rugby e sulla mancata partecipazione dei cittadini sullo stadio di Roma invitano a due considerazioni in particolare: prima di tutto che dietro a un’infrastruttura turistica sportiva di trasporti etc. si gioca ben altro che il “semplice progetto”. Ci sono di mezzo le interazioni col territorio, e delle concezioni dello sviluppo economico e sociale e progetti di mobilità. Si tratta di esplicitare le ricadute territoriali del progetto nel medio e lungo periodo, alle quali i cittadini possono non aderire. Un’infrastruttura in questo senso è un “atto politico” di cui i cittadini, e questa è la seconda considerazione, hanno il diritto di discutere. La mancanza di un confronto serio con i cittadini sulle grandi opere rinvia quindi non solo a un vuoto di legittimità della decisione, ma prima di tutto a un vuoto democratico destinato ad allargarsi e a toccare altre sfere della vita pubblica.”

Aggiungo a queste considerazioni un invito rivolto direttamente a Inter e Milan: scegliendo di confrontarsi con il territorio, adottando un modello che si fonda sulla trasparenza e sul dialogo, sarebbero, infatti, proprio le squadre ad averne un diretto giovamento, nella veste di portatrici di uno stile agonistico coraggioso e innovativo.

Mediazione ambientale: il caso della vasca di laminazione del Seveso

14/11/2019
di Stefania Lattuille
Nel settembre scorso Regione Lombardia, Comune di Milano, Comune di Bresso, MM Spa e Parco Nord hanno siglato un documento che dà...

Nel settembre scorso Regione Lombardia, Comune di Milano, Comune di Bresso, MM Spa e Parco Nord hanno siglato un documento che dà conto di quanto discusso, approfondito e concordato nella mediazione ambientale sulla realizzazione di una vasca di laminazione per le esondazioni del fiume Seveso.

Le parti presenti al tavolo della mediazione hanno ritenuto opportuno rendere pubblico questo documento –reperibile anche sui siti istituzionali degli enti citati, con i relativi allegati- a beneficio di tutti gli stakeholder.

In questa mediazione, al primo incontro è stato condivisa dalle parti la circostanza che il progetto della vasca Milano Parco Nord era ormai pressoché esecutivo, quindi non più modificabile o procrastinabile, e che l’obiettivo del tavolo sarebbe quindi stato quello di fare chiarezza sul progetto, di rispondere alle numerose domande e rilievi dei cittadini e del Comune di Bresso e di valutare insieme quanto potesse essere concesso e concordato, in particolare con riferimento agli indennizzi e compensazioni.

Nell’incipit di tale documento, gli enti partecipanti hanno dichiarato l’apprezzamento per il dialogo tenutosi in seno alla mediazione ambientale e l’auspicio che “si favorisca l’utilizzo di strumenti operativi quali la mediazione ambientale, la progettazione partecipata e il dibattito pubblico al fine di creare sempre più contesti di confronto tra cittadini ed enti pubblici e di intervenire tempestivamente per prevenire e risolvere i conflitti ambientali”.

I documenti relativi alla mediazione sono disponibili sul sito del Comune di Milano.