Occhio all’Orecchio

Il blog di Ascolto Attivo. Spunti, interrogativi, riflessioni su progettazione partecipata, democrazia deliberativa, mediazione, gestione dei conflitti. Quotidianità, concrete fatiche e sorprendenti scoperte del facilitatore di sistemi complessi.

Mediazione ambientale: il caso della vasca di laminazione del Seveso

14/11/2019
di Stefania Lattuille
Nel settembre scorso Regione Lombardia, Comune di Milano, Comune di Bresso, MM Spa e Parco Nord hanno siglato un documento che dà...

Nel settembre scorso Regione Lombardia, Comune di Milano, Comune di Bresso, MM Spa e Parco Nord hanno siglato un documento che dà conto di quanto discusso, approfondito e concordato nella mediazione ambientale sulla realizzazione di una vasca di laminazione per le esondazioni del fiume Seveso.

Le parti presenti al tavolo della mediazione hanno ritenuto opportuno rendere pubblico questo documento –reperibile anche sui siti istituzionali degli enti citati, con i relativi allegati- a beneficio di tutti gli stakeholder.

In questa mediazione, al primo incontro è stato condivisa dalle parti la circostanza che il progetto della vasca Milano Parco Nord era ormai pressoché esecutivo, quindi non più modificabile o procrastinabile, e che l’obiettivo del tavolo sarebbe quindi stato quello di fare chiarezza sul progetto, di rispondere alle numerose domande e rilievi dei cittadini e del Comune di Bresso e di valutare insieme quanto potesse essere concesso e concordato, in particolare con riferimento agli indennizzi e compensazioni.

Nell’incipit di tale documento, gli enti partecipanti hanno dichiarato l’apprezzamento per il dialogo tenutosi in seno alla mediazione ambientale e l’auspicio che “si favorisca l’utilizzo di strumenti operativi quali la mediazione ambientale, la progettazione partecipata e il dibattito pubblico al fine di creare sempre più contesti di confronto tra cittadini ed enti pubblici e di intervenire tempestivamente per prevenire e risolvere i conflitti ambientali”.

I documenti relativi alla mediazione sono disponibili sul sito del Comune di Milano.

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Conflitti ambientali tra mediazione e facilitazione

14/11/2019
di Agnese Bertello
La mediazione è un’opzione da prendere in considerazione per la gestione delle controversie ambientali? Intervista a Stefania Lattuille

La mediazione è un’opzione da prendere in considerazione per la gestione delle controversie ambientali? Quali possono le concrete possibilità in questo specifico settore?
Intervista a Stefania Lattuille, pubblicata su Blogmediazione

Le controversie ambientali si prestano ad essere gestite in mediazione?
Assolutamente sì. Si tratta di vicende complesse ed è opportuno conoscere le peculiarità del settore e le particolari criticità per sapere come affrontarle, ma percorsi di confronto e negoziato sono in realtà l’ideale per gestire i conflitti in materia ambientale. Nei vari casi che ho seguito, è stata sempre salutata con favore, e poi decisamente apprezzata, l’apertura di un tavolo di scambio di informazioni, dialogo costruttivo e tentativo di risoluzione della controversia. In due casi radicati da parecchi anni in sede giudiziaria civile, penale e amministrativa, al primo o secondo incontro i partecipanti si sono proprio chiesti come mai non si fosse organizzato prima di allora un tavolo di confronto. Tavolo che, nella prassi, non si apre ‘spontaneamente’ per varie ragioni e che comunque necessita, a mio avviso, di un facilitatore/organizzatore, fosse solo per il rilevante numero delle persone/enti coinvolti e per la complessità delle fattispecie e della materia trattata.

La tua esperienza come facilitatrice quanto pesa nel gestire questo genere di vicende?
Occupandomi, con Ascolto Attivo, anche di progettazione partecipata (ossia di quei percorsi in cui gli enti pubblici coinvolgono i cittadini nelle decisioni relative al loro territorio, che si tratti di riqualificazione di stabili o quartieri o di realizzazione di impianti invisi) ho indubbiamente portato nelle mediazioni ambientali principi e metodologie proprie di quella che viene chiamata, in tali ambiti, ‘facilitazione’. I compiti di un bravo facilitatore sono parecchi: saper gestire gli incontri con un numero rilevante di persone ‘in lite’, preoccuparsi che agli incontri ci siano tutte le voci che devono essere ascoltate, fare il giro completo del tavolo per sentirle quelle voci e dare risposte a tutte le domande, facilitare il confronto in presenza e la comunicazione anche tra un incontro e l’altro, mantenere l’attenzione sulla simmetria informativa, sulla concretezza e sulla verifica dello stato dei luoghi in compresenza, coinvolgere i tecnici a vario titolo incaricati quali consulenti della procedura, riuscire a fare convergenza nonostante le tante voci e le molte questioni… Insomma è un gran bel lavoro, che dà frutti preziosi, e quindi grande soddisfazione, anche per l’importanza degli interessi in gioco e dei valori sottesi da perseguire. Peraltro è possibile attrezzarsi e acquisire competenze e tecniche in materia di facilitazione. A Milano c’è un Master Facilitatori –che coordino con Gerardo de Luzenberger- in partenza ora con la nuova edizione a gennaio prossimo; più in breve, proprio in CAM, sono programmate per i primi di dicembre due giornate di formazione su questi temi.

Molte di queste situazioni conflittuali coinvolgono enti pubblici. Quali sono le specifiche necessità di queste parti?
E’ un tema che meriterebbe ben altro spazio. Lo stereotipo più comune è che il pubblico amministratore faccia poco e crei problemi inesistenti. Nella mia esperienza ho incontrato pubblici amministratori fattivi e desiderosi di risolvere le questioni portate in mediazione ma costretti, da una parte, dai lacci e lacciuoli di una burocrazia e legislazione davvero faticosa; dall’altra, dal peso dell’assunzione di responsabilità derivante dal siglare una transazione che regga al controllo dell’ente e della cittadinanza che rappresentano e al vaglio della giustizia contabile. Uno degli aspetti positivi delle procedure di mediazione ambientale è proprio che tutte le parti che vi partecipano hanno così modo di comprendere e verificare dove siano i problemi e le esigenze degli “altri”, superare gli stereotipi e quindi confrontarsi efficacemente e collaborare per trovare soluzioni legittime e di mutuo gradimento.

L’obiettivo di una mediazione ambientale è sempre l’accordo?
No, come peraltro in tutte le mediazioni, anche in quelle ambientali si persegue l’ipotesi di accordo e intanto succedono tante altre cose, che vanno dall’essere ascoltati e informati con conseguente diminuzione/venir meno dell’avversarialità, al raggiungimento di soluzioni provvisorie (ma necessarie nel breve periodo anche per limitare i danni mentre prosegue il contenzioso), ad accordi parziali o relativi a vicende connesse e parallele. Ogni caso sta a sé e ho avuto modo di raccontare, in un recente articolo, un caso in cui i due enti pubblici hanno trovato un accordo davvero creativo e assolutamente inimmaginabile all’inizio della mediazione, che ha permesso non solo di chiudere il contenzioso in atto tra i due enti, ma anche di ottenere migliori vantaggi, per la collettività, a livello ambientale rispetto alla mera restituzione di denaro oggetto della controversia. In altri casi, il tavolo parte con la premessa condivisa che l’obiettivo del tavolo è altro rispetto a un accordo conciliativo tombale. Proprio nei giorni scorsi Regione Lombardia, Comune di Milano, Comune di Bresso, MM Spa e Parco Nord hanno siglato un documento che dà conto di quanto discusso, approfondito e concordato nella mediazione ambientale sulla realizzazione di una vasca di laminazione per le esondazioni del fiume Seveso. Ne posso parlare perché le parti hanno ritenuto opportuno rendere pubblico questo documento –reperibile sui siti istituzionali degli enti citati, con i relativi allegati- a beneficio di tutti gli stakeholder. In questa mediazione, al primo incontro è stato condivisa dalle parti la circostanza che il progetto della vasca Milano Parco Nord era ormai pressoché esecutivo, quindi non più modificabile o procrastinabile, e che l’obiettivo del tavolo sarebbe quindi stato quello di fare chiarezza sul progetto, di rispondere alle numerose domande e rilievi dei cittadini e del Comune di Bresso e di valutare insieme quanto potesse essere concesso e concordato, in particolare con riferimento agli indennizzi e compensazioni. Nell’incipit di tale documento, gli enti partecipanti hanno dichiarato l’apprezzamento per il dialogo tenutosi in seno alla mediazione ambientale e l’auspicio che “si favorisca l’utilizzo di strumenti operativi quali la mediazione ambientale, la progettazione partecipata e il dibattito pubblico al fine di creare sempre più contesti di confronto tra cittadini ed enti pubblici e di intervenire tempestivamente per prevenire e risolvere i conflitti ambientali”.

E’ pensabile agire nel contesto ambientale in un’ottica preventiva?
E’ auspicabile direi. Va da sé che sia preferibile agire con gli strumenti di ADR e metodologie partecipative –mediazione ambientale, dibattito pubblico, progettazione partecipata, appunto- quando gli interventi ambientali possono essere co-progettati o sono ancora modificabili e si può quindi tener conto dei rilievi e delle esigenze degli stakeholder, quando il conflitto non è incancrenito ed esacerbato anche per le ingenti risorse spese in annose vicende giudiziarie. Ci sono delle difficoltà e criticità che vanno conosciute ed affrontate, non vi è dubbio, ma ormai da anni anche in Italia si stanno realizzando varie esperienze di successo utilizzando tali strumenti nel settore ambientale e il vento soffia proprio in tale direzione. Io sono ottimista.

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Cittadinanza sociale e territorio

09/09/2019
di Marianella Sclavi
Un’iniziativa di democrazia partecipata nel quartiere Libertà di Benevento.

La situazione attuale del rione Libertà di Benevento è per molti versi sintomatica della crisi della convivenza e della politica nel nostro Paese. Il quartiere Libertà è il più popoloso della città ed è un quartiere popolare ricco di associazioni che operano in molti ambiti tenendo vivo (nello sport, nella cura dei disabili, nel doposcuola, nella mobilitazione dei senza casa, nella promozione di occasioni di socialità e di lotta contro il degrado, ecc.) il rapporto fra dimensione comunitaria e qualità della vita. E tuttavia la sensazione è di muoversi nelle sabbie mobili, di provare a porre riparo “privatamente” a un deficit di cittadinanza sempre più grave. Si vorrebbe promuovere la capacità della intera comunità di avere voce in capitolo sul proprio futuro, e invece ci si sente ridotti a delle piccole oasi di civismo e di solidarietà dentro un sempre più invasivo processo di desertificazione. Per compiere il salto dal coltivare le oasi a trasformare il deserto in un giardino accogliente, non è sufficiente che le diverse associazioni della società civile si mettano in rete, che stabiliscano fra loro dei collegamenti più sistematici; è necessario che ognuna di loro e tutte assieme, affrontino, accanto ai temi in cui sono già impegnate, anche il problema più generale del ruolo degli abitanti, dei cittadini, nel governo del territorio.

Nei laboratori di progettazione partecipata rivolti ai dirigenti di queste associazioni abbiamo deciso che per iniziare col piede giusto, bisognava chiedere agli abitanti stessi quali sono secondo loro i punti di forza e le criticità del quartiere. Riporto qui (in attesa di rendere interamente pubblica la loro narrazione polifonica) un paio di testimonianze.

“Questo rione essendo nato al di là del fiume e con scarsi collegamenti con la città, è stato sempre vissuto dai suoi abitanti come un corpo staccato dalla città di Benevento, come un villaggio a sé stante. La gente diceva “vado a Benevento” per dire vado in centro. Ancora oggi non di rado si dice così.”

“Io ci abito dagli anni ’60. Come sta cambiando: fino agli anni ’80 era un quartiere abbandonato, ma con un forte senso di comunità, di appartenenza. Poi si è gradualmente perso il senso di comunità, lo spirito di quartiere. Adesso a sentirsi abbandonate sono le persone e le famiglie che ci vivono.”

“Il quartiere ha bisogno di una scossa. Tutti gli investimenti fatti negli anni scorsi, la Spina Verde e il resto non hanno migliorato la vita della gente. I problemi sono sempre gli stessi: primo il lavoro, i redditi bassi sono peggiorati; secondo, i giovani sono lasciati senza prospettive e per reagire alla noia c’è chi cerca “l’avventura” nel vandalismo, chi si butta a scassare l’auditorium, a scassare gli spazi pubblici, senza un perché. Lo spaccio e criminalità trovano terreno fertile.”

“Anche la recente inaugurazione dei nuovi ponti sul fiume Sabato, quello di Torre della Catena e quello ciclopedonale, che migliorano i collegamento fra il rione e il centro città, non aiutano a ricostruire quei momenti di comunità, di stare assieme.”

Il crescente impoverimento e percezione dell’aumento delle diseguaglianze economiche, sociali, culturali, vengono ulteriormente acuiti, nel rione Libertà, dalla devastazione di due importanti strutture, la “Mediateca” e la “Casa della Musica”, che invece di esser attive e a disposizione della comunità e dell’intera città, sono state lasciate alla mercé degli atti vandalici. Avere sotto gli occhi ogni giorno lo spreco di investimenti di più di 40 milioni di euro ricevuti dai Fondi Europei per la rigenerazione urbana, provoca indignazione e sconforto, ma anche la convinzione che il co-protagonismo degli abitanti nella cura del territorio e nelle decisioni di sviluppo e riqualificazione dello stesso, non sono più rimandabili. L’idea che sta alla base della esperienza di democrazia partecipativa che ha preso il via per iniziativa delle associazioni e comitati di cittadinanza attiva del rione Libertà è che i problemi dell’aumento dei posti di lavoro, dei redditi bassi e del futuro dei giovani possono e debbono essere affrontati in connessione con quelli del restauro e della gestione della Mediateca e della Casa della Musica. Il quartiere deve poter aver voce in capitolo sia su cosa significa far funzionare queste strutture al pieno delle loro potenzialità, sia sulle ricadute in termini d’iniziativa economica e culturale che questo renderebbe possibile nel tessuto sociale del territorio circostante.

Questo implica una svolta nella concezione della rappresentanza politica e della democrazia, che nel Laboratorio abbiamo chiamato: “un salto dal XIX al XXI secolo”. È infatti anche troppo chiaro che le procedure della rappresentanza e decisione politica elaborate nella prima metà dell’800 (in corrispondenza alla invenzione del telegrafo) e ancor oggi in vigore, non sono più adatte alla complessità di una società globalizzata e dominata dalla comunicazione digitale.

Il tipo di cambiamento da attuare lo possiamo ricavare (se sappiamo ascoltare) proprio dalle seguenti testimonianze di due giovani del quartiere:

“Fino a 14 anni anche io me ne stavo seduto sui muretti, diffidente e ostile verso tutti e sfottevo chi cercava di migliorare il quartiere, chi lavorava per dare un’alternativa al rione. Da un lato avevo solo la voglia di sfogare la rabbia, dall’altro ero consapevole che correvo il rischio di fare una brutta fine. Vedevo il vuoto davanti a me. Io so per esperienza che è molto difficile cambiare, uscire da questo atteggiamento di vendetta. Se “passi dall’altra parte”, se ti metti a costruire invece che distruggere, sei visto dai tuoi vecchi compagni come un traditore, come uno che si fa addomesticare dagli speculatori, dai nemici.”

“Quello che mi ha aiutato a trovare il coraggio di cambiare è stato che i membri di questa associazione di cui adesso faccio parte, che si chiama CARL, Cittadinanza Attiva Rione Libertà, mi hanno chiesto di dar loro una mano. Hanno detto che avevano bisogno del mio aiuto. Se avessero offerto di aiutarmi avrei rifiutato, ma mi hanno chiesto di aiutare gli altri ed io avevo bisogno di fare delle cose che resistono nel tempo, invece di distruggere.

Questa frase di questo ragazzo ventenne del quartiere Libertà andrebbe assunta come slogan della riforma dei servizi sociali e di una concezione partecipata, deliberativa, della vita democratica. Tutti noi abbiamo bisogno per dare un senso alla nostra vita “di fare cose che resistono nel tempo“, e di una rappresentanza politica abbastanza saggia da sapere che “ha bisogno del nostro aiuto” sia per fare delle diagnosi meno superficiali, sia per co-progettare interventi e soluzioni efficaci. Oggigiorno questo approccio partecipativo, a differenza dalla epoche passate, è diventato necessario anche per problemi complessi che riguardano ampie fasce di popolazione e territori vasti ( fino all’intero pianeta). La buona notizia è che non solo è necessario, ma anche possibile. Infatti oggi grazie alla comunicazione digitale tutti hanno almeno virtualmente a disposizione le informazioni sulle buone pratiche in atto altrove e grazie agli studi sulle dinamiche di gruppo sappiamo come organizzare degli incontri che evitano la polarizzazione delle posizioni e lasciano emergere la intelligenza collettiva.

L’epoca dei “regolamenti che non lo permettono”, dei servizi sociali incapaci di tener conto delle esigenze locali e delle contingenze personali, dei politici chiusi nei bunker delle “stanze dei bottoni”, della certezza del diritto garantita da regolamenti avulsi dalla realtà e non da una effettiva trasparenza di tutti i passaggi decisionali è finita. Si apre quella dei giovani accompagnati ad esplorare la molteplicità delle opzioni che il mondo attuale offre loro e di una società che non ha paura di uscire dalle attuali paralisi per progettare un futuro più equo, saggio e desiderabile per tutti. Finora il Consiglio Comunale e la Giunta della città di Benevento, che dovrebbero essere alla testa di un cambiamento di questa portata, non si sono fatti vivi. Noi l’invito ufficiale l’abbiamo inviato. Sappiamo che è faticoso passare da una concezione della partecipazione basata sugli schieramenti, sul “noi contro loro”, a una concezione in cui la diversità – anche quella antagonista – diventa risorsa. È una faticosa conversione antropologica, quella in atto. Ma migliora da subito la qualità della vita e vale la pena provarci. E perché no – al Sud – a partire proprio da Benevento?

Giocare sul serio

18/07/2019
di Agnese Bertello
Riflessioni a margine del Serious Game condotto durante il Débat Public sul Piano Nazionale per la Gestione delle Materie e...

Quando si avvia un percorso di progettazione partecipata in merito alla realizzazione di un qualche progetto infrastrutturale, la prima cosa che dicono i cittadini che partecipano è: “bisognava cominciare prima”. Quale che sia il momento in cui si avvia la fase di dialogo con il territorio, e per quanto questo sia aperto, c’è sempre un punto a monte, nell’asse temporale, in cui sarebbe stato meglio avviare il processo.

Questo “prima” è una dichiarazione di intenti: esprime una volontà, un bisogno di discutere di strategie, di scenari, di ricadute e implicazioni, prima di passare a ragionare con cognizione di causa degli aspetti relativi al singolo progetto. Il Dibattito Pubblico sul Piano Nazionale per la Gestione delle materie e dei rifiuti radioattivi è un dibattito che comincia “prima”, che vuole accogliere questa sfida.

C’è un rischio. Quando parliamo di strategie, di temi che evocano aspetti etici, esistenziali, siamo portati affrontare i temi a partire da quelle che riteniamo essere le nostre “posizioni”, le idee in cui ci riconosciamo, e soprattutto attraverso le quali vogliamo che gli altri ci riconoscano; posizioni che hanno un forte valore identitario e a cui difficilmente siamo disposti a rinunciare. Se si rimane su un piano esclusivamente teorico e ideale, quello che più spesso accade è che ciascuno resti dalla sua parte della barricata: così, però, il dialogo non è possibile e lo scambio non avviene. Come fare allora?

 

L’antropologo Gregory Bateson definiva soporifera quella modalità di pensiero che ci porta a rispondere in maniera tautologica a una domanda. “L’oppio fa dormire perché possiede una virtù dormitiva”, recitano i protagonisti di una pièce di Molière ripresa da Bateson nel suo “Verso un’ecologia della mente”. Nell’affrontare un tema generale, il rischio di lasciarsi cullare nel pensiero soporifero esiste; se non creiamo condizioni in cui è possibile uscire dai nostri schematismi, e restiamo, invece, intrappolati nei nostri modi di pensare e attaccati alle nostre posizioni, alle nostre “idées reçues”, l’elaborazione sarà soporifera: ne usciremo senza aver acquisito nuovi elementi di conoscenza e di elaborazione progettuale.
L’unico modo per evitare di finire in questa trappola, ci dice Bateson, è calarsi nella concretezza delle situazioni specifiche, partire da casi concreti e provare a immaginare come, in quella specifica situazione, sarebbe possibile intervenire. “Che cosa succede se?” è la domanda che attiva un pensiero non soporifero. Se poi nell’indagine sono coinvolti attori diversi, allora, è l’intelligenza collettiva che si mette in moto.

Proprio per scongiurare di cadere in questa trappola, la Commissione particolare che organizza il Débat Public sul Piano Nazionale per la Gestione delle Materie e dei rifiuti radioattivi, ha scelto di sperimentare modalità del tutto nuove di dialogo e confronto e ha proposto a laureati, laureandi in discipline legate a questi temi, sia scientifiche che umanistiche, di partecipare a un gioco di simulazione, chiamato Serious Game, messo a punto da un team internazionale attraverso un progetto europeo.

In maniera ardita, il Seriuos game colloca la riflessione su un tema da tutti percepito come iper-tecnico su un terreno concreto dove, a patire da una mappa iniziale definita, legata a uno scenario tecnologico e temporale specifico, a seconda delle carte prescelte, possono venire a crearsi una molteplicità di scenari alternativi, tutti realistici, rispetto ai quali i partecipanti sono invitati a condividere le loro valutazioni e considerazioni, le loro domande e i loro dubbi.

Il Serious game ha il pregio dei giochi di simulazione, ma, a differenza di questi, non obbliga i partecipanti ad assumere un ruolo in maniera definitiva, al contrario spinge a mettere in discussione il proprio punto di vista che è messo sotto pressione da una parte dai punti di vista “altri” espressi dai partecipanti al gioco, dall’altra dall’intrecciarsi di situazioni e casi concreti, definiti dalle carte e imprevedibili. La posizione o la visione più o meno approfondita, anche a seconda della dimestichezza con la tematica, con cui ciascuno dei partecipanti è entrato nel gioco è stata via via messa alla prova della realtà.

L’aver scelto come protagonisti di questo laboratorio studenti provenienti da percorsi di studi diversi – umanistico e scientifico – e originari di diverse regioni francesi è stato essenziale per la qualità dell’esperienza, perché ha fornito gli indispensabili elementi di complessità e di realtà e ha rivelato a tutti come anche un tema apparentemente iper-tecnico, come questo, sia in realtà sempre anche, se non soprattutto, sociale.

Nel corso della simulazione, che ho seguito per intero da osservatrice, i partecipanti hanno dimostrato una bella disponibilità a mettersi in gioco e una grande flessibilità mentale. L’entusiasmo che loro stessi hanno raccontato, anche nel momento finale di restituzione, è direttamente proporzionale al protagonismo che hanno potuto sperimentare. Ascoltarsi, interrogarsi insieme sulle questioni, vedere sotto diverse prospettive scenari di volta in volta nuovi, esplorare diverse ipotesi evitando di andare alla ricerca immediata della soluzione giusta: tutto questo è il contrario di un pensiero soporifero, è un reale processo di elaborazione di competenze e conoscenze.

L’atelier ha consentito di sensibilizzare e allenare alla complessità un target importante (futuri professionisti del settore), ha coinvolto, forse conquistato, i partecipanti che potranno essere megafono dell’iniziativa e continuare a dare il loro contributo. Obiettivi centrali. Oggi il compito più difficile è quello che aspetta la Commissione Particolare del DP. In che modo, infatti, si potrà valorizzare all’interno del Bilancio del DP un’esperienza così ricca e positiva e un’elaborazione così sfaccettata? Come tradurla in un contributo concreto all’elaborazione di una riflessione sulla gestione dei rifiuti radioattivi in Francia?

Il laboratorio si è concluso con un questionario individuale di valutazione dell’esperienza, poi condiviso nei tavoli di lavoro, in cui ai partecipanti è stato chiesto di indicare quali erano, a loro avviso, i punti di attenzione più importanti relativamente a questo tema, cosa sentivano di avere imparato e cosa li aveva maggiormente sorpresi. Nei gruppi, senza la presenza del facilitatore, i partecipanti hanno inoltre risposto a due domande precise: Qual è il processo ideale di costruzione di una decisione sulle materie e i rifiuti radioattivi? Quale contributo pensi che possa apportare la tua formazione specifica a questo tema?

Una lettura attenta di questo materiale sicuramente fornirà moltissimi stimoli, nello stesso tempo, personalmente, al fine di tradurre questo grande lavoro in un contributo concreto, credo sarebbe stato importante dotarsi di strumenti e modalità di analisi dei temi emersi scenario per scenario, dell’importanza che veniva loro assegnata e dalle sfaccettature che via via emergevano. In che modo, per esempio, di scenario in scenario cambiava il ruolo che veniva attribuito ai cittadini? E perché cambiava? Reagendo a quali sollecitazioni?

Un’ultima riflessione riguarda l’Italia. Ho cominciato questa esperienza da osservatrice per un interesse personale verso il tema della costruzione condivisa di conoscenza su temi scientifici complessi, perché credo sia il nodo di molte questioni sul tavolo oggi, e anche con l’intenzione di capire se, come, con quali adeguamenti, quest’esperienza del Dibattito Pubblico sui rifiuti radioattivi possa essere applicata al contesto italiano.

Nel nostro paese, la scelta di rinunciare al nucleare, come fonte di energia, ha trasformato il tema in un tabù: eppure i rifiuti radioattivi ci sono e vanno gestiti in sicurezza. Negli ultimi anni, l’attenzione è stata focalizzata sull’individuazione del sito per il Deposito Unico in cui collocare i rifiuti radioattivi. In questo contesto, credo che sarebbe di vitale importanza, invece, avviare un processo che puntasse a costruire una base conoscitiva condivisa – non solo informazioni, ma conoscenze, competenze condivise – prima di discutere della localizzazione del Deposito Unico. Vista dall’Italia, questa esperienza rappresenta un’occasione eccezionale per riflettere sul tipo di processo che potrebbe essere avviato: aprire un canale di confronto con i giovani, e i futuri professionisti, con una modalità così ricca, come il Serious Game, potrebbe essere molto interessante soprattutto se adottata con continuità.

 

In questa immagine, il gruppo di studenti e giovani professionisti che hanno partecipato al serious game. Tutte le immagini pubblicate a corredo dell’articolo sono tratte dal sito del Dibattito Pubblico PNGMDR e rappresentano alcuni momenti dei diversi incontri tenutisi tra aprile e luglio in tutta la Francia. 

Conflitti ambientali. Affrontarli con la mediazione per essere efficaci

15/03/2019
di Stefania Lattuille
E’ indubbiamente il tema del momento: come tutelare l’ambiente? Come invertire la rotta e salvare il pianeta? Come prevenire i...

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E’ indubbiamente il tema del momento: come tutelare l’ambiente? Come invertire la rotta e salvare il pianeta? Come prevenire i disastri ambientali?Tante le competenze in gioco, tanti i possibili interventi per affrontare lo spinoso problema e promuovere reali cambiamenti nei tanti settori coinvolti.

In materia di conflittualità in ambito ambientale, da anni è allo studio e sperimentazione prima, ora in fase di espansione e consolidamento, l’idea di gestire i conflitti ambientali con lo strumento della mediazione.

Un professionista terzo –neutrale- facilitatore del dialogo e del negoziato tra le varie parti coinvolte dal conflitto in materia ambientale interviene così per creare uno spazio di confronto in cui la questione viene analizzata sentendo tutte le voci ed affrontata con spirito collaborativo, al fine di reperire soluzioni concrete che pongano fine al contenzioso, ovvero lo delimitino o anche solo a fare chiarezza e creare simmetria informativa tra le parti.

Nei mesi scorsi, è uscito su questo tema un e-book che fa il punto a partire da alcune esperienze significative: “Conflitti ambientali: mediazioni, transazioni, accordi”. Gli autori affrontano la materia portando le loro diverse competenze ed esperienze, approfondendo temi specifici connessi: cosa intendiamo per conflitti ambientali? Quali sono gli strumenti tradizionali per affrontarli? Come funziona e perché funziona bene la mediazione in ambito ambientale? Quali le criticità e le questioni aperte?

Stefania Lattuille, in chiusura, racconta nel dettaglio – a ciò autorizzata dalle parti avute in mediazione – il caso reale che ha seguito come mediatrice e che si è concluso con il primo accordo conciliativo tra due enti pubblici in seno alla sperimentazione effettuata con la Camera Arbitrale di Milano.

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