Giocare sul serio

Quando si avvia un percorso di progettazione partecipata in merito alla realizzazione di un qualche progetto infrastrutturale, la prima cosa che dicono i cittadini che partecipano è: “bisognava cominciare prima”. Quale che sia il momento in cui si avvia la fase di dialogo con il territorio, e per quanto questo sia aperto, c’è sempre un punto a monte, nell’asse temporale, in cui sarebbe stato meglio avviare il processo.

Questo “prima” è una dichiarazione di intenti: esprime una volontà, un bisogno di discutere di strategie, di scenari, di ricadute e implicazioni, prima di passare a ragionare con cognizione di causa degli aspetti relativi al singolo progetto. Il Dibattito Pubblico sul Piano Nazionale per la Gestione delle materie e dei rifiuti radioattivi è un dibattito che comincia “prima”, che vuole accogliere questa sfida.

C’è un rischio. Quando parliamo di strategie, di temi che evocano aspetti etici, esistenziali, siamo portati affrontare i temi a partire da quelle che riteniamo essere le nostre “posizioni”, le idee in cui ci riconosciamo, e soprattutto attraverso le quali vogliamo che gli altri ci riconoscano; posizioni che hanno un forte valore identitario e a cui difficilmente siamo disposti a rinunciare. Se si rimane su un piano esclusivamente teorico e ideale, quello che più spesso accade è che ciascuno resti dalla sua parte della barricata: così, però, il dialogo non è possibile e lo scambio non avviene. Come fare allora?

 

L’antropologo Gregory Bateson definiva soporifera quella modalità di pensiero che ci porta a rispondere in maniera tautologica a una domanda. “L’oppio fa dormire perché possiede una virtù dormitiva”, recitano i protagonisti di una pièce di Molière ripresa da Bateson nel suo “Verso un’ecologia della mente”. Nell’affrontare un tema generale, il rischio di lasciarsi cullare nel pensiero soporifero esiste; se non creiamo condizioni in cui è possibile uscire dai nostri schematismi, e restiamo, invece, intrappolati nei nostri modi di pensare e attaccati alle nostre posizioni, alle nostre “idées reçues”, l’elaborazione sarà soporifera: ne usciremo senza aver acquisito nuovi elementi di conoscenza e di elaborazione progettuale.
L’unico modo per evitare di finire in questa trappola, ci dice Bateson, è calarsi nella concretezza delle situazioni specifiche, partire da casi concreti e provare a immaginare come, in quella specifica situazione, sarebbe possibile intervenire. “Che cosa succede se?” è la domanda che attiva un pensiero non soporifero. Se poi nell’indagine sono coinvolti attori diversi, allora, è l’intelligenza collettiva che si mette in moto.

Proprio per scongiurare di cadere in questa trappola, la Commissione particolare che organizza il Débat Public sul Piano Nazionale per la Gestione delle Materie e dei rifiuti radioattivi, ha scelto di sperimentare modalità del tutto nuove di dialogo e confronto e ha proposto a laureati, laureandi in discipline legate a questi temi, sia scientifiche che umanistiche, di partecipare a un gioco di simulazione, chiamato Serious Game, messo a punto da un team internazionale attraverso un progetto europeo.

In maniera ardita, il Seriuos game colloca la riflessione su un tema da tutti percepito come iper-tecnico su un terreno concreto dove, a patire da una mappa iniziale definita, legata a uno scenario tecnologico e temporale specifico, a seconda delle carte prescelte, possono venire a crearsi una molteplicità di scenari alternativi, tutti realistici, rispetto ai quali i partecipanti sono invitati a condividere le loro valutazioni e considerazioni, le loro domande e i loro dubbi.

Il Serious game ha il pregio dei giochi di simulazione, ma, a differenza di questi, non obbliga i partecipanti ad assumere un ruolo in maniera definitiva, al contrario spinge a mettere in discussione il proprio punto di vista che è messo sotto pressione da una parte dai punti di vista “altri” espressi dai partecipanti al gioco, dall’altra dall’intrecciarsi di situazioni e casi concreti, definiti dalle carte e imprevedibili. La posizione o la visione più o meno approfondita, anche a seconda della dimestichezza con la tematica, con cui ciascuno dei partecipanti è entrato nel gioco è stata via via messa alla prova della realtà.

L’aver scelto come protagonisti di questo laboratorio studenti provenienti da percorsi di studi diversi – umanistico e scientifico – e originari di diverse regioni francesi è stato essenziale per la qualità dell’esperienza, perché ha fornito gli indispensabili elementi di complessità e di realtà e ha rivelato a tutti come anche un tema apparentemente iper-tecnico, come questo, sia in realtà sempre anche, se non soprattutto, sociale.

Nel corso della simulazione, che ho seguito per intero da osservatrice, i partecipanti hanno dimostrato una bella disponibilità a mettersi in gioco e una grande flessibilità mentale. L’entusiasmo che loro stessi hanno raccontato, anche nel momento finale di restituzione, è direttamente proporzionale al protagonismo che hanno potuto sperimentare. Ascoltarsi, interrogarsi insieme sulle questioni, vedere sotto diverse prospettive scenari di volta in volta nuovi, esplorare diverse ipotesi evitando di andare alla ricerca immediata della soluzione giusta: tutto questo è il contrario di un pensiero soporifero, è un reale processo di elaborazione di competenze e conoscenze.

L’atelier ha consentito di sensibilizzare e allenare alla complessità un target importante (futuri professionisti del settore), ha coinvolto, forse conquistato, i partecipanti che potranno essere megafono dell’iniziativa e continuare a dare il loro contributo. Obiettivi centrali. Oggi il compito più difficile è quello che aspetta la Commissione Particolare del DP. In che modo, infatti, si potrà valorizzare all’interno del Bilancio del DP un’esperienza così ricca e positiva e un’elaborazione così sfaccettata? Come tradurla in un contributo concreto all’elaborazione di una riflessione sulla gestione dei rifiuti radioattivi in Francia?

Il laboratorio si è concluso con un questionario individuale di valutazione dell’esperienza, poi condiviso nei tavoli di lavoro, in cui ai partecipanti è stato chiesto di indicare quali erano, a loro avviso, i punti di attenzione più importanti relativamente a questo tema, cosa sentivano di avere imparato e cosa li aveva maggiormente sorpresi. Nei gruppi, senza la presenza del facilitatore, i partecipanti hanno inoltre risposto a due domande precise: Qual è il processo ideale di costruzione di una decisione sulle materie e i rifiuti radioattivi? Quale contributo pensi che possa apportare la tua formazione specifica a questo tema?

Una lettura attenta di questo materiale sicuramente fornirà moltissimi stimoli, nello stesso tempo, personalmente, al fine di tradurre questo grande lavoro in un contributo concreto, credo sarebbe stato importante dotarsi di strumenti e modalità di analisi dei temi emersi scenario per scenario, dell’importanza che veniva loro assegnata e dalle sfaccettature che via via emergevano. In che modo, per esempio, di scenario in scenario cambiava il ruolo che veniva attribuito ai cittadini? E perché cambiava? Reagendo a quali sollecitazioni?

Un’ultima riflessione riguarda l’Italia. Ho cominciato questa esperienza da osservatrice per un interesse personale verso il tema della costruzione condivisa di conoscenza su temi scientifici complessi, perché credo sia il nodo di molte questioni sul tavolo oggi, e anche con l’intenzione di capire se, come, con quali adeguamenti, quest’esperienza del Dibattito Pubblico sui rifiuti radioattivi possa essere applicata al contesto italiano.

Nel nostro paese, la scelta di rinunciare al nucleare, come fonte di energia, ha trasformato il tema in un tabù: eppure i rifiuti radioattivi ci sono e vanno gestiti in sicurezza. Negli ultimi anni, l’attenzione è stata focalizzata sull’individuazione del sito per il Deposito Unico in cui collocare i rifiuti radioattivi. In questo contesto, credo che sarebbe di vitale importanza, invece, avviare un processo che puntasse a costruire una base conoscitiva condivisa – non solo informazioni, ma conoscenze, competenze condivise – prima di discutere della localizzazione del Deposito Unico. Vista dall’Italia, questa esperienza rappresenta un’occasione eccezionale per riflettere sul tipo di processo che potrebbe essere avviato: aprire un canale di confronto con i giovani, e i futuri professionisti, con una modalità così ricca, come il Serious Game, potrebbe essere molto interessante soprattutto se adottata con continuità.

 

In questa immagine, il gruppo di studenti e giovani professionisti che hanno partecipato al serious game. Tutte le immagini pubblicate a corredo dell’articolo sono tratte dal sito del Dibattito Pubblico PNGMDR e rappresentano alcuni momenti dei diversi incontri tenutisi tra aprile e luglio in tutta la Francia. 

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