Dibattito Pubblico

A cosa servono i cittadini di fronte alla crisi COVID 19?

18/05/2020
di Ilaria Casillo
Nella gestione dell'emergenza COVID, i governi si sono affidati esclusivamente al sapere scientifico, senza coinvolgere né i cittadini, né gli...
Nella gestione dell'emergenza COVID, i governi si sono affidati esclusivamente al sapere scientifico, senza coinvolgere né i cittadini, né gli operatori della sanità che avrebbero invece potuto mettere a disposizione competenze fondamentali.

Ilaria Casillo è vice presidente della Commissione Nazionale Dibattito Pubblico
Traduzione dal francese di Marco Galiero

La versione originale, in francese, di questo articolo è stata pubblicata dal quotidiano on line AOC – Analyse Opinion Critique il 30 aprile 2020 ed è disponibile qui

 

Da qualche mese, il mondo intero è confrontato alla crisi sanitaria legata al Covid-19. Pur trattandosi di una crisi banale, nel senso epidemiologico del termine, questa crisi, le sue presunte cause, la sua gestione e le sue conseguenze hanno messo in discussione in vari paesi i modelli di sviluppo, di mobilità, la pianificazione del territorio e d’urbanizzazione associati alla globalizzazione e al capitalismo.

Vari slogan circolati recentemente nella sfera pubblica e mediatica riassumono questa tendenza : “Non si tornerà alla normalità perché il problema è la normalità”; “Niente sarà più come prima”. Allo stesso modo, si moltiplicano le iniziative e gli appelli a pensare collettivamente e con i cittadini “il giorno” e “il mondo di dopo”. Lo stesso Presidente Macron ha dichiarato, durante il suo discorso ai francesi del 13 aprile scorso : “starà a noi preparare il dopo. Dovremo costruire una strategia nella quale ritroveremo il lungo termine”.

Questa crisi e la sua gestione hanno anche provocato un’inquietudine rispetto a dei provvedimenti presi per far fronte all’epidemia e che hanno come effetto la restrizione delle libertà personali e dei diritti individuali dei cittadini, e più in generale l’imposizione delle risposte e delle misure adottate.

Da questo punto di vista, il Covid-19 conferma la sua triste banalità nella misura in cui rivela la tendenza propria dei decisori quando si tratta di affrontare una situazione d’emergenza: reagire presto, consultare esclusivamente gli esperti per elaborare una risposta che in linea di principio si vuole a breve termine, rivolgersi poi ai cittadini con soluzioni già pronte, elaborate a porte chiuse con gli esperti. Se questa tendenza, questa etica della responsabilità propria della politica, è comprensibile, è comunque possibile metterla discussione.

Se il Primo ministro Édouard Philippe il 28 aprile ha dichiarato di voler affrontare un tema particolarmente controverso, quello del ricorso all’applicazione Stop-Covid, tramite “un dibattito e un voto specifico”, tale dibattito è stato al tempo stesso ritenuto “prematuro” e destinato, per il momento, al Parlamento.

Eppure, gli appelli della settimana precedente a un coinvolgimento dei cittadini nell’elaborazione delle prime misure relative alla fuoriuscita dalla crisi – in particolare del Piano di rilancio – sono chiari. Tali appelli sono stati espressi tanto dalla società civile (i cittadini tirati a sorte che partecipano alla  Convention citoyenne pour le Climat) quanto da deputati, associazioni e sindacati (firmatari dell’appello NousLesPremiers).

Di fronte a queste numerose richieste di partecipazione e agli ultimi annunci del governo, ci si può porre la seguente domanda: nelle nostre società decisamente marcate da una svolta collaborativa, in sistemi politici che sempre più spesso di rivolgono ai cittadini per chiedere la loro opinione al di là delle scadenze elettorali, di fronte a dispositivi inediti di produzione e diffusione della conoscenza, è veramente possibile relegare i cittadini al semplice ruolo di destinatari e esecutori delle consegne governative?

 

Emmanuel Macron, presidente francese, durante una video conferenza dell’OMS, all’Eliseo. EPA/LUDOVIC MARIN / POOL MAXPPP OUT

Covid-19, fra rottura e continuità
Quando si verifica una catastrofe (terremoto, uragano, pandemia ecc.), essa segna innanzitutto una rottura dell’equilibrio fra il tempo reversibile – quello che si può chiamare normalità – e il tempo irreversibile – quello della rottura, in seguito alla distruzione o alla morte, per esempio (De Spuches, 2008). Questo scarto creato dall’evento stesso produce una discontinuità la cui gestione è cruciale. Innanzitutto, si tratta per il potere di organizzare la risposta logistica alla catastrofe-rottura, e in seguito di organizzarne l’accettazione collettiva.

Le analisi delle esperienze di gestione dei terremoti e della successiva ricostruzione in Italia negli ultimi decenni (il Belice nel 1968; l’Irpinia nel 1980; l’Abruzzo nel 2009) mostrano il limite degli approcci che consistono nell’identificare in maniera standardizzata e tecnocratica i bisogni e gli obiettivi della ricostruzione post-sismica, scartando qualsiasi riflessione, analisi e decisione della società direttamente interessata (Badami, 2008). Alcuni studi sottolineano persino la correlazione, addirittura la causalità, che esiste fra la gestione del rischio e della catastrofe e il deficit democratico; identificano, inoltre, l’inclusione degli abitanti nell’elaborazione di politiche pubbliche come chiave del successo per una gestione efficace del rischio e delle catastrofi (Calandra, 2012).

In realtà, troppo sistematicamente, nelle ricostruzioni che hanno fatto seguito ai terremoti, la logica del tetto (soluzione logistica di un problema d’alloggio) ha potuto prevalere su quella dell’abitazione (riattivazione dell’atto multidimensionale dell’abitare); la logica degli agglomerati urbani ha avuto la meglio su quella della produzione sociale della città; la logica del gesto e del determinismo architetturale ha relegato in secondo piano l’ascolto degli abitanti, delle loro pratiche di società, di mobilità e di socializzazione delle comunità direttamente coinvolte.

A ben guardare, questo approccio, pur mirando alla protezione dei cittadini, si rivela sistematicamente poco efficace in quanto basato su due rilevanti semplificazioni. La prima consiste nel fatto di trattare materialmente i cittadini come semplici recettori di politiche, di consegne o di misure da rispettare. La seconda consiste nel considerare che tutti i recettori si equivalgano, cioè che la particolarità delle società, il loro grado di coinvolgimento o di marginalità nelle decisioni pubbliche, il loro livello d’informazione e di conoscenza, il loro diritto d’essere informati e di partecipare alle scelte che li riguardano non sono pertinenti, e che questi elementi non vanno presi in conto nell’organizzazione delle risposte a una crisi. Queste due semplificazioni spiegano perché, per i decisori, una gestione partecipata della crisi non ha alcun aspetto interessante: considerato in tal modo, il cittadino non ha in effetti nessun valore aggiunto da apportare a una decisione.

Getty Images

 

Eppure, queste semplificazioni mostrano tutti i loro limiti non solamente in termini d’efficacia (la maggior parte delle ricostruzioni post-terremoto che non hanno associato i cittadini alla loro concezione si sono avverate fallimentari), ma anche in termini di qualità e credibilità della risposta fornita (le gestioni di crisi non partecipative producono una diffidenza maggiore rispetto alla politica). Le catastrofi dunque – di qualunque natura esse siano – finiscono per creare un regime d’emergenza durante il quale conta solamente la capacità dei decisori a reagire in fretta sulla base di dati tecnico-scientifici. Quanto alla società, questa non ha che da adattarsi.

Responsiveness o responsibility? Il giorno dopo o il giorno stesso?
Di fronte all’emergenza, questa tendenza della politica a reagire “presto e sola” risponde all’esigenza, più che legittima, d’essere reattiva in tempi rapidi e preservare i cittadini, il territorio e tutto ciò che è danneggiato dal fenomeno catastrofico. Le emergenze, per definizione, non lasciano molto tempo per pensare e ben preparare l’azione. Allo stesso tempo, esse si caratterizzano spesso per il fatto di produrre una sovrapposizione degli ambiti d’azione che dovrebbe mettere in discussione la tendenza dei decisori a escludere i cittadini dalla gestione dell’urgenza. Si tratta della sovrapposizione fra responsiveness, che possiamo qui definire come la capacità di reagire nell’immediato e nella pratica a un problema non previsto (seppur prevedibile); e responsibility, concepita non nel senso weberiano del termine, ma piuttosto come capacità di assumersi la responsabilità di una risposta di fronte all’emergenza che mette in discussione la sua prevedibilità, la sua gestione sul lungo termine, le sue implicazioni etiche e societali, e che pone la questione di ciò che la crisi legata all’emergenza deve portare a cambiare nei principi, nelle strutture e nelle organizzazioni di un sistema politico, sociale ed economico.

L’esempio dei provvedimenti da prendere di fronte al Covid-19, e in particolare dei provvedimenti che riguardano le applicazioni che localizzano i cittadini, o che limitano fortemente le loro libertà, è in tal senso illuminante. Se certi provvedimenti provocano reazioni più vivaci rispetto ad altri, è proprio a causa della sovrapposizione di questi due livelli di responsabilità che essi comportano. Ora, tale sovrapposizione induce in errore i decisori (così come tutti coloro che chiamano i cittadini a riflettere solamente al dopo): l’errore consiste nel pensare che “l’oggi” (e la responsiveness) non possa essere aperto a una discussione coi cittadini, che non meriti uno scambio e una collaborazione ampia con i principali interessati dalle scelte fatte, per il semplice motivo che  queste ultime dipenderebbero da un ambito d’azione ristretto e limitato. Ora, il virus Covid-19, la sua propagazione, i provvedimenti che comporta mostrano ancora una volta come l’articolazione fra il giorno dopo e “il giorno stesso”, fra la responsiveness e la responsibility, è al contrario il cuore stesso della sfida che si pone alla politica in tali circostanze.

Non riflettere sul ruolo dei cittadini nella gestione dell’emergenza equivale a pensare che ci sono temi che si possono – e che si devono, addirittura – sottrarre alla partecipazione. Tutto avviene come se il rischio non fosse una costruzione sociale, come se una società informata e collaborativa non fosse un punto di forza per far fronte a una grande crisi. Eppure, svariati esempi recenti mostrano che l’inclusione dei cittadini, delle comunità, degli stakeholder più esposti è un vero vantaggio per fronteggiare l’epidemia, hic et nunc.

Basti pensare alla città di Seattle e alla maniera in cui essa ha mobilitato e ha lavorato con i suoi “consigli di quartiere” per definire l’insieme dei siti nei quali ospitare le persone in quarantena – il che ha permesso di evitare le reazioni di rifiuto di tali centri provvisori da parte dei residenti che sono state osservate altrove nel Paese. Si può pensare anche alla politica messa in campo dalla città di Prato, basata su una collaborazione stretta fra la comunità cinese, il comune e il resto della popolazione. A Prato risiede e lavora la più grande comunità cinese in Europa rispetto alla popolazione autoctona: 21 000 persone su una popolazione di 195 000 abitanti (quasi l’11% della popolazione), 6 500 imprese cinesi.
Alla fine di febbraio, in seguito al ritorno di più di 1 500 Cinesi dal Capodanno cinese, il comune, senza imporre alcuna restrizione, ha continuato a lavorare, come prima della crisi Covid-19, in maniera molto partecipativa con le associazioni, i rappresentanti dei commercianti e la comunità cinese. Risultato: Prato è la provincia italiana con uno dei più bassi livelli di contagio. Un impegno costante e continuo nell’elaborazione delle risposte logistiche ha permesso di contenere il contagio e, soprattutto, d’evitare l’emergere di episodi di rifiuto o d’aggressività nei confronti della comunità cinese.

Basti pensare, in maniera più generale, a tutte le iniziative di mobilitazione d’attori della salute animale, d’aiuto reciproco tra vicini, di solidarietà, di condivisione di buone idee per famiglie monoparentali, che costituiscono altrettante strategie per gestire collettivamente un periodo e un mondo incerti. Varie questioni relative alla gestione della crisi Covid-19 illustrano come il setting democratico della decisione in regime d’emergenza meriterebbe di essere rivisitato: Quale didattica a distanza mettere in campo? Come bisogna procedere alla riapertura del Paese? A quali condizioni il ricorso alle app di geo-localizzazione può essere legittimo? Quali uscite si possono autorizzare? C’è veramente bisogno di sanzioni? Dove si situa il limes[1] delle eccezioni alle nostre libertà?

Da questo punto di vista, la crisi del Covid-19 può essere l’occasione di una vera discontinuità nella maniera di decidere in regime d’emergenza, tanto più che, così come numerosi esempi suggeriscono, più una decisione è co-costruita, meglio essa s’inscrive nei territori interessati e nei comportamenti di coloro che sono chiamati a metterla in pratica o a rispettarla.

 

 

Sapere, Credere, Decidere
Scienziati ed esperti sono chiamati a rivestire un ruolo di primo piano nella gestione di tutte le emergenze e le catastrofi. In tal senso, la crisi legata al Covid-19 è gestito nel segno della continuità. Non si tratta affatto di mettere in discussione l’importanza dei saperi scientifici e tecnici in circostanze come quelle che viviamo attualmente: la questione non è quella di sostituire o di limitare il ruolo degli esperti o di sostenere che i loro contributi non siano pertinenti nel momento di prendere una decisione. La questione è, ancora una volta, piuttosto d’ordine democratico. Due elementi sono particolarmente interessanti dal punto di vista della relazione fra saperi scientifici e democrazia in regime d’emergenza: il ruolo dei saperi dei cittadini e del diritto all’informazione di questi ultimi; e il peso dei saperi tecnico-scientifici nella legittimazione della decisione e nella sua giustificazione (tanto dal punto di vista tecnico-giuridico quanto dal punto di vista retorico).

Sul primo punto, una vasta letteratura scientifica e numerose esperienze di terreno hanno mostrato la diversità dei saperi presenti in seno alla società e il loro valore aggiunto (Netz, 2013; Sintomer, 2008). È appurato che l’inclusione dei cittadini nella fabbricazione dei dati e dei saperi scientifici produca una società più resiliente e delle scelte politiche maggiormente reversibili.  In questo senso, ci si può chiedere quali sono i saperi presi in considerazione oggi dai comitati scientifici e task force e perché, per esempio “non ci s’immagina nemmeno di nominarvi un’infermiera, un medico di pronto soccorso, un caposervizio di rianimazione […] quella competenza professionale pratica, quella capacità di prendere decisioni operative nell’urgenza” (Bertho, 2020).

Sul secondo punto, il rischio, anch’esso individuato dalla ricerca (Pellizzoni, 2020), è che le tecnoscienze divengano sempre più degli attori politici a pieno titolo poiché esse si approprierebbero delle nostre democrazie favorendo un’iper-legittimità del discorso puramente tecnico-scientifico alla base di qualsiasi decisione pubblica. È quindi importante chiedere ai cittadini come vanno orientate, oggi e in futuro, le questioni di ricerca, e meglio esplicitare il legame fra natura e società alla radice di questa epidemia, per esempio. La società ha diritto di sapere quale scienza consiglia i decisori, considerata l’influenza politica che gli esperti e i ricercatori possono avere in queste emergenze. Quale etica, se non è più quella della convinzione (Hottois, 1996), guida oggi l’expertise e la ricerca?

In certi discorsi recenti d’uomini e donne del mondo politico e scientifico, i cittadini sono presenti solo in quanto responsabili, quando non colpevoli, della propagazione del virus. Al contrario, il loro diritto di avere a disposizione dati chiari, trasparenti, facilmente accessibili non viene riconosciuto, né considerato come una strategia efficace per renderli più coscienti e collaborativi. La sola cosa che viene chiesta ai cittadini sembra essere di fidarsi delle “autorità”, di credere a ciò che viene detto loro, nel nome di una divisione fra “quelli che sanno”, che consigliano “quelli che decidono”, e i semplici cittadini, che non fanno parte né degli uni né degli altri. Ci si potrebbe quindi porre la seguente domanda: si può gestire un’emergenza, sanitaria o non, escludendo la società da qualunque forma di costruzione della decisione?

“Fino a nuovo ordine…”
Come abbiamo visto, in regime d’emergenza, lo spazio di dialogo fra cittadini e decisori si limita alla trasmissione unilaterale di consegne, ordini, comunicazioni ufficiali, il che è, in una certa misura, comprensibile. L’assenza di dibattito pubblico invita a concentrarsi di più sul seguito: “il dopo” diventa così la promessa, fatta da più parti, d’un recuperodemocratico. Attraverso questa breve e incompleta analisi del ruolo dei cittadini in regime d’emergenza, abbiamo messo l’accento sulla questione democratica che si nasconde dietro la necessità di pensare collettivamente l’emergenza stessa, la sua gestione, la sua immediatezza. Abbiamo così avanzato l’ipotesi che una revisione del setting democratico di gestione di crisi sia inevitabile per accettare la rottura che l’emergenza porta con sé, e per meglio far fronte alla dose d’irreversibilità che essa comporta.

Ancor prima di porsi la domanda – giusta, legittima, lodevole – di come pensare insieme il giorno e il mondo di dopo, è possibile fare diversamente di fronte all’emergenza? Includendo oggi i cittadini nell’individuazione di ciò che è necessario e insostituibile (e non soltanto dal punto di vista logistico), sarà più facile domani dar vita a un dibattito pubblico sul modello di società che desideriamo. Tanto più  che rispetto al Covid-19 i cittadini già producono nuove spazialità e socialità, nuove risposte, nuovi gesti e pratiche supplementari al fine di proteggere meglio se stessi, e di proteggere meglio gli altri. Il Covid-19, ancor più di altre situazioni d’emergenza e di crisi, ha rimesso in discussione le nostre abitudini, le nostre pratiche spaziali e sociali, le nostre conquiste democratiche, i nostri stili di consumo. Ha sconvolto l’ordine di priorità delle nostre conoscenze, dei nostri strumenti di lavoro. Avrà il potere di rimettere in discussione il modo di dibattere e decidere?

 

Ilaria Casillo interviene durante l’incontro di lancio del Débat Public “ImPactons” sulle politiche agricole.
Foto – Sacha Lenormand

 

 

NOTE

[1] Limes: termine latino per indicare una frontiera mobile, una linea di demarcazione cangiante.

 

BIBLIOGRAFIA

Badami, A., Schilleci, F., & Picone, M. (2008), Città nell’emergenza. Progettare e costruire tra Gibellina e lo ZEN, Palermo, Palumbo.

Calandra L. (2012) -“Rischio, politica, geografia: il caso del terremoto dell’Aquila”, in A. Di Somma, V. Ferrari (dir.), L’analisi del rischio ambientale. La lettura del geografo, Valmar, Roma, pp. 125-140.

Callon M., Lascoumes P., Barthe Y. (2001), Agir dans un monde incertain. Essai sur la démocratie technique, Paris, Le Seuil.

Casillo I. ,Rousseaux D. (2018( Démocratie participative et quartiers prioritaires : réinvestir l’ambition politique des conseils citoyens, Rapport aux minsitres de la cohesion des territoires, Paris, Cndp.

Casillo I. (2018), “Ce que les conflits environnementaux et d’aménagement donnent à voir de la démocratie contemporaine”, Révue L’ENA Hors les murs, Dossier Le Dialogue, pp. 11-14.

De Spuches G., Picone M. (2008), « Ghibellina/Ghibellina nuova : quarant’anni di rappresentazioni e narrazioni », in Badami, A., Schilleci, F., & Picone, M. (2008), Città nell’emergenza. Progettare e costruire tra Gibellina e lo ZEN, Palermo, Palumbo, 149-164.

Hottois, G. (1996). « Éthique de la responsabilité et éthique de la conviction ». Laval théologique et philosophique, 52 (2), 489–498. https://doi.org/10.7202/401006ar
https://www.academia.edu/7777312/Rischio_politica_geografia_il_caso_del_terremoto_dell_Aquila

Nez H. (2013), « Savoir d’usage «, in CASILLO I. et aii. (dir.), Dictionnaire critique et interdisciplinaire de la participation, Paris, GIS Démocratie et Participation, 2013, ISSN : 2268-5863. URL : http://www.dicopart.fr/fr/dico/savoir-dusage.

Pellizzoni L. (2020), « La sfide del Covid alle sienze umane. Alcune piste di riflessione », in Le parole e le cose,http://www.leparoleelecose.it/?p=38050&fbclid=IwAR06wO5AhWFi1PdWyXKLLM4rcTZ2JGBSaEZk4M2eZynfg6j8-jUIsSKYHL4

Sintomer Y. (2008) « Du savoir d’usage au métier de citoyen ?, Raisons politiques, vol. 31, no. 3, 2008, pp. 115-133.

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Perché serve un Dibattito Pubblico sul nuovo stadio di Milano?

18/12/2019
di Agnese Bertello
In questi mesi il futuro dello stadio di San Siro è al centro dell'attenzione; Inter e Milan hanno bisogno di...
In questi mesi il futuro dello stadio di San Siro è al centro dell'attenzione; Inter e Milan hanno bisogno di uno stadio più moderno. Serve nuovo progetto o è meglio riqualificare il Meazza? Coinvolgere i cittadini è fondamentale, ma sondaggi e consigli comunali aperti non sono strumenti adeguati per affrontare la questione in maniera approfondita e trasparente. Serve un Dibattito Pubblico.

Quest’articolo è uscito il 18 dicembre su Arcipelago Milano.

 

Nell’articolo pubblicato su Arcipelago Milano l’11 novembre, Donatella De Con citava una presentazione da me fatta, nel 2017, in Commissione Affari Istituzionali al Comune di Milano, relativamente al Dibattito Pubblico.

In quella presentazione, parlavo della partecipazione del Comune di Milano, in una cordata con molteplici attori, a un bando Life sul tema dei conflitti ambientali che prevedeva di avviare una prima sperimentazione del Dibattito Pubblico in città su un progetto pilota. Il bando non fu vinto, il Dibattito Pubblico ha visto comunque una prima applicazione a Milano sul tema dei Navigli nel 2018, ma la proposta avanzata da Donatella De Con nel suo articolo, quella cioè di sottoporre la realizzazione dello stadio a Dibattito Pubblico resta valida e opportuna.

Del resto, è stato lo stesso Sala, in un articolo apparso su La Repubblica l’8 settembre, a sollecitare Inter e Milan affinché avviassero un percorso di partecipazione vero e proprio in merito alla realizzazione del nuovo stadio. Il sindaco citava le esperienze del PGT e dei Navigli e invitava le due squadre a seguire questi esempi. Insomma, diceva Sala, “fare vedere il progetto ai cittadini” non basta più.

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Nei giorni successivi alla pubblicazione dell’articolo, le due società hanno effettivamente organizzato momenti di confronto con gli abitanti; gli strumenti adottati però non sembrano rispondere in maniera adeguata all’esigenza di trasparenza e approfondimento che una questione complessa, come quella dello stadio, meriterebbe.

Una delle prime attività proposte è stato un sondaggio on line. Su www.nuovostadiomilano.com il parere dei tifosi e dei cittadini viene raccolto attraverso la presentazione di 43 affermazioni a cui si risponde indicando il proprio gradimento (da 1 a 5 stelle). Andiamo da “Il nuovo stadio e l’area circostante dovranno essere moderni e innovativi”, “ecosostenibili” “sicuri per le famiglie”, “facilmente accessibili” a “La costruzione dello stadio rigenererà l’intera area di San Siro”, “Il nuovo stadio porterà benefici alla comunità”.

Ci sono stati poi consigli comunali aperti sia nel Municipio 7 (all’interno del quale si trova lo stadio) sia nel Municipio 8 (che confina con l’area dello stadio). Agli incontri, i cittadini presenti, già organizzati in comitati contro e comitati pro, hanno espresso il loro punto di vista, nettamente diverso da quelle dei tifosi: si è parlato di rigenerazione del quartiere, di viabilità, rumore, del pericolo di una speculazione edilizia e di una conseguente colata di cemento. Durante il consiglio comunale aperto del 18 novembre nel municipio 7, secondo quanto riporta Il Corriere della Sera, il presidente del Milan, Alessandro Antonello, ha concluso sottolineando disponibilità al dialogo delle due società: «Cercheremo di recepire le vostre osservazioni. Non siamo qui a imporre nulla ma a sentire le vostre esigenze, e farle nostre per aiutare ad aggiustare il progetto».

Il 13 dicembre, infine, in Municipio 8 si è tenuto un incontro aperto della Commissione Territorio convocata per “approfondire una soluzione alternativa alla demolizione, ovvero il recupero e la riqualificazione dell’attuale stadio: ciò al fine di consentire un confronto tra le due ipotesi sul tavolo (demolizione e ricostruzione, oppure rigenerazione dello stadio attuale) sotto un profilo tecnico/economico per una valutazione preliminare costi/benefici di ogni singola opzione”. Quella del Municipio 8 è stata un’iniziativa del tutto autonoma con l’obiettivo di coinvolgere e informare i cittadini: i vertici delle due squadre non erano tra i relatori previsti e nessun rappresentante dei club ha partecipato. I medesimi relatori – ing. Mascheroni, ing. Mola e arch. Aceti – che hanno presentato progetti di recupero del Meazza, sono poi stati convocati per un’audizione alla Commissione sport del Comune di Milano, il 16 dicembre.

Le iniziative sono di fatto scollegate tra di loro, non è chiaro quale sia l’obiettivo, e il fatto che non fossero mai presenti insieme tutte gli attori coinvolti – Comune, Municipi, Milan e Inter, cittadini, progettisti, tifosi – depotenzia gli incontri stessi che appaiono occasioni di informazione importanti ma fine a se stesse.

La disponibilità ad ascoltare, che sembra emergere dalle dichiarazioni delle due squadre, e il bisogno di esprimere il proprio punto di vista e le proprie preoccupazioni dei cittadini trovano in questi strumenti una reale opportunità di incontrarsi. Il dialogo non è possibile.

Il sondaggio d’opinione non può che registrare opinioni individuali, più o meno informate, mentre nell’assemblea di stampo tradizionale, i punti di vista si susseguono in un contraddittorio nella maggior parte dei casi volto più alla polemica che alla comprensione dei molteplici aspetti in gioco e dei molteplici interessi. Né nell’uno né nell’altro caso, si creano le condizioni perché i partecipanti possano elaborare un pensiero nuovo, analizzando l’insieme delle questioni, discutendo sui diversi progetti in campo, confrontando punti di vista differenti, in un percorso di apprendimento reciproco.

Adottando questi modelli, la riflessione sul progetto – sugli aspetti positivi e negativi della realizzazione di un nuovo stadio per il quartiere, sul suo impatto globale sulla città – è rimasta confinata territorialmente, derubricata a questione di secondo piano, bloccata su schieramenti opposti del tutto prevedibili, senza poter indagare, collettivamente, scenari alternativi.

Ci sono altri strumenti, molto più efficaci. Organizzare un Dibattito Pubblico significherebbe, invece, esattamente questo: aprirsi a un confronto trasparente, coordinato da un organismo terzo, che è garante della qualità del dialogo, in cui il proponente è chiamato a discutere pubblicamente le ragioni del progetto. Un confronto, che si sviluppa attraverso più incontri, cadenzati nel tempo, con il sussidio di materiali e documenti chiari, che coinvolte tutti gli attori, gli esperti, le istituzioni, che discute del senso del progetto prima ancora che delle sue caratteristiche architettoniche e infrastrutturali, che ascolta e si interroga sulle ragioni di chi vivrà e frequenterà quello spazio, che affronta tutti gli aspetti, riservando particolare attenzione a quelli più critici, che indaga possibilità diverse.

Scegliere un modello molto strutturato, com’è il DP, che fissa a monte, e in maniera chiara, obiettivi, ruoli, modalità, tempi di svolgimento, avrebbe innanzitutto il pregio di portare chiarezza, in una situazione molto confusa.

Adottato nel 1995 in Francia, il Dibattito Pubblico è applicabile a qualunque tipo di impianto e infrastruttura che superi una certa soglia di investimento (300 milioni di euro) e che abbia un impatto significativo sul territorio: dai parchi eolici agli impianti di trattamento rifiuti, dai centri commerciali agli stadi sportivi. Nei vent’anni di sperimentazione è stato applicato in circa 90 casi diversi. Nella maggior parte di questi, alla fine, chi ha proposto il progetto ha scelto di modificarlo, in maniera più o meno importante, accogliendo alcune delle osservazioni e delle riflessioni emerse e motivando le sue decisioni.

In Italia, è stato introdotto con la riforma del Codice degli appalti del 2016 e nell’agosto 2018, dopo l’approvazione dei decreti applicativi, la riforma è stata pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale. Già prima di questo passaggio, nel nostro paese c’erano state sperimentazioni importanti, dovute, sì, alla presenza di leggi regionali sulla partecipazione in Emilia Romagna e in Toscana che già lo prevedevano, ma non solo: vedasi per esempio il caso della Gronda di Genova e lo stesso caso Navigli a Milano. In nessuno di questi casi italiani ci si è occupati in Italia di un’infrastruttura sportiva. In Francia, invece, sì.

In un articolo, uscito su “Una città”, e oggi disponibile anche in questo blog – “Progettare uno stadio a Roma o a Parigi: governance a confronto” – Marianella Sclavi, sociologa, e Ilaria Casillo, vice presidente della Commissione Nazionale Dibattito Pubblico francese, si confrontano in merito al processo decisionale relativo alla realizzazione di due progetti, uno in Italia e uno in Francia, che si sviluppano a partire dallo stesso anno (2014): lo stadio della Roma Calcio (ancora in corso e di cui si legge nelle pagine della cronaca giudiziaria), e lo stadio della Federazione Francese di Rugby, sottoposto a Dibattito Pubblico e risolto senza strascichi né polemici né giudiziari nel corso di un anno.

L’articolo si conclude con un intervento di Ilaria Casillo che riassume il significato profondo di un’esperienza innovativa come quella del Dibattito Pubblico: “Le esperienze a confronto del dibattito pubblico sullo stadio di rugby e sulla mancata partecipazione dei cittadini sullo stadio di Roma invitano a due considerazioni in particolare: prima di tutto che dietro a un’infrastruttura turistica sportiva di trasporti etc. si gioca ben altro che il “semplice progetto”. Ci sono di mezzo le interazioni col territorio, e delle concezioni dello sviluppo economico e sociale e progetti di mobilità. Si tratta di esplicitare le ricadute territoriali del progetto nel medio e lungo periodo, alle quali i cittadini possono non aderire. Un’infrastruttura in questo senso è un “atto politico” di cui i cittadini, e questa è la seconda considerazione, hanno il diritto di discutere. La mancanza di un confronto serio con i cittadini sulle grandi opere rinvia quindi non solo a un vuoto di legittimità della decisione, ma prima di tutto a un vuoto democratico destinato ad allargarsi e a toccare altre sfere della vita pubblica.”

Aggiungo a queste considerazioni un invito rivolto direttamente a Inter e Milan: scegliendo di confrontarsi con il territorio, adottando un modello che si fonda sulla trasparenza e sul dialogo, sarebbero, infatti, proprio le squadre ad averne un diretto giovamento, nella veste di portatrici di uno stile agonistico coraggioso e innovativo.

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Giocare sul serio

18/07/2019
di Agnese Bertello
Riflessioni a margine del Serious Game condotto durante il Débat Public sul Piano Nazionale per la Gestione delle Materie e...
Riflessioni a margine del Serious Game condotto durante il Débat Public sul Piano Nazionale per la Gestione delle Materie e dei Rifiuti Radioattivi in Francia

Quando si avvia un percorso di progettazione partecipata in merito alla realizzazione di un qualche progetto infrastrutturale, la prima cosa che dicono i cittadini che partecipano è: “bisognava cominciare prima”. Quale che sia il momento in cui si avvia la fase di dialogo con il territorio, e per quanto questo sia aperto, c’è sempre un punto a monte, nell’asse temporale, in cui sarebbe stato meglio avviare il processo.

Questo “prima” è una dichiarazione di intenti: esprime una volontà, un bisogno di discutere di strategie, di scenari, di ricadute e implicazioni, prima di passare a ragionare con cognizione di causa degli aspetti relativi al singolo progetto. Il Dibattito Pubblico sul Piano Nazionale per la Gestione delle materie e dei rifiuti radioattivi è un dibattito che comincia “prima”, che vuole accogliere questa sfida.

C’è un rischio. Quando parliamo di strategie, di temi che evocano aspetti etici, esistenziali, siamo portati affrontare i temi a partire da quelle che riteniamo essere le nostre “posizioni”, le idee in cui ci riconosciamo, e soprattutto attraverso le quali vogliamo che gli altri ci riconoscano; posizioni che hanno un forte valore identitario e a cui difficilmente siamo disposti a rinunciare. Se si rimane su un piano esclusivamente teorico e ideale, quello che più spesso accade è che ciascuno resti dalla sua parte della barricata: così, però, il dialogo non è possibile e lo scambio non avviene. Come fare allora?

 

L’antropologo Gregory Bateson definiva soporifera quella modalità di pensiero che ci porta a rispondere in maniera tautologica a una domanda. “L’oppio fa dormire perché possiede una virtù dormitiva”, recitano i protagonisti di una pièce di Molière ripresa da Bateson nel suo “Verso un’ecologia della mente”. Nell’affrontare un tema generale, il rischio di lasciarsi cullare nel pensiero soporifero esiste; se non creiamo condizioni in cui è possibile uscire dai nostri schematismi, e restiamo, invece, intrappolati nei nostri modi di pensare e attaccati alle nostre posizioni, alle nostre “idées reçues”, l’elaborazione sarà soporifera: ne usciremo senza aver acquisito nuovi elementi di conoscenza e di elaborazione progettuale.
L’unico modo per evitare di finire in questa trappola, ci dice Bateson, è calarsi nella concretezza delle situazioni specifiche, partire da casi concreti e provare a immaginare come, in quella specifica situazione, sarebbe possibile intervenire. “Che cosa succede se?” è la domanda che attiva un pensiero non soporifero. Se poi nell’indagine sono coinvolti attori diversi, allora, è l’intelligenza collettiva che si mette in moto.

Proprio per scongiurare di cadere in questa trappola, la Commissione particolare che organizza il Débat Public sul Piano Nazionale per la Gestione delle Materie e dei rifiuti radioattivi, ha scelto di sperimentare modalità del tutto nuove di dialogo e confronto e ha proposto a laureati, laureandi in discipline legate a questi temi, sia scientifiche che umanistiche, di partecipare a un gioco di simulazione, chiamato Serious Game, messo a punto da un team internazionale attraverso un progetto europeo.

In maniera ardita, il Seriuos game colloca la riflessione su un tema da tutti percepito come iper-tecnico su un terreno concreto dove, a patire da una mappa iniziale definita, legata a uno scenario tecnologico e temporale specifico, a seconda delle carte prescelte, possono venire a crearsi una molteplicità di scenari alternativi, tutti realistici, rispetto ai quali i partecipanti sono invitati a condividere le loro valutazioni e considerazioni, le loro domande e i loro dubbi.

Il Serious game ha il pregio dei giochi di simulazione, ma, a differenza di questi, non obbliga i partecipanti ad assumere un ruolo in maniera definitiva, al contrario spinge a mettere in discussione il proprio punto di vista che è messo sotto pressione da una parte dai punti di vista “altri” espressi dai partecipanti al gioco, dall’altra dall’intrecciarsi di situazioni e casi concreti, definiti dalle carte e imprevedibili. La posizione o la visione più o meno approfondita, anche a seconda della dimestichezza con la tematica, con cui ciascuno dei partecipanti è entrato nel gioco è stata via via messa alla prova della realtà.

L’aver scelto come protagonisti di questo laboratorio studenti provenienti da percorsi di studi diversi – umanistico e scientifico – e originari di diverse regioni francesi è stato essenziale per la qualità dell’esperienza, perché ha fornito gli indispensabili elementi di complessità e di realtà e ha rivelato a tutti come anche un tema apparentemente iper-tecnico, come questo, sia in realtà sempre anche, se non soprattutto, sociale.

Nel corso della simulazione, che ho seguito per intero da osservatrice, i partecipanti hanno dimostrato una bella disponibilità a mettersi in gioco e una grande flessibilità mentale. L’entusiasmo che loro stessi hanno raccontato, anche nel momento finale di restituzione, è direttamente proporzionale al protagonismo che hanno potuto sperimentare. Ascoltarsi, interrogarsi insieme sulle questioni, vedere sotto diverse prospettive scenari di volta in volta nuovi, esplorare diverse ipotesi evitando di andare alla ricerca immediata della soluzione giusta: tutto questo è il contrario di un pensiero soporifero, è un reale processo di elaborazione di competenze e conoscenze.

L’atelier ha consentito di sensibilizzare e allenare alla complessità un target importante (futuri professionisti del settore), ha coinvolto, forse conquistato, i partecipanti che potranno essere megafono dell’iniziativa e continuare a dare il loro contributo. Obiettivi centrali. Oggi il compito più difficile è quello che aspetta la Commissione Particolare del DP. In che modo, infatti, si potrà valorizzare all’interno del Bilancio del DP un’esperienza così ricca e positiva e un’elaborazione così sfaccettata? Come tradurla in un contributo concreto all’elaborazione di una riflessione sulla gestione dei rifiuti radioattivi in Francia?

Il laboratorio si è concluso con un questionario individuale di valutazione dell’esperienza, poi condiviso nei tavoli di lavoro, in cui ai partecipanti è stato chiesto di indicare quali erano, a loro avviso, i punti di attenzione più importanti relativamente a questo tema, cosa sentivano di avere imparato e cosa li aveva maggiormente sorpresi. Nei gruppi, senza la presenza del facilitatore, i partecipanti hanno inoltre risposto a due domande precise: Qual è il processo ideale di costruzione di una decisione sulle materie e i rifiuti radioattivi? Quale contributo pensi che possa apportare la tua formazione specifica a questo tema?

Una lettura attenta di questo materiale sicuramente fornirà moltissimi stimoli, nello stesso tempo, personalmente, al fine di tradurre questo grande lavoro in un contributo concreto, credo sarebbe stato importante dotarsi di strumenti e modalità di analisi dei temi emersi scenario per scenario, dell’importanza che veniva loro assegnata e dalle sfaccettature che via via emergevano. In che modo, per esempio, di scenario in scenario cambiava il ruolo che veniva attribuito ai cittadini? E perché cambiava? Reagendo a quali sollecitazioni?

Un’ultima riflessione riguarda l’Italia. Ho cominciato questa esperienza da osservatrice per un interesse personale verso il tema della costruzione condivisa di conoscenza su temi scientifici complessi, perché credo sia il nodo di molte questioni sul tavolo oggi, e anche con l’intenzione di capire se, come, con quali adeguamenti, quest’esperienza del Dibattito Pubblico sui rifiuti radioattivi possa essere applicata al contesto italiano.

Nel nostro paese, la scelta di rinunciare al nucleare, come fonte di energia, ha trasformato il tema in un tabù: eppure i rifiuti radioattivi ci sono e vanno gestiti in sicurezza. Negli ultimi anni, l’attenzione è stata focalizzata sull’individuazione del sito per il Deposito Unico in cui collocare i rifiuti radioattivi. In questo contesto, credo che sarebbe di vitale importanza, invece, avviare un processo che puntasse a costruire una base conoscitiva condivisa – non solo informazioni, ma conoscenze, competenze condivise – prima di discutere della localizzazione del Deposito Unico. Vista dall’Italia, questa esperienza rappresenta un’occasione eccezionale per riflettere sul tipo di processo che potrebbe essere avviato: aprire un canale di confronto con i giovani, e i futuri professionisti, con una modalità così ricca, come il Serious Game, potrebbe essere molto interessante soprattutto se adottata con continuità.

 

In questa immagine, il gruppo di studenti e giovani professionisti che hanno partecipato al serious game. Tutte le immagini pubblicate a corredo dell’articolo sono tratte dal sito del Dibattito Pubblico PNGMDR e rappresentano alcuni momenti dei diversi incontri tenutisi tra aprile e luglio in tutta la Francia. 

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Percorso partecipativo impianti di compostaggio a Roma

03/10/2018
di Agnese Bertello
Ascolto Attivo è stata incaricata dal Comune di Roma e AMA di ideare e coordinare un percorso di progettazione partecipata...
Ascolto Attivo è stata incaricata dal Comune di Roma e AMA di ideare e coordinare un percorso di progettazione partecipata nei Municipi XIII e XV di Roma in merito alla realizzazione di 2 impianti di compostaggio dell’umido. Il percorso si è svolto da ottobre 2018, con la Conferenza stampa che ha ufficializzato l’avvio del percorso,... Read more »

Ascolto Attivo è stata incaricata dal Comune di Roma e AMA di ideare e coordinare un percorso di progettazione partecipata nei Municipi XIII e XV di Roma in merito alla realizzazione di 2 impianti di compostaggio dell’umido.

Il percorso si è svolto da ottobre 2018, con la Conferenza stampa che ha ufficializzato l’avvio del percorso, e si è concluso a marzo 2019 con la consegna delle Linee guida durante la Conferenza dei Servizi predisposta dalla Provincia di Roma. Il documento “Linee Guida”, condiviso con i partecipanti al percorso, presenta tutti i contenuti emersi in merito al tema della gestione della raccolta differenziata e della realizzazione degli impianti di compostaggio.

L’approccio proposto vuole creare un contesto in cui innanzitutto elaborare in maniera condivisa una visione sui temi dell’ambiente, dell’energia circolare, della gestione dei rifiuti, per poi passare ad affrontare nello specifico tutti gli aspetti legati al progetto, valutando criticità, alternative, proposte.

Il percorso ha riguardato 2 Municipi, il XIII e il XV. Il nodo centrale in entrambi i Municipi è stata la localizzazione degli impianti. Nel Municipio XIII, è stato fatto un sopralluogo sia nell’area individuata da AMA sia nei siti alternativi proposti dai comitati, in un laboratorio successivo cittadini, tecnici, rappresentanti delle istituzioni e dell’azienda sono stati protagonisti di una SWOT Analysis su tutti i siti individuati.  i rappresentanti dei Comitati hanno guidato i cittadini e i rappresentanti delle istituzioni in un sopralluogo nei siti alternativi individuati. Nella stessa giornata, a partire dalle 18, presso la Sala polifunzionale del Parco della Cellulosa, si è tenuta la cabina di regia per l’organizzazione di una mostra multimediale sul tema degli impianti di compostaggio, la raccolta differenziata e la frazione organica dei rifiuti.

Il 1 dicembre 2018, presso l’Istituto Comprensivo Enzo Biagi, si è svolto un nuovo incontro nel Municipio XV: si è trattato di un incontro che ha consentito di ripercorrere la strada fatta nei due municipi e di lavorare alla progettazione della prossima mostra multimediale partecipata. Durante l’incontro, l’associazione Nova Galeria ha presentato una nuova proposta per la realizzazione di un impianto di compostaggio di dimensioni ridotte in una località diversa.

Il 12 gennaio 2019 si è svolta la mostra “Impianti di compostaggio, ciclo dei rifiuti e autentica partecipazione”. Una mostra multimediale partecipata realizzata con i contributi e le competenze di tutti coloro che hanno preso parte al percorso: abitanti, esperti, rappresentanti delle istituzioni e di AMA.

È una mostra che racconta in maniera trasparente quello che è emerso e quello che abbiamo imparato da questo confronto, che evidenzia gli aspetti critici e che può servire a costruire un nuovo modello di progettazione e intervento per affrontare questa sfida vitale per il nostro futuro.

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Dibattito Pubblico Progetto Navigli

14/09/2018
di Agnese Bertello
A Milano, a giugno 2018, è partito il Dibattito Pubblico sulla riapertura dei Navigli, gli antichi canali, disegnati da Leonardo, che...
A Milano, a giugno 2018, è partito il Dibattito Pubblico sulla riapertura dei Navigli, gli antichi canali, disegnati da Leonardo, che attraversavano la città. Il Comune ha scelto di sottoporre a Dibattito Pubblico il progetto di recupero, realizzato da MM spa, che prevede la riapertura di 5 tratti dell’antico tracciato del Naviglio. Il coordinamento del Dibattito... Read more »

A Milano, a giugno 2018, è partito il Dibattito Pubblico sulla riapertura dei Navigli, gli antichi canali, disegnati da Leonardo, che attraversavano la città. Il Comune ha scelto di sottoporre a Dibattito Pubblico il progetto di recupero, realizzato da MM spa, che prevede la riapertura di 5 tratti dell’antico tracciato del Naviglio.

Il coordinamento del Dibattito Pubblico è stato affidato ad Andrea Pillon.
Ascolto Attivo, con Agnese Bertello, ha fatto parte del team dei facilitatori.
Dopo la presentazione ufficiale del progetto, nel mese di luglio 2018 sono stati organizzati 5 incontri pubblici nelle 5 zone della città direttamente toccate dall’intervento.
Gli incontri hanno previsto momenti iniziali di presentazione dei progetti e delle caratteristiche delle singole tratte, tavoli di discussione coordinati da facilitatori, restituzione finale. I report dei tavoli di discussione sono disponibili on line.

A questi cinque incontri, se ne sono aggiunti altri organizzati direttamente da associazioni, gruppi di cittadini e altri attori interessati al tema. A fine luglio è stato organizzato un incontro conclusivo su temi specifici (economici, ambientali).

Il dossier conclusivo del coordinatore del Dibattito Pubblico è stato presentato a settembre 2018. Il Comune di Milano ha presentato il documento di risposta alla richieste a febbraio 2019.

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