Ilaria Casillo

A cosa servono i cittadini di fronte alla crisi COVID 19?

18/05/2020
di Ilaria Casillo
Nella gestione dell'emergenza COVID, i governi si sono affidati esclusivamente al sapere scientifico, senza coinvolgere né i cittadini, né gli...
Nella gestione dell'emergenza COVID, i governi si sono affidati esclusivamente al sapere scientifico, senza coinvolgere né i cittadini, né gli operatori della sanità che avrebbero invece potuto mettere a disposizione competenze fondamentali.

Ilaria Casillo è vice presidente della Commissione Nazionale Dibattito Pubblico
Traduzione dal francese di Marco Galiero

La versione originale, in francese, di questo articolo è stata pubblicata dal quotidiano on line AOC – Analyse Opinion Critique il 30 aprile 2020 ed è disponibile qui

 

Da qualche mese, il mondo intero è confrontato alla crisi sanitaria legata al Covid-19. Pur trattandosi di una crisi banale, nel senso epidemiologico del termine, questa crisi, le sue presunte cause, la sua gestione e le sue conseguenze hanno messo in discussione in vari paesi i modelli di sviluppo, di mobilità, la pianificazione del territorio e d’urbanizzazione associati alla globalizzazione e al capitalismo.

Vari slogan circolati recentemente nella sfera pubblica e mediatica riassumono questa tendenza : “Non si tornerà alla normalità perché il problema è la normalità”; “Niente sarà più come prima”. Allo stesso modo, si moltiplicano le iniziative e gli appelli a pensare collettivamente e con i cittadini “il giorno” e “il mondo di dopo”. Lo stesso Presidente Macron ha dichiarato, durante il suo discorso ai francesi del 13 aprile scorso : “starà a noi preparare il dopo. Dovremo costruire una strategia nella quale ritroveremo il lungo termine”.

Questa crisi e la sua gestione hanno anche provocato un’inquietudine rispetto a dei provvedimenti presi per far fronte all’epidemia e che hanno come effetto la restrizione delle libertà personali e dei diritti individuali dei cittadini, e più in generale l’imposizione delle risposte e delle misure adottate.

Da questo punto di vista, il Covid-19 conferma la sua triste banalità nella misura in cui rivela la tendenza propria dei decisori quando si tratta di affrontare una situazione d’emergenza: reagire presto, consultare esclusivamente gli esperti per elaborare una risposta che in linea di principio si vuole a breve termine, rivolgersi poi ai cittadini con soluzioni già pronte, elaborate a porte chiuse con gli esperti. Se questa tendenza, questa etica della responsabilità propria della politica, è comprensibile, è comunque possibile metterla discussione.

Se il Primo ministro Édouard Philippe il 28 aprile ha dichiarato di voler affrontare un tema particolarmente controverso, quello del ricorso all’applicazione Stop-Covid, tramite “un dibattito e un voto specifico”, tale dibattito è stato al tempo stesso ritenuto “prematuro” e destinato, per il momento, al Parlamento.

Eppure, gli appelli della settimana precedente a un coinvolgimento dei cittadini nell’elaborazione delle prime misure relative alla fuoriuscita dalla crisi – in particolare del Piano di rilancio – sono chiari. Tali appelli sono stati espressi tanto dalla società civile (i cittadini tirati a sorte che partecipano alla  Convention citoyenne pour le Climat) quanto da deputati, associazioni e sindacati (firmatari dell’appello NousLesPremiers).

Di fronte a queste numerose richieste di partecipazione e agli ultimi annunci del governo, ci si può porre la seguente domanda: nelle nostre società decisamente marcate da una svolta collaborativa, in sistemi politici che sempre più spesso di rivolgono ai cittadini per chiedere la loro opinione al di là delle scadenze elettorali, di fronte a dispositivi inediti di produzione e diffusione della conoscenza, è veramente possibile relegare i cittadini al semplice ruolo di destinatari e esecutori delle consegne governative?

 

Emmanuel Macron, presidente francese, durante una video conferenza dell’OMS, all’Eliseo. EPA/LUDOVIC MARIN / POOL MAXPPP OUT

Covid-19, fra rottura e continuità
Quando si verifica una catastrofe (terremoto, uragano, pandemia ecc.), essa segna innanzitutto una rottura dell’equilibrio fra il tempo reversibile – quello che si può chiamare normalità – e il tempo irreversibile – quello della rottura, in seguito alla distruzione o alla morte, per esempio (De Spuches, 2008). Questo scarto creato dall’evento stesso produce una discontinuità la cui gestione è cruciale. Innanzitutto, si tratta per il potere di organizzare la risposta logistica alla catastrofe-rottura, e in seguito di organizzarne l’accettazione collettiva.

Le analisi delle esperienze di gestione dei terremoti e della successiva ricostruzione in Italia negli ultimi decenni (il Belice nel 1968; l’Irpinia nel 1980; l’Abruzzo nel 2009) mostrano il limite degli approcci che consistono nell’identificare in maniera standardizzata e tecnocratica i bisogni e gli obiettivi della ricostruzione post-sismica, scartando qualsiasi riflessione, analisi e decisione della società direttamente interessata (Badami, 2008). Alcuni studi sottolineano persino la correlazione, addirittura la causalità, che esiste fra la gestione del rischio e della catastrofe e il deficit democratico; identificano, inoltre, l’inclusione degli abitanti nell’elaborazione di politiche pubbliche come chiave del successo per una gestione efficace del rischio e delle catastrofi (Calandra, 2012).

In realtà, troppo sistematicamente, nelle ricostruzioni che hanno fatto seguito ai terremoti, la logica del tetto (soluzione logistica di un problema d’alloggio) ha potuto prevalere su quella dell’abitazione (riattivazione dell’atto multidimensionale dell’abitare); la logica degli agglomerati urbani ha avuto la meglio su quella della produzione sociale della città; la logica del gesto e del determinismo architetturale ha relegato in secondo piano l’ascolto degli abitanti, delle loro pratiche di società, di mobilità e di socializzazione delle comunità direttamente coinvolte.

A ben guardare, questo approccio, pur mirando alla protezione dei cittadini, si rivela sistematicamente poco efficace in quanto basato su due rilevanti semplificazioni. La prima consiste nel fatto di trattare materialmente i cittadini come semplici recettori di politiche, di consegne o di misure da rispettare. La seconda consiste nel considerare che tutti i recettori si equivalgano, cioè che la particolarità delle società, il loro grado di coinvolgimento o di marginalità nelle decisioni pubbliche, il loro livello d’informazione e di conoscenza, il loro diritto d’essere informati e di partecipare alle scelte che li riguardano non sono pertinenti, e che questi elementi non vanno presi in conto nell’organizzazione delle risposte a una crisi. Queste due semplificazioni spiegano perché, per i decisori, una gestione partecipata della crisi non ha alcun aspetto interessante: considerato in tal modo, il cittadino non ha in effetti nessun valore aggiunto da apportare a una decisione.

Getty Images

 

Eppure, queste semplificazioni mostrano tutti i loro limiti non solamente in termini d’efficacia (la maggior parte delle ricostruzioni post-terremoto che non hanno associato i cittadini alla loro concezione si sono avverate fallimentari), ma anche in termini di qualità e credibilità della risposta fornita (le gestioni di crisi non partecipative producono una diffidenza maggiore rispetto alla politica). Le catastrofi dunque – di qualunque natura esse siano – finiscono per creare un regime d’emergenza durante il quale conta solamente la capacità dei decisori a reagire in fretta sulla base di dati tecnico-scientifici. Quanto alla società, questa non ha che da adattarsi.

Responsiveness o responsibility? Il giorno dopo o il giorno stesso?
Di fronte all’emergenza, questa tendenza della politica a reagire “presto e sola” risponde all’esigenza, più che legittima, d’essere reattiva in tempi rapidi e preservare i cittadini, il territorio e tutto ciò che è danneggiato dal fenomeno catastrofico. Le emergenze, per definizione, non lasciano molto tempo per pensare e ben preparare l’azione. Allo stesso tempo, esse si caratterizzano spesso per il fatto di produrre una sovrapposizione degli ambiti d’azione che dovrebbe mettere in discussione la tendenza dei decisori a escludere i cittadini dalla gestione dell’urgenza. Si tratta della sovrapposizione fra responsiveness, che possiamo qui definire come la capacità di reagire nell’immediato e nella pratica a un problema non previsto (seppur prevedibile); e responsibility, concepita non nel senso weberiano del termine, ma piuttosto come capacità di assumersi la responsabilità di una risposta di fronte all’emergenza che mette in discussione la sua prevedibilità, la sua gestione sul lungo termine, le sue implicazioni etiche e societali, e che pone la questione di ciò che la crisi legata all’emergenza deve portare a cambiare nei principi, nelle strutture e nelle organizzazioni di un sistema politico, sociale ed economico.

L’esempio dei provvedimenti da prendere di fronte al Covid-19, e in particolare dei provvedimenti che riguardano le applicazioni che localizzano i cittadini, o che limitano fortemente le loro libertà, è in tal senso illuminante. Se certi provvedimenti provocano reazioni più vivaci rispetto ad altri, è proprio a causa della sovrapposizione di questi due livelli di responsabilità che essi comportano. Ora, tale sovrapposizione induce in errore i decisori (così come tutti coloro che chiamano i cittadini a riflettere solamente al dopo): l’errore consiste nel pensare che “l’oggi” (e la responsiveness) non possa essere aperto a una discussione coi cittadini, che non meriti uno scambio e una collaborazione ampia con i principali interessati dalle scelte fatte, per il semplice motivo che  queste ultime dipenderebbero da un ambito d’azione ristretto e limitato. Ora, il virus Covid-19, la sua propagazione, i provvedimenti che comporta mostrano ancora una volta come l’articolazione fra il giorno dopo e “il giorno stesso”, fra la responsiveness e la responsibility, è al contrario il cuore stesso della sfida che si pone alla politica in tali circostanze.

Non riflettere sul ruolo dei cittadini nella gestione dell’emergenza equivale a pensare che ci sono temi che si possono – e che si devono, addirittura – sottrarre alla partecipazione. Tutto avviene come se il rischio non fosse una costruzione sociale, come se una società informata e collaborativa non fosse un punto di forza per far fronte a una grande crisi. Eppure, svariati esempi recenti mostrano che l’inclusione dei cittadini, delle comunità, degli stakeholder più esposti è un vero vantaggio per fronteggiare l’epidemia, hic et nunc.

Basti pensare alla città di Seattle e alla maniera in cui essa ha mobilitato e ha lavorato con i suoi “consigli di quartiere” per definire l’insieme dei siti nei quali ospitare le persone in quarantena – il che ha permesso di evitare le reazioni di rifiuto di tali centri provvisori da parte dei residenti che sono state osservate altrove nel Paese. Si può pensare anche alla politica messa in campo dalla città di Prato, basata su una collaborazione stretta fra la comunità cinese, il comune e il resto della popolazione. A Prato risiede e lavora la più grande comunità cinese in Europa rispetto alla popolazione autoctona: 21 000 persone su una popolazione di 195 000 abitanti (quasi l’11% della popolazione), 6 500 imprese cinesi.
Alla fine di febbraio, in seguito al ritorno di più di 1 500 Cinesi dal Capodanno cinese, il comune, senza imporre alcuna restrizione, ha continuato a lavorare, come prima della crisi Covid-19, in maniera molto partecipativa con le associazioni, i rappresentanti dei commercianti e la comunità cinese. Risultato: Prato è la provincia italiana con uno dei più bassi livelli di contagio. Un impegno costante e continuo nell’elaborazione delle risposte logistiche ha permesso di contenere il contagio e, soprattutto, d’evitare l’emergere di episodi di rifiuto o d’aggressività nei confronti della comunità cinese.

Basti pensare, in maniera più generale, a tutte le iniziative di mobilitazione d’attori della salute animale, d’aiuto reciproco tra vicini, di solidarietà, di condivisione di buone idee per famiglie monoparentali, che costituiscono altrettante strategie per gestire collettivamente un periodo e un mondo incerti. Varie questioni relative alla gestione della crisi Covid-19 illustrano come il setting democratico della decisione in regime d’emergenza meriterebbe di essere rivisitato: Quale didattica a distanza mettere in campo? Come bisogna procedere alla riapertura del Paese? A quali condizioni il ricorso alle app di geo-localizzazione può essere legittimo? Quali uscite si possono autorizzare? C’è veramente bisogno di sanzioni? Dove si situa il limes[1] delle eccezioni alle nostre libertà?

Da questo punto di vista, la crisi del Covid-19 può essere l’occasione di una vera discontinuità nella maniera di decidere in regime d’emergenza, tanto più che, così come numerosi esempi suggeriscono, più una decisione è co-costruita, meglio essa s’inscrive nei territori interessati e nei comportamenti di coloro che sono chiamati a metterla in pratica o a rispettarla.

 

 

Sapere, Credere, Decidere
Scienziati ed esperti sono chiamati a rivestire un ruolo di primo piano nella gestione di tutte le emergenze e le catastrofi. In tal senso, la crisi legata al Covid-19 è gestito nel segno della continuità. Non si tratta affatto di mettere in discussione l’importanza dei saperi scientifici e tecnici in circostanze come quelle che viviamo attualmente: la questione non è quella di sostituire o di limitare il ruolo degli esperti o di sostenere che i loro contributi non siano pertinenti nel momento di prendere una decisione. La questione è, ancora una volta, piuttosto d’ordine democratico. Due elementi sono particolarmente interessanti dal punto di vista della relazione fra saperi scientifici e democrazia in regime d’emergenza: il ruolo dei saperi dei cittadini e del diritto all’informazione di questi ultimi; e il peso dei saperi tecnico-scientifici nella legittimazione della decisione e nella sua giustificazione (tanto dal punto di vista tecnico-giuridico quanto dal punto di vista retorico).

Sul primo punto, una vasta letteratura scientifica e numerose esperienze di terreno hanno mostrato la diversità dei saperi presenti in seno alla società e il loro valore aggiunto (Netz, 2013; Sintomer, 2008). È appurato che l’inclusione dei cittadini nella fabbricazione dei dati e dei saperi scientifici produca una società più resiliente e delle scelte politiche maggiormente reversibili.  In questo senso, ci si può chiedere quali sono i saperi presi in considerazione oggi dai comitati scientifici e task force e perché, per esempio “non ci s’immagina nemmeno di nominarvi un’infermiera, un medico di pronto soccorso, un caposervizio di rianimazione […] quella competenza professionale pratica, quella capacità di prendere decisioni operative nell’urgenza” (Bertho, 2020).

Sul secondo punto, il rischio, anch’esso individuato dalla ricerca (Pellizzoni, 2020), è che le tecnoscienze divengano sempre più degli attori politici a pieno titolo poiché esse si approprierebbero delle nostre democrazie favorendo un’iper-legittimità del discorso puramente tecnico-scientifico alla base di qualsiasi decisione pubblica. È quindi importante chiedere ai cittadini come vanno orientate, oggi e in futuro, le questioni di ricerca, e meglio esplicitare il legame fra natura e società alla radice di questa epidemia, per esempio. La società ha diritto di sapere quale scienza consiglia i decisori, considerata l’influenza politica che gli esperti e i ricercatori possono avere in queste emergenze. Quale etica, se non è più quella della convinzione (Hottois, 1996), guida oggi l’expertise e la ricerca?

In certi discorsi recenti d’uomini e donne del mondo politico e scientifico, i cittadini sono presenti solo in quanto responsabili, quando non colpevoli, della propagazione del virus. Al contrario, il loro diritto di avere a disposizione dati chiari, trasparenti, facilmente accessibili non viene riconosciuto, né considerato come una strategia efficace per renderli più coscienti e collaborativi. La sola cosa che viene chiesta ai cittadini sembra essere di fidarsi delle “autorità”, di credere a ciò che viene detto loro, nel nome di una divisione fra “quelli che sanno”, che consigliano “quelli che decidono”, e i semplici cittadini, che non fanno parte né degli uni né degli altri. Ci si potrebbe quindi porre la seguente domanda: si può gestire un’emergenza, sanitaria o non, escludendo la società da qualunque forma di costruzione della decisione?

“Fino a nuovo ordine…”
Come abbiamo visto, in regime d’emergenza, lo spazio di dialogo fra cittadini e decisori si limita alla trasmissione unilaterale di consegne, ordini, comunicazioni ufficiali, il che è, in una certa misura, comprensibile. L’assenza di dibattito pubblico invita a concentrarsi di più sul seguito: “il dopo” diventa così la promessa, fatta da più parti, d’un recuperodemocratico. Attraverso questa breve e incompleta analisi del ruolo dei cittadini in regime d’emergenza, abbiamo messo l’accento sulla questione democratica che si nasconde dietro la necessità di pensare collettivamente l’emergenza stessa, la sua gestione, la sua immediatezza. Abbiamo così avanzato l’ipotesi che una revisione del setting democratico di gestione di crisi sia inevitabile per accettare la rottura che l’emergenza porta con sé, e per meglio far fronte alla dose d’irreversibilità che essa comporta.

Ancor prima di porsi la domanda – giusta, legittima, lodevole – di come pensare insieme il giorno e il mondo di dopo, è possibile fare diversamente di fronte all’emergenza? Includendo oggi i cittadini nell’individuazione di ciò che è necessario e insostituibile (e non soltanto dal punto di vista logistico), sarà più facile domani dar vita a un dibattito pubblico sul modello di società che desideriamo. Tanto più  che rispetto al Covid-19 i cittadini già producono nuove spazialità e socialità, nuove risposte, nuovi gesti e pratiche supplementari al fine di proteggere meglio se stessi, e di proteggere meglio gli altri. Il Covid-19, ancor più di altre situazioni d’emergenza e di crisi, ha rimesso in discussione le nostre abitudini, le nostre pratiche spaziali e sociali, le nostre conquiste democratiche, i nostri stili di consumo. Ha sconvolto l’ordine di priorità delle nostre conoscenze, dei nostri strumenti di lavoro. Avrà il potere di rimettere in discussione il modo di dibattere e decidere?

 

Ilaria Casillo interviene durante l’incontro di lancio del Débat Public “ImPactons” sulle politiche agricole.
Foto – Sacha Lenormand

 

 

NOTE

[1] Limes: termine latino per indicare una frontiera mobile, una linea di demarcazione cangiante.

 

BIBLIOGRAFIA

Badami, A., Schilleci, F., & Picone, M. (2008), Città nell’emergenza. Progettare e costruire tra Gibellina e lo ZEN, Palermo, Palumbo.

Calandra L. (2012) -“Rischio, politica, geografia: il caso del terremoto dell’Aquila”, in A. Di Somma, V. Ferrari (dir.), L’analisi del rischio ambientale. La lettura del geografo, Valmar, Roma, pp. 125-140.

Callon M., Lascoumes P., Barthe Y. (2001), Agir dans un monde incertain. Essai sur la démocratie technique, Paris, Le Seuil.

Casillo I. ,Rousseaux D. (2018( Démocratie participative et quartiers prioritaires : réinvestir l’ambition politique des conseils citoyens, Rapport aux minsitres de la cohesion des territoires, Paris, Cndp.

Casillo I. (2018), “Ce que les conflits environnementaux et d’aménagement donnent à voir de la démocratie contemporaine”, Révue L’ENA Hors les murs, Dossier Le Dialogue, pp. 11-14.

De Spuches G., Picone M. (2008), « Ghibellina/Ghibellina nuova : quarant’anni di rappresentazioni e narrazioni », in Badami, A., Schilleci, F., & Picone, M. (2008), Città nell’emergenza. Progettare e costruire tra Gibellina e lo ZEN, Palermo, Palumbo, 149-164.

Hottois, G. (1996). « Éthique de la responsabilité et éthique de la conviction ». Laval théologique et philosophique, 52 (2), 489–498. https://doi.org/10.7202/401006ar
https://www.academia.edu/7777312/Rischio_politica_geografia_il_caso_del_terremoto_dell_Aquila

Nez H. (2013), « Savoir d’usage «, in CASILLO I. et aii. (dir.), Dictionnaire critique et interdisciplinaire de la participation, Paris, GIS Démocratie et Participation, 2013, ISSN : 2268-5863. URL : http://www.dicopart.fr/fr/dico/savoir-dusage.

Pellizzoni L. (2020), « La sfide del Covid alle sienze umane. Alcune piste di riflessione », in Le parole e le cose,http://www.leparoleelecose.it/?p=38050&fbclid=IwAR06wO5AhWFi1PdWyXKLLM4rcTZ2JGBSaEZk4M2eZynfg6j8-jUIsSKYHL4

Sintomer Y. (2008) « Du savoir d’usage au métier de citoyen ?, Raisons politiques, vol. 31, no. 3, 2008, pp. 115-133.

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Seminario su Dibattito Pubblico e grandi opere

29/01/2018
di Agnese Bertello
Il 9 febbraio 2018, dalle 9,30 alle 13,30 a Firenze presso la Palazzina Reale in Piazza della Stazione 50 si svolge, nell’ambito...
Il 9 febbraio 2018, dalle 9,30 alle 13,30 a Firenze presso la Palazzina Reale in Piazza della Stazione 50 si svolge, nell’ambito della Settimana dell’Amministrazione aperta, un seminario su “DIBATTITO PUBBLICO E GRANDI OPERE” organizzato da AIP2 Italia – Associazione Italiana per la partecipazione pubblica, in collaborazione con gli Ordini degli Architetti e Ingegneri di Firenze. Il seminario,... Read more »

Il 9 febbraio 2018, dalle 9,30 alle 13,30 a Firenze presso la Palazzina Reale in Piazza della Stazione 50 si svolge, nell’ambito della Settimana dell’Amministrazione aperta, un seminario su “DIBATTITO PUBBLICO E GRANDI OPERE” organizzato da AIP2 Italia – Associazione Italiana per la partecipazione pubblica, in collaborazione con gli Ordini degli Architetti e Ingegneri di Firenze.

Il seminario, aperto al pubblico, è un’occasione per i professionisti,  per le amministrazioni pubbliche, per le imprese e per i cittadini: un’introduzione al nuovo strumento del Dibattito Pubblico, che richiede l’attivazione di nuove procedure e l’acquisizione di nuove competenze, finalizzate a migliorare la qualità della progettazione e l’efficacia delle decisioni pubbliche.

Sono previsti, oltre ai saluti dei promotori, gli interventi di:
Ilaria Casillo, vicepresidente della Commission Nationale du Dèbat Public francese, cura un’introduzione teorica: cos’è un Debat Public e quali sono i suoi obiettivi.
Ernesto Belisario, avvocato, membro del Team OGP costituito presso il Dipartimento della funzione pubblica, sviluppa un intervento su Amministrazione aperta, consultazione pubblica e trasparenza.
Andrea Pillon, consulente della Struttura tecnica di missione del MIT, spiega cosa prevede il decreto attuativo dell’art. 22 del Codice Appalti.
Francesca Gelli, membro dell’Autorità per la garanzia e la promozione della Partecipazione della Toscana, propone un intervento su com’è organizzato il Dibattito Pubblico regionale e come sono andate le prime esperienze.

 

dp

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Progettare uno stadio a Roma o a Parigi: governance a confronto

14/06/2018
di Marianella Sclavi
Marianella Sclavi a colloquio con Ilaria Casillo Questo articolo è uscito su “Una città” Ilaria – Questo colloquio nasce dallo stupore nell’apprendere...
Marianella Sclavi a colloquio con Ilaria Casillo Questo articolo è uscito su “Una città” Ilaria – Questo colloquio nasce dallo stupore nell’apprendere dai giornali italiani della vicenda dello stadio di Roma e della maniera con la quale è stato deciso. Vivendo in Francia e lavorando in un’istituzione – la Commissione nazionale del dibattito pubblico (CNDP) – che... Read more »

Marianella Sclavi a colloquio con Ilaria Casillo
Questo articolo è uscito su “Una città”

Ilaria – Questo colloquio nasce dallo stupore nell’apprendere dai giornali italiani della vicenda dello stadio di Roma e della maniera con la quale è stato deciso. Vivendo in Francia e lavorando in un’istituzione – la Commissione nazionale del dibattito pubblico (CNDP) – che gestisce la partecipazione dei cittadini alle decisioni che riguardano grandi progetti di infrastrutture, mi è venuto naturale interrogarmi sul modo in cui (non) sono stati presi in considerazione i cittadini e i diversi portatori di interesse in un progetto cosi importante per una città capitale.

Il caso di Roma mi è apparso tanto più strano se si considerano le analogie che presenta con un progetto simile sul quale la Commissione ha lavorato. Infatti, negli stessi anni (2013-14) due grandi istituzioni sportive, la Associazione sportiva Roma Spa (AS Roma) in Italia e la Federazione Francese di Rugby (FFR ) in Francia, hanno deciso di perseguire la costruzione di un proprio “grande stadio” in linea con le esigenze sportive più moderne. Il primo di 60.000 posti, il secondo di 80.000, finanziati entrambi totalmente con fondi privati, comprese gran parte delle opere di adeguamento del sistema dei trasporti e di urbanizzazione e “riqualificazione” dei territori e quartieri circostanti. In entrambi i casi si è finito col scegliere come localizzazione dello stadio la zona di un ex ippodromo, una nel dipartimento di Essonne, a 33 km a sud dal centro di Parigi e l’altra nel quartiere Tor di Valle, a sud-ovest della città, tra il Grande raccordo anulare (GRA) e l’autostrada per l’aeroporto internazionale di Fiumicino. Quindi due importantissime “grandi opere” che avendo preso il via alla fine del 2013 / inizio del 2014 con la presentazione dei rispettivi piani di fattibilità alle autorità politiche locali e nazionali, hanno poi seguito percorsi di deliberazione e di partecipazione completamente diversi.

Marianella – La prima cosa che mi sorprende favorevolmente, leggendo i documenti illustrativi dei vari passaggi del procedimento di Dibattito Pubblico (DP) relativo allo stadio del Rugby è che sono redatti in linguaggio corrente supportato da foto, disegni, mappe tridimensionali, tabelle; in breve tutto ciò che serve per rendere più accessibile una tematica decisamente complessa. Questo richiede una specifica professionalità, una capacità comunicativa non comune, ad hoc. Da dove viene? Come è stata coltivata?

Ilaria – Nel caso dello stadio del Rugby, come in tutti i casi nei quali la Commissione indice un Dibattito pubblico, l’incarico di organizzare nel dettaglio tutta la procedura del Dibattito compresi i resoconti degli incontri e gli esiti finali del dibattito è stato assegnato a una particolare commissione, chiamata CPDP Commissione Particolare del Dibattito pubblico. In questo caso la commissione era formata da 7 persone: un presidente, tre donne e tre uomini, tutti esponenti della società civile. Nello specifico si trattava di una giornalista, un prefetto onoraria, una direttrice di agenzia a sostegno della imprenditorialità, un membro del Comitato Nazionale del Dibattito Pubblico (CNDP), un vice presidente del CNDP, un esperto in Agricoltura e politiche locali, un consulente nel campo della mediazione e concertazione. La CPDP non ha il diritto di redigere nulla riguardo al progetto. La particolarità consiste nel fatto che il Dossier di presentazione del progetto (chiamato DMO) è redatto dal proponente, ma è la CPDP prima, e poi la CNDP in seduta plenaria, che devono approvarlo se lo ritengono sufficientemente chiaro, e se presenta il progetto in maniera accessibile, intelligibile e completa. Questo significa che concretamente si fa un lavoro in concerto col proponente affinche rediga un buon documento. Il DP risponde a una logica precisa: aprire ai cittadini ogni aspetto del progetto e discuterne attraverso un metodo che è stato elaborato e che è gestito da un terzo che non è parte in causa, cioè né cittadino interessato né il proponente né il decisore politico

Marianella – Quindi possiamo affermare che le persone che fanno parte dei comitati particolari e del comitato nazionale dovrebbero avere fra le loro competenze quella di saper comunicare situazioni complesse in un linguaggio corrente, comprensibile ai normali cittadini

Ilaria – Hai fatto bene a dire “dovrebbero” perché in realtà non è sempre così, il dominio degli specialisti e relativi gerghi è duro a morire anche in Francia. Ma nel caso dello stadio del Rugby ha funzionato direi molto bene.

Marianella – Però, stante che lo scopo è coinvolgere i normali cittadini, chi si impegna nella chiarezza espositiva non potrà essere accusato – come non di rado avviene da noi – di sminuire l’autorevolezza dei rituali, di voler fare “il maestrino o la maestrina”.

Ilaria – Infatti nel DP chi non sa usare un linguaggio più comprensibile tende a sentirsi colpevole, piuttosto che colpevolizzare. Ma vediamo di mettere le cose in prospettiva. Istituita con la legge Barnier del 1995, la Commissione Nazionale del Dibattito Pubblico è diventata con la legge sulla democrazia di prossimità del 2002 un’Autorità Amministrativa Indipendente formata da una pluralità di rappresentanze della società civile e degli Enti Pubblici, dagli ambientalisti ai sindacati ai rappresentanti delle diverse Corti (Consiglio di Stato, Cassazione, dei Conti.) La sua missione è garantire la partecipazione dei cittadini affinché il loro punto di vista sia preso in considerazione nei processi decisionali riguardanti i grandi progetti infrastrutturali e le grandi opere di interesse nazionale, prima che la decisione definitiva sia presa. Questo ha tre implicazioni fondamentali dal punto di vista della governance: primo che il potere politico si astiene dal decidere fino a completamento del percorso del dibattito pubblico, secondo che il processo è gestito da un organismo indipendente, neutrale e sottratto al prevalere di gerghi specialistici anche grazie a una forte presenza di esponenti della società civile e terzo che una amministrazione aperta, capace di dialogo è la risposta ai conflitti e alle crisi di legittimità che accompagna la decisione politica. Il principio che sottintende queste varie procedure partecipative è che più la decisione pubblica è condivisa con i cittadini e più essa è legittima. In questa visione, il potere pubblico non è più il solo depositario e interprete dell’interesse generale, ma lo deve negoziare di volta in volta insieme ai cittadini e portatori di interesse.

Marianella – Vediamo se capisco. Nel processo deliberativo vengono distinte due fasi, la prima focalizzata sulla partecipazione aperta, pubblica, sistematica, di tutti gli interessati. In questa fase le rappresentanze del potere economico, politico, finanziario, insomma le elites del potere, non solo possono, ma debbono intervenire come parti in causa fianco a fianco e faccia a faccia con i comuni cittadini interessati, associazioni, enti e tutti gli altri. Questo è importante perché nei processi partecipativi che si svolgono correntemente in Italia, i poteri forti si guardano bene dal partecipare sullo stesso piano di tutti gli altri. Terminata questa fase, e poi vedremo con quali passaggi e modalità, si apre quella più strettamente decisionale in cui i poteri forti, le elites del potere, con al centro il potere politico, prendono le relative decisioni.

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Ilaria – Il DP è – al fondo – un incontro dialogico diretto fra poteri forti e comuni cittadini promosso dal potere politico e garantito da una autorità terza. I poteri forti se vogliono mettere in atto un progetto di grande opera devono proporlo non solo ai rappresentanti del potere politico, ma direttamente anche a coloro le cui vite verranno toccate dal progetto. Al termine del percorso, la commissione redige e trasmette a tutti il “Rapporto finale del dibattito pubblico” accompagnato da alcune raccomandazioni che sottolineano gli aspetti critici emersi dal dibattito stesso, e a questo punto i decisori sono liberi di prendere decisioni anche diverse da quelle emerse dal DP, purché ne motivino le ragioni.

Marianella – Nel caso del grande stadio del rugby, come si è sviluppato questo percorso?

Ilaria – La Commissione Nazionale ha nominato la sottocommissione alla quale ho accennato in precedenza, la quale ha preso contatto in prima istanza con tutti i decisori già mobilitati, la FFR , l’imprenditore e costruttore, gli enti locali che si erano offerti di ospitare lo stadio.

Marianella – In che senso “si erano offerti “?

Ilaria – Per definire la localizzazione la FFR ha emesso un avviso pubblico con richiesta ai territori della grande cintura di Parigi interessati ad ospitare lo stadio di farsi avanti e fra le nove proposte emerse, ha scelto la zona dell’ex ippodromo nel dipartimento di Essonne. Questa scelta ha comportato incontri con le amministrazioni locali interessate e scambio dei reciproci desiderata e vincoli di cui tener conto nella elaborazione del progetto.

Marianella – In italia una impresa privata (come la Roma Spa) con un progetto che non prevede il finanziamento pubblico non può ricorrere a un bando pubblico per manifestazione di interesse. In questo caso l’impresa ha dato l’incarico a uno studio specializzato per una analisi comparativa delle possibili localizzazioni e alla fine, guarda caso, l’area prescelta è di proprietà di uno dei proponenti del progetto, il costruttore Luca Parnasi .

Ilaria – In Francia il proponente o proponenti del progetto, sapendo che questo dovrà passare per l’esame critico del Dibattito Pubblico è costretto a una estrema trasparenza e chiarezza fin dalla fase istruttoria. Solo una volta che il documento di progetto è stato approvato dalla commissione particolare e da quella nazionale, si può avviare il dibattito. Poi – come già detto – si tratta di organizzare gli incontri tra i cittadini, il proponente e tutti gli altri attori coinvolti (in base al progetto discusso: attori economici, politici, culturali, associativi, sindacali etc.), di chiedere, se è il caso, degli studi di fattibilità o previsionali alternativi rispetti a quelli presentati dal proponente etc. I membri della commissione particolare hanno il dovere di fissare l’attenzione sulle “zone di incertezza” del progetto che emergono dal dibattito, di prefigurarne le alternative e la massima trasparenza e discussione di tutti i vincoli e le caratteristiche del progetto: finanziari, giuridici, urbanistici, ambientali. Tutto questo crea molto spesso un clima di ascolto, sereno, autentico e attivo tra i cittadini, l’autorità che gestisce il processo partecipativo e il proponente

Marianella – L’espressione “ ascolto sereno, autentico e attivo”, trasposta nel contesto italiano, mi fa sorridere. Da noi il processo decisorio è quanto di più ansiogeno si possa immaginare. Dalle interviste ad alcuni dei decisori implicati nella faccenda dello stadio della Roma, ho avuto l’impressione che si sentissero in continuo pericolo di essere colti in fallo, di aver trascurato qualche “previo” passaggio che bloccherebbe tutto. La dimensione progettuale che è dominante nel DP francese, da noi è totalmente subalterna alla logica dei regolamenti giuridici e alla molteplicità di fonti di autorizzazione che operano in modo ampiamente indipendente fra loro. In questo clima di costante insicurezza, ogni decisore (sindaco o assessore) ha bisogno di un proprio circuito amicale, di persone e professionisti di cui si fida (i famosi “cerchi magici”) e di non inimicarsi i guardiani dei “regolamenti”. L’idea che la governance possa funzionare meglio se sottratta a questi “gate-keepers” è assente e c’è un vuoto di idee su procedure alternative. Nel caso dello stadio di rugby, come si è proseguito?

Ilaria – La sotto-commissione in accordo con tutti gli interessati ha stabilito un calendario di incontri. Le riunioni fondamentali sono state sette ognuna in una località diversa del territorio interessato all’intervento. Ogni riunione si è aperta con una presentazione generale del progetto e ha proseguito con l’approfondimento di una tematica specifica, particolare. La maggior parte di queste riunioni si possono seguire anche in streaming su Internet e vengono trascritte sull’apposito sito internet del dibattito, dove chi è interessato può aggiungere commenti, domande, proposte. Le tematiche hanno riguardato i rapporti fra grande stadio e il territorio circostante, la quantità e complementarietà degli stadi già esistenti nell’Ile de France, la varietà di attività che lo stadio potrebbe/dovrebbe offrire, il sistema dei trasporti, chi paga cosa, l’economia del grande stadio e gli impegni degli enti pubblici, il ruolo del gioco del rugby in Francia, il tessuto urbano circostante e i risvolti ambientali del progetto. A questi sette incontri se ne sono affiancati parecchi altri su iniziativa di associazioni locali e studentesche.

Marianella – Una obbiezione ricorrente in Italia è che i processi partecipativi durano troppo, fanno perdere tempo ai decisori.

Ilaria – Innanzitutto si pensa troppo spesso al tempo speso per la partecipazione e non a quello perso per dover recuperare dei vuoti partecipativi che poi finiscono per bloccare i progetti a causa di opposizioni forti e radicali. La partecipazione in questo senso, permette di guadagnare tempo perché alcuni conflitti vengono anticipati e gestiti. Un Dp dura in media dai 4 ai 6 mesi, durante i quali “si fermano i giochi”, nel senso che nessuna decisione politica e amministrativa può essere presa sul progetto. Nel caso dello stadio del rugby, il dibattito pubblico è iniziato ufficialmente il 28 novembre 2013 e il “Rapporto finale del dibattito pubblico” è stato consegnato il 21 febbraio 2014. E i decisori hanno comunicato e argomentato la loro decisione definitiva prima della fine del 2014. Quindi abbastanza celermente.

Marianella. In Italia, a Roma, dove un processo partecipativo analogo per ora non ce lo sogniamo neppure,i tempi sono stati tre volte più lunghi, da fine 2013 a marzo 2017 (ma ho seri dubbi che sarà l’ultimo step) e specialmente tutto è proceduto in modo molto più intricato, pasticciato, nonché oneroso. Il progetto “definitivo” è stato consegnato al commissario di Roma Capitale e alla Regione Lazio a fine maggio 2016 ed è composto di una relazione di 7041 pagine corredata da 567 allegati e 50.000 pagine di relazioni specialistiche. La quantità e peso delle carte prodotte è inversamente proporzionale al loro effettivo peso politico. Italia Nostra in una sua denuncia sostiene che le carte occupano una stanza di 25 mq.

Ilaria – Chiedo: a chi spetta l’incarico (per non dire chi ha il tempo) di leggere ed esaminare tutte queste carte?

Marianella – Come disse Flaiano, “La situazione politica in Italia è grave, ma non è seria”. Nessuno ha mai letto quei documenti e a parte forse qualche tesi di laurea, nessuno li leggerà. Si potrebbe sostenere che l’iter deliberativo romano è stato penalizzato da tre passaggi di mano del governo della città: giunta Marino dal 2013 ad ottobre 2015, poi commissario prefettizio dal 2015 al giugno 2016 e quindi l’attuale giunta 5 stelle con Raggi sindaca. Però i quintali di carte sono la conseguenza di come la giunta Marino ha affrontato il problema, per cui, nel sancire il pubblico interesse per l’insediamento dello stadio a Tor di Valle poco prima della defenestrazione del sindaco, ha elencato una tale quantità di condizioni / cambiamenti al progetto iniziale che, seppure negoziate in precedenza con i proponenti, hanno richiesto ognuna una incredibile quantità di ulteriori attestati e studi specialistici per ovviare possiibli ulteriori obiezioni delle varie branche burocratiche, conferenza dei servizi, ecc. Poi con la giunta Raggi la discussione è rimasta su un piano da spot pubblicitari: stadio sì, stadio no, a Tor di Valle sì, a Tor di Valle no e così via, in un turbinio di opinioni la cui autorevolezza dipende unicamente dal peso politico di chi la sostiene. Alla fine gli stessi “grillini” romani, la base organizzativa dei 5 stelle, erano divisi in vari schieramenti e la sindaca dice: “Basta, mi avete votato, adesso decido io.” E ha negoziato con i proponenti una serie di modifiche alle modifiche proposte dalla giunta precedente sulle quali non mi soffermo, ma che comunque devono ancora passare al vaglio della Conferenza dei Servizi della Regione Lazio, per cui niente è ancora sicuro. Si vedrà.

Ilaria – Direi che questo taglia le gambe a chi sostiene che i processi patecipativi fanno perdere tempo!

 

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Marianella – In mancanza di una validazione partecipativa, in Italia il circuito decisionale rimane impigliato e prigioniero da un lato della litigiosità delle parti politiche e dall’altro del moltiplicarsi degli accertamenti burocratici. Questo, oltre tutto, fa sì che quando si arriva al momento di prendere delle decisioni, per esempio nei Consigli Comunali, queste sono espresse in un linguaggio retorico completamente avulso dal mondo attuale, che viene vissuto come strumento di elevazione al di sopra delle parti e dimostrazione di autorevolezza del potere. La domanda è: una decisione presa sulla scorta di un processo partecipativo come il DP, comporta un cambiamento anche del linguaggio più strettamente giuridico degli organi decisori politici? Per farti capire cosa intendo ti faccio un esempio. Quelle che seguono sono le prime sette righe del documento (Deliberazione n. 48) col quale la Giunta Capitolina, in data 30/03/2017, ha dichiarato di pubblico interesse la realizzazione dell’intervento urbanistico denominato “progetto Nuovo Stadio della Roma”. Eccole:

“Premesso che in data 1mo gennaio 2014 è entrata in vigore la legge 27 dicembre 2013 n 147 che stabilisce al comma 304, quanto segue:

Al fine di consentire, per gli impianti di cui alla lettera c) del presente comma, il più efficace utilizzo, in via esclusiva, delle risorse del Fondo di cui al comma 303, come integrate dal medesimo comma, nonché di favorire comunque l’ammodernamento o la costruzione di impianti sportivi, con particolare riguardo alla sicurezza degli impianti e degli spettatori, attraverso la semplificazione delle procedure amministrative e la previsione di modalità innovative di finanziamento” ( sottolineature mie )

e così via per le seguenti 11 pagine, che precedono la delibera vera e propria. È la sopravvivenza di rituali comunicativi che Italo Calvino 50 anni fa ha chiamato “l’anti-lingua” e che come si vede non sono molto mutati nel frattempo.

Ilaria – Sono assolutamente d’accordo con te. La pratica in Francia è completamente diversa perché il proponenete entro tre mesi dalla chiusura del DP deve pubblicare una decisione motivata ma soprattutto chiara e comprensibile che spieghi cosa si è deciso e perché.

Marianella – Un’altra obbiezione tipica italiana è relativa ai costi: quanto è costato il percorso di Dibattito Pubblico per lo stadio del Rugby?

Ilaria – Le commissioni particolari per il loro impegno non ricevono uno stipendio, ma delle indennità calcolate in base al numero di riunioni organizzate, al tempo dedicato alla preparazione del dibattito e alla redazione del rapporto finale. Nel caso dello stadio di Rugby a fronte ad un investimento totale, complessivo previsto che si aggirava sui 600 Milioni di euro, le spese complessive per informazione e organizzazione della partecipazione sono state 870.000 di cui 383.000 euro per informazioni e comunicazione e mobilizzazione, compresi 170.000 euro per le indennità e spese della commissione. Il resto era destinato alla logistica, al funzionamento delle permanenze e dei punti di informazione, agli streaming, al sito internet, etc. Infine va sottolineato che sono i proponenti economici del progetto che si fanno carico della gran parte dei costi del processo partecipativo.

Marianella – Personalmente mi sembra un costo molto equo, anzi un grande affare per chi ci tiene davvero al bene pubblico. È possibile fare un bilancio delle principali esperienze di Dp praticate in Francia negli ultimi 20 anni?

Ilaria – La legge del DP stabilisce che tutti i progetti che rientrano nel codice dell’ambiente e che hanno un costo uguale o superiore a 300 milioni di € devono essere obbligatoriamente segnalati e presentati a un’Autority indipendente (la Commissione Nazionale del Dibattito Pubblico – Cndp) che decide se attivare una procedura di dibattito pubblico (DP) o un’altra procedura di partecipazione dei cittadini, come la concertazione. Da quando è stata creata nel 1995 la Cndp, ha disposto e oganizzato 78 dibattiti pubblici su casi relativi a infrastrutture ferroviarie o stradali, centrali elettriche e nucleari e anche numerosi progetti di impianti sportivi.

Marianella – Come si è conclusa la decisione relativa allo stadio del rugby?

Ilaria – In questo caso alla fine il proponente alla luce di quanto emerso ha deciso di rinunciare alla realizzazione dell’opera. Una decisione che è stata presa sulla base di informazioni e considerazioni molto articolate e approfondite rese possibili proprio dal processo di partecipazione e di coinvolgimento dei cittadini.

Marianella – Puoi farci una sintesi di queste considerazioni?

Ilaria – Le indicazioni che questa esperienza di DP ha fornito ai decisori riguardano quattro tematiche che hanno catalizzato l’interesse dei cittadini e che sono state spesso indicate come problematiche. La localizzazione: lo stadio avrebbe dovuto essere impiantato alla periferia della città di Ivry, si sarebbe dovuto investire, con fondi pubblici, in modo serio sull’ampliamento del trasporto ferroviario, in particolare della linea RER D (il che avrebbe comportato la sua interruzione per un tempo troppo lungo se si pensa alla sua altissima frequentazione). L’accessibilità e la reale disponibilità dei poteri pubblici a finanziare l’ampliamento della rete di trasporti hanno rappresentato una vera questione cruciale. Il dibattito ha permesso di porsi la domanda: la localizzazione alla periferia della città di Ivry è davvero quella giusta? Sviluppo economico e turistico: lo stadio così come proposto sarebbe stato impiantato troppo fuori dal centro città che dunque non avrebbe potuto beneficiare delle ricadute economiche e turistiche dei visitatori, in particolare stranieri (i due terzi del pubblico delle partite di rugby in Francia è composta dalle squadre avversarie straniere). In UK ad esempio gli stadi sono quasi tutti in centro città. In questo caso, non ci sarebbe stato quindi quasi nessun aumento dell’attrattività di Ivry, nessuna riflessione è stata condotta dal proponente e dai suoi partner su come trasformare un oggetto sportivo in un oggetto turistico e un volano di sviluppo. Soglia di rendimento dello stadio: il dibattito ha mostrato meglio come lo stadio fosse destinato soprattutto a un pubblico di fascia medio-alta. La capitalizzazione degli investimenti inoltre era di difficile dimostrazione. Bisogno di un secondo stadio: i giocatori di rugby utilizzano già lo stadio di Saint-Denis, i cittadini si sono chiesti quindi se non si potevano migliorare le condizioni di affitto e di uso dello stadio già esistente piuttosto che di costruirne uno nuovo con diversi inconvenienti. Il bisogno reale di un secondo stadio è stato quindi davvero rimesso in discussione.

Marianella – Sia che si decida a favore di un progetto che contro, un grande vantaggio di un metodo come il DP è che fornisce solide basi alla decisione, sganciate da contrapposizioni ideologiche. Se la giunta Marino (Pd) avesse adottato un approccio del genere, sarebbe stato molto più difficile per la giunta successiva (5 stelle) pretendere di ricominciare da zero per poi arrivare a una decisione che ricopia il progetto precedente dimezzandolo. Inoltre l’assessore all’urbanistica della giunta Marino, Caudo, aveva favorito la nascita di un Osservatorio composto dai comitati dei quartieri più direttamente interessati i quali avevano svolto un ruolo prezioso di traduzione in linguaggio corrente dell’intero progetto e di raccolta di critiche e proposte integrative. Anche questo Osservatorio è stato totalmente ignorato dalla nuova giunta, che evidentemente lo vede come la lunga mano di quella precedente.

Ilaria – Le esperienze a confronto del dibattito pubblico sullo stadio di rugby e sulla mancata partecipazione dei cittadini sullo stadio di Roma invitano a due considerazioni in particolare: prima di tutto che dietro a un’infrastruttura turistica sportiva di trasporti etc. si gioca ben altro che il “semplice progetto”. Ci sono di mezzo le interazioni col territorio, e delle concezioni dello sviluppo economico e sociale e progetti di mobilità. Si tratta di esplicitare le ricadute territoriali del progetto nel medio e lungo periodo, alle quali i cittadini possono non aderire. Un’infrastruttura in questo senso è un “atto politico” di cui i cittadini, e questa è la seconda considerazione, hanno il diritto di discutere. La mancanza di un confronto serio coi cittadini sulle grandi opere rinvia quindi non solo a un vuoto di legittimità della decisione ma prima di tutto a un vuoto democratico destinato ad allargarsi e a toccare altre sfere della vita pubblica.

 

casillo_pillonIlaria Casillo con Andrea Pillon a Forum PA 

Ilaria Casillo, dal 2015 è vicepresidente della Commissione Nazionale del Dibattito Pubblico francese (CNDP). è professore associato alla Facoltà di Urbanistica Università Paris Est Marne-la-Vallée. È stata membro dell’Autorità di garanzia e promozione della partecipazione della Regione Toscana in Italia.

Marianella Sclavi, fondatrice di Ascolto Attivo, ha insegnato Etnografia Urbana al Politecnico di Milano dal 1993 al 2008. È  una pioniera delle esperienze di democrazia partecipativa. Su questo tema ha pubblicato vari testi, fra i quali con Lawrence Susskind (MIT): Confronto creativo. (2011/2016). 

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Dibattito pubblico in salsa italiana

12/07/2016
di Agnese Bertello
Il Débat Public è uno strumento di dialogo con il territorio per le grandi opere introdotto nella legislazione francese venti...
Il Débat Public è uno strumento di dialogo con il territorio per le grandi opere introdotto nella legislazione francese venti anni fa. Quest'anno, attraverso la riforma del Codice degli Appalti è stato introdotto anche in Italia, ma la sostanza è ancora tutta da scrivere. Intanto, nelle regioni in cui esistono leggi regionali in materia si avviano sperimentazioni. Occorre portare avanti parallelamente delle riflessioni che eviti di introdurre tal quale un modello pensato per un paese diverso e oggi oggetto di riforma.

Dagli impianti industriali alle infrastrutture viarie, dai parchi eolici alle biomasse, in Italia, le opere, di piccole, medie e grandi dimensioni, oggetto di contestazione sono moltissime. Secondo le stime dell’Osservatorio Media Permanente Nimby Forum, gli impianti la cui realizzazione è bloccata nel 2015 sono stati 355.

Le ragioni sono certamente molte, ma centrale, tra queste, è la mancanza di un’occasione di confronto reale, approfondito e tempestivo, tra imprese, cittadini, istituzioni, che consenta di condividere una riflessione seria sulle ragioni del progetto.

Una situazione che si trascina da anni: un intervento legislativo in merito, che aprisse questo spiraglio di dialogo, era ormai urgente. Per anni, si è invocata l’introduzione di quello che è ritenuto, a livello internazionale, lo strumento principe per un confronto trasparente tra le parti in queste situazioni, cioè il Débat Public francese, e per anni, in parlamento, diversi disegni di legge che ne proponevano l’istituzione sono rimasti fermi.

Finché, finalmente, nella primavera scorsa, all’interno del testo di riforma del Codice degli Appalti, viene introdotto proprio il Dibattito Pubblico. Un passo molto importante, che dichiara una volontà precisa, ma la sostanza di questo stumento resta ancora tutta da definire e viene rimandata a futuri decreti attuativi. Come potrebbe essere dunque questo Dibattito Pubblico all’italiana? E quali obiettivi dovrebbe porsi?

Per cercare di farcene un’idea, cominciamo a vedere come funziona l’originale, il modello francese. La struttura di base è semplice: il soggetto che vuole realizzare un’opera su un territorio deve informare in maniera dettagliata la comunità che ci vive, confrontandosi in maniera trasparente sul merito del progetto; deve produrre del materiale informativo scritto in un linguaggio accessibile e renderlo facilmente disponibile; deve partecipare a una serie di incontri pubblici, adeguatamente pubblicizzati, in cui ascolta critiche, problemi, domande, suggerimenti, ecc., rispondendo in maniera puntale; infine, al termine del confronto, a partire da un testo finale che raccoglie l’insieme delle osservazioni, redatto dal Responsabile del processo, che ne ha curato l’organizzazione, deve dichiarare se e come terrà in considerazione gli elementi emersi.

Il Débat Public ha alcuni evidenti elementi di forza: innanzitutto è coordinato da un’autorità, la Commissione Nazionale Dibattito Pubblico, terza e indipendente rispetto a tutte le parti, garante della qualità e della serietà del processo; avviene in una fase in cui il progetto può accogliere delle modifiche anche sostanziali; si svolge in un arco di tempo chiaramente definito, con modalità e responsabilità altrettanto chiaramente definite; è finanziato anche dal proponente. L’ultima caratteristica fondamentale del DP è che il proponente l’opera è obbligato a rendere noto al termine del processo se e come terrà in considerazione quanto emerso dal confronto con il territorio, se e come intende modificare il progetto originale, ma non è obbligato a farlo.
Per ragionare su come applicare il DP in Italia, in un contesto molto diverso da quello francese, il modo migliore resta quello empirico: occorre sperimentare e sviluppare parallelamente riflessioni accurate. Ed è un po’ questo quello che si cerca di fare. In Toscana, proprio in questi giorni si sta concludendo il primo Dibattito Pubblico regionale, che ha per oggetto la riqualificazione del porto di Livorno. Protagonisti, oltre ai livornesi, l’Autorità per la Partecipazione della Regione Toscana e l’Autorità Portuale, il cui piano di rilancio del porto prevede la realizzazione di una nuova stazione marittima e la costruzione di nuove banchine, verso mare, che consentano l’attracco anche a navi di grande tonnellaggio, sempre più comuni.

Di tutto questo, si parlerà al Festival della Partecipazione a L’Aquila, dove domani, 8 luglio, è previsto sia un Tavolo scientifico sul Dibattito Pubblico, con gli esperti nazionali e internazionali, sia un incontro pubblico con i cittadini.

Questo articolo è uscito su vita.it il 7 luglio 2016

 

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La mediazione dei conflitti ambientali in Europa

16/06/2016
di Agnese Bertello
Workshop internazionale sulla mediazione dei conflitti ambientali in Europa. L’evento si inserisce nel progetto sperimentale sulla Mediazione Ambientale lanciato dalla...
Workshop internazionale sulla mediazione dei conflitti ambientali in Europa. L’evento si inserisce nel progetto sperimentale sulla Mediazione Ambientale lanciato dalla Camera Arbitrale di Milano. Il workshop si terrà il 14 luglio 2016, dalle 14.30, nella Sala Lauree della Facoltà Scienze Politiche, Economiche e Sociali (Via Conservatorio, 7 – Milano). Il workshop propone interventi istituzionali ed esperienze da... Read more »

Workshop internazionale sulla mediazione dei conflitti ambientali in Europa. L’evento si inserisce nel progetto sperimentale sulla Mediazione Ambientale lanciato dalla Camera Arbitrale di Milano. Il workshop si terrà il 14 luglio 2016, dalle 14.30, nella Sala Lauree della Facoltà Scienze Politiche, Economiche e Sociali (Via Conservatorio, 7 – Milano). Il workshop propone interventi istituzionali ed esperienze da ogni parte d’Europa; a Marianella Sclavi l’onere di presentare l’esperienza olandese.

freccia viola La mediazione dei conflitti ambientali in Europa

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